Nel Damaraland, sulle tracce del rinoceronte nero

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Damaraland, Namibia
Tre giorni nel vero gioiello della Namibia, alla ricerca del rinoceronte nero e delle altre specie che, del deserto, hanno fatto la loro casa.

Mesa e butte colorano l’orizzonte. Vallate di sabbia si alternano a colline rocciose, di rocce rosse. Sul plateau delle montagne Etendeka, il Grootberg Pass si apre su una vallata all’apparenza infinita. No, non sei negli Stati Uniti e, nel caso te lo fossi scordato, ci pensa un inequivocabile cartello stradale a ricordartelo. Sei sempre in Africa, ti stai scuotendo di dosso la polvere di una lunga Skeleton Coast e stai per entrare nel Damaraland.

Tanto bello quanto inospitale, il Damaraland, con i suoi paesaggi da vecchio west, è la Namibia che non mi aspettavo, la Namibia che mi ha sorpresa davvero. In questo stralcio di mondo cadono meno di 100 mm di pioggia l’anno e la vegetazione si riduce a qualche sporadico arbusto con spine lunghe quanto un dito, ciuffi d’erba secca, welwitschia, pianta nazionale e fossile vivente e, soprattutto, cespugli di euforbia damarana, grossi grovigli velenosi che rendono il paesaggio più verde. Attenti a non toccarla: oltre a irritare fortemente la pelle, questa pianta può provocare cecità temporanea se viene a contatto con gli occhi!

Anni d’Africa me l’hanno insegnato: nulla si spreca in questo continente. Ghiotti di euforbia sono i rinoceronti neri che di essa si nutrono, il loro stomaco completamente refrattario alle tossine. E’ proprio questo l’aspetto più straordinario del Damaraland. Il fatto che in questo ambiente così aspro, così ostile, diverse specie abbiano trovato la via per la sopravvivenza: sono i cosiddetti desert-adapted animals.

Se pensi agli animali del deserto, cosa ti viene in mente? Probabilmente serpenti, scorpioni, topolini. Qui nel Damaraland invece ci sono le zebre, nello specifico le zebre di Hartmann, più piccole e con più striature rispetto a quelle della savana. Ci sono i leoni, che riservano tutte le loro energie alla caccia delle poche prede presenti. Ci sono gli elefanti, i mitici elefanti del deserto, quelli dalle gambe più lunghe e dalle zampe più larghe, che possono percorrere anche 70km al giorno alla ricerca dell’acqua. E, soprattutto, c’è il rinoceronte nero.

Vedere questi animali non è semplice. In zone così desertiche e aperte – ricordiamo che il Damaraland non è un parco nazionale – è ovvio che non c’è l’abbondanza di esemplari che troviamo in Tanzania, tanto per citare un esempio. Gli animali del deserto bisogna saperli trovare e, una volta individuati, è necessario procedere con molta cautela. Decisamente poco esposti al flusso turistico, hanno un comportamento schivo, sfuggente: una jeep appena più rumorosa, un tonfo sordo… basta poco e un intero gruppo di elefanti è capace di scomparire molto più velocemente di quanto tu possa raggiungerlo.

Per avere la possibilità di individuarli, ci siamo affidati quindi a una struttura molto particolare. A parte pochissime eccezioni, sai che non amo indicare i nomi di hotel e ristoranti, ma in questo caso non posso proprio farne a meno dato che l’esperienza nel Damaraland è stata legata in tutto e per tutto al Desert Rhino Camp.

Situato nel cuore del Damaraland, il Desert Rhino è un campo tendato mobile e remoto che vanta una lunga e consolidata partnership con Save the Rhino Trust (SRT), importante ONG africana che, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, altre ONG e comunità locali, è da sempre impegnata a proteggere il rinoceronte nero.
Vittima di un bracconaggio feroce, per darti un’idea del pericolo che corre questa specie basta dire che il Sudafrica perde un esemplare ogni sette ore (dati 2015).

Oltre che di contribuire alla salvaguardia del rinoceronte, dato che una parte dei proventi del campo è devoluta all’organizzazione, il Desert Rhino Camp offre ai suoi ospiti l’opportunità unica di partecipare a una sessione di monitoraggio insieme ai tracker del SRT. Nel Damaraland circola il più alto numero di rinoceronti neri in libertà del continente: cercheremo quindi di rintracciarne uno (o più!) per osservarlo da vicino e lo faremo… a piedi!

La notte prima dell’escursione, seduti intorno al fuoco, Bons, la nostra guida, ci dà qualche dritta: saremo un piccolo gruppo, 5 ospiti oltre al team del Save The Rhino Trust. Due le regole principali: vestire con colori da safari – verde, beige, nero e, mi raccomando, niente colori accesi nè tantomeno il bianco, che riflette la luce del sole – e, soprattutto, meno rumore possibile: l’udito del rinoceronte è super fino!

Il giorno dopo, alle 6.30 siamo già sul posto e i trackers di SRT hanno una buona notizia per noi: c’è una pista da seguire.  Dopo circa 45 minuti di camminata, ecco una coppia di pachidermi. E’ il mio secondo incontro ravvicinato con loro quest’anno: la prima volta è stata in febbraio, nel cratere dello Ngorongoro. Li osserviamo per un po’: lenti e apparentemente svogliati, masticano la tossica euforbia. Guardano verso di noi, ma è probabile che non ci vedano; il vento è contrario e non porta loro il nostro odore. Notiamo che a uno di loro è stato rimosso il corno, pratica comune per proteggerli almeno temporanamente dal bracconaggio (il corno poi ricrescerà). I due bestioni si fissano. D’un tratto il maschio prende a correre su per le pendici sassose, in quella sua cavalcata ingombrante, travolgente e un po’ triste di unicorno mancato. Lo vediamo ancora in lontananza, niente più che un ammasso di cuoio scuro e due protuberanze appuntite. Forse andrà a cercare dell’acqua.

Dopo la sessione, i tracker ci spiegano che quelli abbiamo incontrato oggi sono Dessie e Don’t Worry: scopriamo che ogni rinoceronte della zona ha un nome. Tutti sono accuratamente schedati e la STR cerca di rintracciare ciascuno di essi almeno una volta al mese, catalogandone spostamenti, comportamento e ogni altro fatto li riguardi.

La nostra giornata prosegue tra gli scorci viola-azzurri del Damaraland. Vediamo gazzelle, qualche orice, un discreto numero di zebre: si inerpicano agili su per i sentieri pietrosi e viene da chiedersi come facciano a non ferirsi quelle gambe così sottili. Magri magri, riusciamo persino a scorgere una leonessa con tre figli al seguito: sono già grandicelli ma stanno ancora con la madre perchè in un simile ambiente apprendere l’arte della sopravvivenza è più difficile che non altrove. Bisogna capire dove sono le sorgenti d’acqua e imparare a cacciare quanto più efficacemente possibile: le prede non abbondano.

A proposito dei leoni del deserto apro una piccola parentesi. Ci è capitato una mattina di vedere due mucche lungo la strada, brutalmente dilaniate, gli intestini riversati accanto ai cadaveri. E’ opera dei leoni, certo. Il fatto è che, per impedire gli attacchi al bestiame, le popolazioni locali ricorrono a fucilate e veleno. E così il già esiguo numero di leoni diminuisce sempre più. La soluzione? Costruire deterrenti sonori e luminosi per i felini e, soprattutto, educare la gente del posto. Anche il Botswana, con i licaoni, ha un problema molto simile e, per contrastare il problema, sono state attuate una serie di misure: spero davvero che qualcosa si faccia anche in Namibia.

Il tramonto arriva in fretta e presto sul deserto si accenderanno le stelle. Andiamo a dormire prestissimo. E gli elefanti? Durante la nostra permanenza al Desert Rhino non li abbiamo visti ma, pur di procurarci un’altra chance abbiamo stravolto il nostro itinerario: lasciando perdere un hotel già prenotato e macinando ulteriori km, siamo tornati nel Damaraland pochi giorni dopo e… come si suol dire, la fortuna aiuta gli audaci! Gli elefanti li abbiamo trovati ma, questo, te lo racconterò un’altra volta.

3 Comments

    • Ciao Pietro,
      hai trovato il sottotitolo perfetto per questo articolo!
      Per la maggior parte dei viaggi preparo io l’itinerario e poi lascio la logistica all’agenzia (voli e sistemazioni); solo in alcuni casi – come questo del Desert Rhino Camp – sono io a indicare le strutture che desidero.

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