Vivere in Congo. E’ già passato un anno.

Vivere in Congo
Un villaggio, Congo Brazzaville
"In Congo?!? Chissà che avventura!", ti dicono. Il meglio e il peggio di questo mio primo anno nell'Africa più vera.

Quando ho saputo che saremmo andati a vivere in Congo non ci volevo credere. E invece è già passato un anno. Oddio. Sono arrivata a Pointe Noire tre giorni prima del mio compleanno che, per la verità, è stato tristissimo. Trascorso in solitudine, aspettando che mio marito tornasse dal lavoro. E non perchè non volessi uscire, ma perchè semplicemente non c’era posto dove andare. Qui non c’è niente.

I primi mesi non è stato facile. E’ difficile da spiegare. Perché è chiaro che se racconti che vivi in Congo, la prima reazione del tuo interlocutore sarà fare tanto d’occhi e dirti ‘wow, chissà che avventura!!!’. Tzè. Passaci anche solo due mesi e vedi se è un’avventura. Però poi – non è che ci si abitua eh – solo, si inizia a guardare le cose in modo diverso. A cominciare dalla luna, che qui è girata al contrario.

Luna congolese
Luna congolese

Ad esempio, ho imparato che anche se fa un caldo atroce, è meglio evitare di mettere le infradito quando vai in giro, perché le strade sono molto, molto sporche e arriverai a casa con i piedi così neri che devi tenerli a bagno nel bicarbonato perchè tornino puliti. Che puoi anche buttare piastra e phon che tanto l’umidità è perenne: a volte, di notte, il frastuono di rane e rospi è tale che non riesci a dormire. Che mentre tu ti preoccupi di piedi e capelli e daresti chissà cosa per fare un giro da Zara, la gente qui ha poco e niente, ma sorride spesso.

Che in spiaggia, mentre tuo marito prende lezioni di surf e tu hai il naso nell’ennesimo libro di Steinbeck, può capitare che si fermino due ragazzi per venderti un serpentello. Al che tu puoi rispondere anche-no-grazie. Con calma e senza movimenti bruschi però, perchè non sai come può prenderla il rettile.

vivere in congo - Surf in Congo Brazzaville
Surf in Congo Brazzaville

Che quando fai la spesa, devi chiudere un occhio (e l’altro pure): il Marchè non è certo tra i posti più puliti, frutta e verdura si vendono anche in terra e l’Amuchina diventerà la tua migliore amica (ovviamente puoi comprare le stesse cose – d’importazione – all’ (unico) supermercato, ma le pagheresti 3 se non 4 volte tanto). Che reperire la ricotta o il mascarpone è un’impresa ma, se li trovi, allora vai avanti a paccheri e tiramisù per un mese di fila. Che se in Italia attraversi la strada quando vedi una lucertola, qui hai gechi e draghi barbuti – scorbutici rettili di 30 cm dai colori improbabili – che scorrazzano nel giardino di casa e non puoi farci niente.

Agame, o drago barbuto
Agame, o drago barbuto

Che guidare in Congo è difficile per tutti, figuriamoci per me. Il consiglio che ti danno è quello di fare un corso di ‘guida aggressiva’ perché i tassisti sono feroci e la precedenza te la devi prendere: ho visto strade a doppio senso di marcia trasformarsi in strade a cinque corsie a senso unico. Non scherzo. Io mi muovo in taxi. Le corriere non sono un’opzione contemplabile.

vivere in congo In giro per Pointe Noire
Appena fuori Pointe Noire

Che spesso ho una sensazione di claustrofobia, mi prudono le mani, i piedi e mi sento bloccata.  Poi mi calmo e dico che vivere qui, per lo meno, mi permette di fare viaggi che in Italia, dove i giorni di ferie sono quelli che sono, non potrei fare. E a volte penso che la cosa più bella del Congo, sia uscire dal Congo.

Quando te ne vai, in aeroporto ti possono capitare scene divertenti, come quella volta che il signore davanti a me ha imbarcato una cassa con dentro ‘seulement quelques poissons’. E l’addetto al check-in mica gli ha fatto problemi. Gli ha chiesto semplicemente se fossero vivi o morti (perché ovviamente era quella la domanda da porre, no?).
Ma in generale, l’aeroporto è una delle esperienze più brutte che puoi fare, perché non c’è volta in cui il tizio della security non ti chieda se hai del contante da dargli, non importa la valuta. E insiste. A volte ti obbliga ad aprire il portafogli e, se trova qualche banconota, te la requisisce. Punto e basta. E la polizia non la puoi chiamare, perché la polizia è lui e può fare quello che vuole. Allora impari a nascondere il contante e a dire che hai solo carte di credito, e a fregartene dell’occhiata di rabbia e disprezzo che ricevi, perchè se sei in aeroporto vuol dire che ti stai lasciando il Congo alle spalle, almeno per un po’.

Immaginez
Io il giorno di Natale, Cote Sauvage di Pointe Noire

Quest’estate giravo per Milano e ho visto un africano vendere quadretti, di quelli con le donne con i bimbi legati al dorso e i vasi sulla testa. Per anni, a scene come queste, ho gettato un occhio distratto. Questa volta invece ho osservati i dipinti con attenzione e ho pensato a quanta gente li guarda con noncuranza. Il fatto è che per me non sono più quadri: sono immagini quotidiane, vive.
Le donne si legano davvero i bambini sulla schiena. Si piegano a 90 gradi, si caricano il bimbo (che miracolosamente non scivola giù), e si gettano un grande foulard tutto intorno al corpo per poi raddrizzarsi e legarlo con un nodo sul ventre. Sembra un procedimento complicato, ma ci metto più tempo io a scriverlo che non loro a farlo. E portano davvero pesi sul capo: bacinelle ricolme di oggetti per la casa, secchi pieni di materiale arrugginito, ceste di frutta esotica e persino fascine di legna. Una volta ne ho vista una con una bombola del gas. Vuota, spero.

Una bimba congolese
Bimba congolese

E’ stato anche un anno di scoperte. Ad esempio, ho realizzato che mi piacciono i cani, che prima consideravo solo fonte di bave, cacca e rumore. Ed è così infatti, ma c’è molto di più. Anche se, effettivamente, un paio di cosette avrei preferito risparmiarmele. Come quella sera che, portando fuori Namastè, siamo stati inseguiti da 6/7 cani randagi (leggi: rabbiosi), e abbiamo corso come pazzi per sfuggirvi. Un’ansia. Quando ho fatto i vari vaccini prima di trasferirmi, la dottoressa si è raccomandata che “se vieni morsa da un animale randagio, l’antirabbica la devi fare entro due giorni perchè potresti anche morire”. Ah, ok, grazie per la dritta.

namastè
Namastè

Oltre ai cani, mi tenevo alla larga anche dai bambini. Ora invece – dopo una breve parentesi come interprete, che mi ha portata pure in TV – lavoro in una scuola privata, tramite la quale insegno italiano presso le aziende e inglese ai bimbi dai 2 anni in su. E mi piace. Lo so, non ci credo nemmeno io. Sono ancora sconvolta.

Trovare lavoro qui non è semplice come dirlo, soprattutto per me che in Europa ero PR, una professione di merda molto poco versatile. Già vedevo con orrore una sfilza di pomeriggi tra i fornelli, trascorsi a preparare patetici manicaretti per il maritino. Giornate anonime, in bilico su un filo sospeso tra l’inedia e la futilità, con l’unica preoccupazione di scegliere se fare prima la spesa e poi un corso di zumba o di cucito o viceversa. Una vita piena di brividi insomma.

A un certo punto ho detto basta, ho smesso di piangermi addosso. E ho realizzato che Paesi come questi offrono due cose molto preziose. La prima è il tempo. Semplicemente. Quel tempo che un tragitto in metro e un lavoro alla scrivania ti portano sempre via. Invece, qui, di tempo – almeno nei primi mesi – ne avevo a palate e me lo sono preso tutto.  L’ho usato per dare vita a due mie passioni: ho cominciato a studiare giapponese online e ho aperto questo blog, attività che all’inizio del mio soggiorno mi hanno aiutata molto: mi hanno fatta sorridere e incuriosire e, soprattutto, tra la stesura di un post e un po’ di hiragana, mi hanno permesso di ritrovare la tranquillità. Gradualmente, ho capito la seconda cosa che il Congo aveva da offrimi: un’occasione per ‘ricostruirmi’, per mettermi alla prova con qualcosa di nuovo.

Ho ottenuto una certificazione internazionale che ufficializza il mio ruolo di insegnante d’inglese come seconda lingua, mi sono buttata a capofitto nell’insegnamento, ho cercato e cerco di fare del mio meglio. Sono contenta, perchè per me era importante non buttare via questo periodo che, inevitabilmente, sarebbe stato di stallo. In una città dove il petrolio è parte integrante persino del tramonto, mi sono comunque ritagliata uno spazio, sono riuscita a creare un progetto tutto mio che, in qualche modo, mi restituisce la mia identità, non mi imprigiona nello sterile ruolo di ‘moglie di’.

Vivere in Congo Brazzaville
Vedete quelle due sporgenze, proprio sotto il sole? Aspettate: le ingrandisco…
Eccoli. Si tratta di ...
Eccone una. E’ una piattaforma petrolifera.

Tutto ciò per dire che un anno è passato e più in fretta del previsto. E’ vero, la vita in Europa viaggia ad una velocità che, vista da quaggiù, sembra allucinante ma, nonostante mi trovi in questa sorta di limbo, non mi sento di essere ferma: seppur lentamente, in questo anno mi sono mossa anch’io. Non sto dicendo che vivere qui mi piaccia, no ed è inutile fare l’ipocrita: non mi piacerà mai. Il Congo non è l’Africa dei safari, quella piace a tutti.
Eppure, mi rendo conto di aver fatto – e soprattutto capito – molte più cose di quante mi sarei aspettata in quell’agosto 2014. Sono al giro di boa: ho ancora un altro anno (spero uno solo) davanti a me e cercherò di affrontarlo in modo più sereno. Dice un proverbio congolese:

MOKILI ESALAMA PO TOTAMBOLA NA YANGO, KASI TO TIYA NA MOTO TE
“Il mondo è stato creato per camminarci su, non per essere portato sulla testa”

Ossia, la vita è soltanto un passaggio, godi del momento presente e non pensarci troppo su.

37 Comments

  • Complimenti per la tua forza, il coraggio che dimostri. Molte persone non riescono a trarre esperienze positive da un posto neanche se ci vivono anni, tu invece, nonostante ti trovi in un luogo (credo) meraviglioso dal punto di vista naturale (quel sole, petrolifera a parte, è spettacolare!) ma tanto difficile da vivere, sei pure riuscita a prenderti la certificazione internazionale 🙂

    Io mi sento spaventata anche del mio (vicino, spero) trasferimento in un paese nuovo, dove comunque la vita è si diversa, ma pur sempre simile a quella che si conosce noi.

    Felicissima di averti scoperta, anche se un po’ in ritardo!

    • Vedrai che andrà tutto bene! I momenti di paura o di sconforto capitano, è normale, l’importante è cercare di restare positivi! Incrocio le dita per te!

  • Ciao Cris, non so come ho fatto a non scoprirti prima!!
    Questo post è meraviglioso, l’ho letto tutto d’un fiato e sei riuscita ad emozionarmi con i tuoi frammenti di vita in Africa, ma soprattutto con il tuo modo di raccontare così sincero e limpido. Non posso nemmeno immaginare cosa voglia dire cominciare una vita in un posto così agli antipodi per noi… mi hai davvero aperto un mondo e continuerò a leggerti perché da oggi sento di avere un collegamento con quella terra!
    Un abbraccio e buon cammino, anche se lento sono sicura che ti lascerà più di qualsiasi corsa!

    • Ma che bello, grazie! Sono contenta di averti trasmesso qualcosa e di aver acceso (o anche solo risvegliato) un legame con l’Africa. Un abbraccio anche da parte mia!

  • meraviglioso questo articolo, eppure sei riuscita a convincermi del contrario.
    per quanto tu dica continuamente che non ti piace stare lì, ho provato lo stesso il desiderio di venirci per un po’… forse l’hai scritto troppo bene 😀

  • Che bel post! Come ho fatto a conoscerti solo adesso? Ti mando un salutone, uno alle amiche travelblogger qui sopra che conoscevo già è un grosso sincero in bocca al lupo! Roberta Gamberettarossa

    • Grazie 🙂 La luna qui si vede molto bene, le strade sono poco illuminate e quindi risalta ancora di più. E poi le costellazioni naturalmente sono diverse da quelle del nostro emisfero!

  • Sono affascinata dalla tua esperienza, ma posso solo immaginare le difficoltà del dietro le quinte.
    Sei forte, Cri, e quando rientrerai in Europa saprai di esserlo ancora di più.
    Un bacio!

  • Mi è scappata la lacrimuccia. Si, mi sono commossa. Deve essere dura stare là, ragion per cui quando avrai finito il percorso lì, sarai ancora più orgogliosa di te stessa. Penso che quello che fai lì per lo meno serve a qualcuno, a qualcosa, a te e pure a noi che ti leggiamo. Io, qui, nel mio paese dove l’ignoranza si nasconde dietro “la moda del momento”, dove la gente non ha altro da fare se non spettegolare di questo o quello, dove quello che fai si vede ma senza il giusto sguardo, bè, io qui mi sento ingabbiata in una rete che uccide le idee e pure la motivazione. E vedi? Abbiamo tanto e ci lamentiamo pure! Cosa non impariamo noi stando in Italia?

    • Grazie Tizzi, molti paesi sono così, più sono piccoli più si spettegola, più ci si nasconde dietro una maschera di facciata perchè se no ‘chissà cosa dicono gli altri’. E’ per questo che ho sempre amato le grandi città, dove puoi essere chi vuoi e come vuoi. E qui mi fai venire in mente la mia Londra, mannaggia a te! Un bacio.

  • Cara Cris, leggendo il tuo post ho ritrovato molte delle emozioni che ho vissuto io insieme a mia moglie. Se sostituisco “Congo” e metto “Cina”, la prima parte del post potrebbe essere stata scritta tre anni fa sul mio blog. E quando leggo la tua difficoltà a convivere con questa esperienza, rivedo le sensazioni di mia moglie, che, pur lavorando, per i primi mesi desiderava solo ed esclusivamente riprendere l’aereo per tornare in Italia.
    Salvo poi, alla fine dell’esperienza, essere triste, costretta ad abbandonare quella nuova dimensione che, indubbiamente a fatica, si era costruita.
    Credo però che gli africani siano molto più socievoli e calorosi dei cinesi. Non è così?

    • Ciao Stefano, grazie per questo bel messaggio. Non ho mai avuto modo di lavorare con/conoscere la realtà cinese.. e qui tocchi tra l’altro un tasto dolente: pensa che fino a pochi mesi prima di partire, la nostra destinazione doveva proprio essere la Cina. Vaccinazioni fatte, visti praticamente pronti, ma soprattutto mille film già fatti (da buona appassionata linguista mi ero già comprata manuali di cinese etc.) e poi… nulla, è svanito tutto da un giorno all’altro. Così siamo capitati qui. E ogni volta che sento Cina mi mangio le mani! Non so se sarò triste al momento di partire, ora come ora no, non lo sarei per nulla.. vedremo tra un anno. Grazie per essere passato e in bocca al lupo a te e alla tua famiglia!

      • Non avendo mai vissuto l’Africa, se non in Safari (che come dici giustamente tu, è tutta un’altra cosa), non so dire se sia meglio o peggio della Cina. Quello che so, è che ovunque nel mondo, in qualunque continente, anche nel posto che tutti descrivono come il migliore in assoluto, se non c’è spirito di adattamento si proverà sempre nostalgia di casa.
        Chissà, magari un giorno ci scriverai dalla Cina, mai dire mai!

        • E’ vero, senza spirito di adattamento, credo si finisca per condurre una vita staccata dalla realtà, una vita finta, in un ambiente chiuso e ovattato che ci si è creati da soli. Lo so perchè i primi mesi li ho trascorsi così.
          Quella che sento qui non è nostalgia di casa; quello che mi pesa di più è non poter uscire dal Congo per mesi interi. Non esistono weekend perchè il collegamento più ‘vicino’ è.. Johannesburg, a 4h di aereo e, da lì, ovviamente bisogna poi prendere un altro volo per la destinazione finale. Partire per 3/4 giorni – anche solo per respirare un’altra aria, per vedere cose diverse – è impensabile in termini di costo e tempi di viaggio. Essere bloccata per mesi e mesi in un solo posto, in una sola città che non ha niente da offrire è la cosa per me più claustrofobica, più impossibile da digerire. Ma passerà, chissà che la Cina non si realizzi davvero, un giorno.

          • Capisco ciò che dici ed hai perfettamente ragione. La nostra vita è cambiata da quando io ho preso la patente e ho cominciato ad avventurarmi tra le strade cinesi (pregando ogni giorno che non succedesse nulla). Banalmente, poter andare il sabato a Shanghai era quel diversivo di cui avevamo bisogno. Diversamente, sempre gli stessi palazzi, le stesse strade, gli stessi negozi.

          • Esatto. Sembra una stupidaggine, una frivolezza… ma è un diversivo che ti cambia la vita. Avercene una Shanghai a portata di auto, avercene anche solo due di negozi a Pointe Noire. Invece niente, solo Jo’burg a 4h e un supermercato di alimentari. Va bhè, mo basta che mi deprimo ancor di più!!! heheh

  • Bellissimo post, Cris, davvero!
    È da ieri che non riesco a togliermi dalla testa le tue parole e le tue foto.
    Stai vivendo un’esperienza molto forte, mi chiedo se al tuo posto sarei riuscita a sostenerla (e più ci penso, più mi convinco che non ne avrei avuto la forza).
    Ne uscirai più forte di prima, e poi già inizia a piacerti qualcosina, no?!? 😉
    P.S. Quel proverbio è bellissimo, da imparare a rispettare alla lettera!
    Un grande abbraccio:)

    • Grazie Antonella! Sì, diciamo che rispetto a un anno fa, le cose sono migliorate.
      In quanto all’esperienza… la forza la trovi un po’ per volta (anche se alcuni giorni senti di non averne poi così tanta). Credo sia necessario avere un (bel) po’ di spirito d’adattamento e voglia di mettersi in gioco. Altrimenti finisci davvero per passare due anni in cucina o a organizzare thè.
      Baci!

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