Il lato spirituale del Bhutan

turismo in Bhutan
Monaci al Kuensel Phodrang, Thimpu
Circa 2000 templi e migliaia di bandiere di preghiera a punteggiare i crinali delle montagne: in Bhutan, tutto è spiritualità.

Alto 51m, il Kuensel Phodrang è uno dei Buddha più imponenti della Terra. La mano destra in grembo, la sinistra che sfiora il suolo, il palmo rivolto all’interno: le dita eseguono il Bhumisparsha, il mudra che indica la ferrea volontà di raggiungere l’illuminazione attraverso la meditazione. Lo si vede appena arrivati a Thimpu, la capitale del Bhutan: seduto imperscrutabile tra il verde delle montagne, osserva la sua gente.

Tutto è spiritualità in Bhutan. Difficile distinguere la mitologia dalla storia. Con circa 2000 tra templi e monasteri e migliaia di bandiere e ruote di preghiera a punteggiare i crinali delle montagne, questo stato è oggi l’ultimo baluardo del Buddismo Mahayana nella sua forma tantrica Vajrayana e la religione permea ogni aspetto della vita dei cittadini.

Kuensel Phodrang, il Buddha in Bhumisparshamudra

Non solo il capo dell’ordine monastico, il Je Khenpo, viene confermato dal Re, ma le sedi amministrativa e religiosa condividono fisicamente la stessa struttura. Gli dzong, edifici simbolo dell’architettura bhutanese, sono prova dell’inscindibile unione tra governo e religione. Queste fortezze, disseminate in tutti i distretti del Paese, ospitano infatti due aree ben precise: se da una parte si trovano gli uffici amministrativi, dall’altra vi sono uno o più templi buddisti, gli alloggi dei monaci e, talvolta, anche la loro scuola. E’ stato passeggiando tra i cortili del Rinpung Dzong di Paro che è avvenuto il nostro primo incontro con i monaci.

Stipendiati direttamente dallo stato, i monaci giocano un ruolo importante nella vita spirituale e culturale dei cittadini. Visitano le case per officiare riti legati agli eventi più significativi dell’esistenza di ciascuno: nascite, matrimoni, malattie, decessi. Seguono un lungo percorso di studi e, dopo aver appreso tutti gli insegnamenti teorici relativi alla filosofia buddista, affrontano almeno tre anni di pratica meditativa (Losum Chog Sum).

Anziani, giovani adulti, poco più che bambini: è stato affascinante vedere una così varia commistione di età e di abitudini. Mentre un vecchio monaco si affatica a salire una scala, un ragazzetto insegue l’amico tenendosi con le mani la tunica perché non gli sia d’impiccio nella corsa. Più in là, un adolescente attraversa il cortile dello dzong senza sollevare gli occhi dal suo smartphone, in un curioso contrasto con le sue vesti scarlatte.
Presenza costante nel nostro viaggio, me li aspettavo distaccati, assorti. E lo sono, certo. Ma i monaci sono innanzitutto… uomini: anziani, giovani e poco più che bambini, appunto. Però hanno un che di – come dire –  sornione, persino giocoso. Come di chi sa un bel segreto e, forse, prima o poi te lo rivelerà.
Li abbiamo visti recitare veloci i mantra, danzare vorticosi durante uno tsechu, suonare corni e tamburi all’interno di un tempio: uno di loro, meno concentrato o forse solamente più burlone, seduto in ultima fila, ha alzato la mano per salutarmi, distraendosi un attimo.  Allo dzong di Trongsa ci hanno invitati a unirci a un piccolo banchetto, per celebrare la promozione di uno di loro. Il cibo avvolto in fogli di alluminio, appoggiato sulle balconate, il the al burro fumante.

Monaci in uno Dzong

Non ero mai entrata in un tempio buddista prima d’ora. Sono luoghi piccoli, raccolti, colorati. Mistici. Un’immagine ricorrente sulle pareti esterne è quella della Ruota dell’esistenza, o Ruota del divenire, in cui viene rappresentato il Samsara, ossia il ciclo di vita, morte e rinascita. La ruota è sorretta dalle grinfie di Yama, Signore della Morte. Il Nirvana? Lo si incontra solo una volta usciti dalla ruota, ovviamente, quando ci si è ormai distaccati da tutto quanto è terreno.

All’interno dei templi è vietato scattare foto, ma ti racconto cosa c’è. Innanzitutto tanta luce, i templi non sono posti bui. Ci sono statue del Buddha e delle sue manifestazioni e, spesso, anche di Zhabdrung, fondatore del Bhutan e colui che ha istituito il primo ordine monastico nel 17esimo secolo (ancora la fusione tra politica e religione). Davanti alle statue, alte anche diversi metri e dipinte in oro e altri colori sgargianti, ardono candele di burro e vengono disposte le offerte più varie, alcune molto elaborate, come le torte (torma), e altre più semplici, come l’acqua, affinchè tutti possano permettersi di offrire qualcosa.
La prima, primissima cosa che mi ha colpita appena messo piede in un tempio è stato l’enorme contrasto con le nostre chiese, monumentali e scure, gotiche e fredde, con un’iconografia che, ad un primo impatto e a chi poco conosce la religione cristiana, rimanda a scene molto cruente, sanguinarie: la morte come sofferenza. Nei nostri affreschi, è solo molto lontano, sulle teste di martiri agonizzanti, che si vede l’azzurro del il cielo e l’oro della luce divina. Non in basso. Non su questa terra.

Rinpung Dzong, Paro
Yama, Signore della Morte, e la Ruota del Divenire

Da persona completamente ignorante in materia, quel che mi sembra di aver capito è che il buddismo si proponga di stimolare un atteggiamento se non più positivo nei confronti della vita, almeno meno negativo dei confronti della morte. Forse è anche per questo che il Bhutan è il Paese della Felicità. Credendo nella reincarnazione, i buddisti sviluppano nel corso della vita una forte speranza nell’avvenire, una ferma volontà di vivere ogni giorno al meglio per ottenere, un domani, il dono di un’esistenza ancora migliore. Il che non significa provare indifferenza verso la morte. Significa piuttosto imparare ad elaborare il dolore, anche grazie ad un lungo periodo di lutto (49 giorni), che porta a riconoscere la morte come parte integrante della vita e, quindi, ad accettarla.

Caratteristica comune a ogni religione del mondo, è la preghiera. Pregare è guadagnarsi ogni giorno un nuovo spicchio di paradiso. Si prega nei templi, ma anche laddove sono eretti i monumenti buddisti, i cosiddetti Chorten (o stupa). E lo si fa girando le prayer wheels, ruote di preghiera presenti praticamente ovunque nel Paese: tamburi in metallo, legno, pelle, con su incisi i sacri mantra. Secondo la tradizione buddista, girare queste ruote equivale a recitare una preghiera: a ogni giro, un mantra è stato pronunciato.

Memorial Chorten, Thimpu
Ci sono tre tipi di ruote di preghiera: i mani dhakhor (portatili), mani chukhor (azionati dall’acqua) e mani dungkhor (stazionari, girati a mano)

E, infine, si prega issando bandiere. Impossibile in Bhutan non notarle, dato che si trovano un po’ dappertutto: sui valichi più alti, sui crinali dei monti, sui ponti e persino sui tetti delle case. Piccole e colorate, tese in orizzontale tra gli alberi e sui fiumi (Lungdhar) oppure bianche, lunghe e strette, verticali, affisse a lunghi pali in legno (Manidhar).
Su ciascuna bandiera, sono stampate immagini religiose e mantra, reiterati più e più volte: mentre sui Lungdhar c’è il disegno di un cavallo con tre gioielli sul dorso, a simboleggiare il Buddha, il Dharma (gli insegnamenti) e il Sangha (la comunità), i Manidhar sono eretti in favore di una persona defunta, per chiederne la purificazione dai peccati. Vengono innalzati sempre in gruppi di 108 alla volta, perchè 108 è un numero sacro al buddismo.
Indipendentemente dal tipo di bandiera, è però sempre al potere del vento che si affidano le proprie preghiere: con lo sventolare dei drappi, la benevolenza e la compassione viaggiano più velocemente, diffondendosi nell’aria.
Affinchè tutti, indistintamente, ne possano beneficiare.

Lungdhar in cinque colori, a simboleggiare i cinque elementi: blu (acqua), verde (legno), rosso (fuoco), giallo (terra), bianco (ferro)
I lunghi Manidhar. In cima all’asta, una ruota di preghiera

E tu sei mai stato in un Paese buddista? Cosa ti ha colpito?
Se vuoi saperne di più sul Bhutan, non perderti questo post!

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