10 cose che ho fatto in Angola quest’anno

Vivere in Angola
Sulla Samba, Luanda
Ho passeggiato tra i baobab, fatto volontariato, visto delfini e balene. Ah, e sono pure finita in prigione (o quasi).

Sono arrivata a Luanda più o meno in questo periodo, l’anno scorso. La scatto qui sopra – rubato dall’auto, come sempre – è molto rappresentativo di questa città: traffico all’ennesima potenza, sporcizia, confusione, un ragazzo che spinge un carretto carico di chissà che, guardie armate, baracche a ridosso della strada principale. Che si perdono laddove l’occhio non arriva.

Una città difficile, pericolosa, dove la gente è spesso diffidente, arrabbiata. Dove proprio bem-vindo non ti ci senti mai. Così come il mio primo anno in Congo, anche quello in Angola è stato caratterizzato da alti e bassi, da momenti di gioia alternati a quelli di sconforto. Ma fa tutto parte del gioco, no?
Di sicuro, di questo primo anno mi ricorderò di quella volta che…

#1: …ho camminato tra i baobab
L’imbondeiro – così come viene chiamato in lingua kimbundu e in portoghese – è l’albero nazionale dell’Angola. Se ne vedono praticamente ovunque, e con ovunque intendo anche nei (grandissimi) cortili di certi palazzi. Fuori Luanda, poi, c’è una vera e propria foresta: un’intera piana ricoperta di giganteschi baobab. Nella foto qui sotto li vedi in versione invernale (sì, fa strano applicare questo aggettivo all’Africa, eh?); in primavera invece sono belli fioriti e pronti a regalare il succoso múcua, un frutto che prima o poi vorrei proprio assaggiare!

Vivere in Angola
Imbondeiros

#2: …ho fatto volontariato
Ha visto che avevo un neo sul braccio. E poi un altro. E un altro. La cosa lo ha fatto ridere e ha chiamato i suoi amici per mostrare loro cos’aveva scoperto. E poi – oh! – ce n’erano anche sulla gamba, di nei! E’ proprio bizzarra questa madame – devono aver pensato. E’ un attimo, e tutti i bimbi si frugano le braccia, l’addome: mi mostrano lentiggini, macchioline sulla pelle. Qualcuno, in mancanza d’altro, rimedia con una cicatrice sul gomito o un ginocchio sbucciato. Quello di Mama Muxima è un orfanotrofio come tanti, qui a Luanda. Coloriamo, facciamo dei collage, dei lavoretti, dei braccialetti di perline e poi la merenda: cose semplici che forse, però, per questi bambini fanno la differenza.
No act of kindness, no matter how small, is ever wasted, diceva Esopo. Ed è proprio vero.

Vivere in Angola
I bimbi del Mama Muxima

#3: …ho sentito brutte storie
E’ successo più di una volta, per la verità. Un uomo armato salito sulla navetta aziendale. Una ragazza morta durante una sparatoria in mezzo al traffico. Un’altra rapita, costretta a prelevare denaro da bancomat situati in diversi punti della città. La mail dell’ambasciata subito dopo, che sconsigliava di uscire con le carte di credito nel portafoglio. Meglio i contanti, e non troppi.

#4: …ho visto i bairros
Scarpate trasformate in discariche a cielo aperto, praticamente in centro città. Scarpate straripanti di sporcizia atavica, in cima alle quali c’è gente che ci vive; ci sono le baracche, i bairros. C’è una cagna randagia con le mammelle nere di latte che nessun cucciolo succhia più; uomini con una lattina di Cuca, donne dallo sguardo indurito, il solito bimbo scalzo che gioca. I vecchi, loro no, non se ne vedono mai.

Vivere in Angola
Bairros e discariche

#5: …sono finita in prigione 
O quasi. E’ successo a settembre, per un problema di visto.  Ero appena tornata dall’Italia: sono al controllo passaporti e il polìcia, mi dice che no, non posso entrare in Angola, c’è un problema. Vengo condotta in un’area speciale dell’aeroporto, mi interrogano. Come è potuto succedere? In un portoghese febbrile, spiego che ormai vivo in Angola da svariati e mesi, mio marito lavora qui e… niente, le regole sono ferree. Faccio in tempo ad avvertirlo, per spiegargli la situazione. Poi mi trattengono passaporto, cellulare e pc. Attendo per ore in una specie di cella – non saprei come altro definirla visto che aveva le sbarre alle finestre e una porta priva di maniglia interna. Insieme ad altri quattro clandestini.
E quando finalmente la porta si apre, non è per farmi varcare la frontiera. E’ per rispedirmi in Italia: un poliziotto mi scorta sull’aereo. Atterrata a Luanda alle 5.30 del mattino, alle 14 ero già sul primo volo per Milano, un lunghissimo Luanda-Johannesburg-Monaco-Malpensa perché quello c’era.  Insomma in 2 giorni sono passata per 5 aeroporti, 1 specie di prigione e… sono tornata al punto di partenza.
No, non è stato piacevole. Ora ho un nuovo visto.

#6: …ho incontrato balene e delfini
Amo cercare le balene, sentire il loro canto. Tra luglio e ottobre, durante la stagione del cosiddetto Cacimbo, i grossi cetacei transitano proprio al largo di Luanda. Quel giorno le abbiamo trovate, sì. Ma è successo qualcos’altro: ci siamo imbattuti in un branco di un centinaio di delfini, che hanno cominciato a giocare, guizzare, seguire la nostra barchetta. Non ne avevo mai visti così tanti tutti insieme: un’emozione indimenticabile!

Delfini in Angola

#7: …si è parlato di ospedali e di veterinari
E’ molto ciarliero Jojo, il mio autista. Un giorno mi ha raccontato degli ospedali angolani. Che se non hai i soldi per pagare ti lasciano -letteralmente- fuori dalla porta. Celebre è il caso di un incidente verificatosi anni fa proprio davanti a una di queste strutture: un candongueiro, il tipico pulmino africano, si era ribaltato dopo uno scontro con un’auto. Ci sono stati feriti, alcuni gravi. Ma era povera gente, gente della strada, nullatenente o quasi e, come tale, dall’ospedale non è stata accolta.
Giorni dopo, succede che il mio cane vomita di brutto. Andiamo dal veterinario. Entra anche Jojo che da un veterinario non è mai stato. Mentre il dottore visita Namastè, lui attacca bottone con la receptionist. All’uscita, tutto il suo stupore: gli hanno mostrato le sale, i macchinari. ‘E’ proprio come un ospedale vero’ – mi fa. ‘E come sta Nama?’ Tutto ok – gli rispondo. Gli hanno appena fatto un’ecografia per vedere che cavolo aveva nello stomaco, ma non mi va di raccontarglielo. Penso al candongueiro rovesciato, alla gente agonizzante. A come, talvolta, a un cane tocchi una sorte più benevola che a una persona.

#8: …ho cominciato a guardare telenovelas (per imparare il portoghese).
Per cercare di integrarsi in un nuovo Paese, ritengo che la prima cosa da fare sia impararne la lingua. Del resto, l’ospite sono io: non sono gli altri che devono adattarsi a me. E poi studiare lingue straniere è da sempre la mia passione! Qui in Angola sono alle prese con la quarta: il portoghese.
Oltre alla grammatica, trovo sempre utile allenare l’orecchio: dato che sono partita da zero, ho cominciato con qualcosa di semplice e, dopo due o tre stagioni di Peppa Pig (!), sono passata alle telenovelas brasiliane, drammoni in costume terribili, ma se non altro con dialoghi semplici, utili allo scopo. Un esempio? Ecco il pirata sciupafemmine di Paixão (Passione)!

Paixão

#9: ho visto ballare la kizomba
Se il Congo è la culla della black music, l’Angola non è da meno. Qui c’è la semba (da non confondere con il samba), un ballo che prende il suo nome da una delle sue movenze più tipiche, il ‘tocco di pance’. C’è il kuduro, un po’ troppo tamarro per i miei gusti. C’è la sexissima tarraxinha e, soprattutto, c’è la kizomba, vero ballo nazionale che mescola tango, milonga e ritmi caraibici.
La kizomba affonda le proprie radici nel colonialismo: era il nome della danza dei popoli sopravvissuti alla schiavitù, una sorta di inno alla libertà. Oggi, la kizomba è un ballo molto sensuale, da fare stretti stretti sincronizzando anche e bacino.

#10: …a Natale, ho ammirato un albero di, ehm, stoccafissi.
Non ha bisogno di commenti, vero?

Vivere in Angola
Dà mais vida ao teu Natal! Fatte n’albero de stoccafissi!

Buon Natale a tutti dall’Angola,
cris

12 Comments

  • Devo recuperare un po’ di tuoi post, lo ammetto. Hai una capacità di racconto straordinario. E quello che racconti… Un anno intenso. Certo, non invidio disavventure forti come quella del ritorno forzato in Italia!
    Sei una persona speciale. Un punto per ogni neo scoperto! I tuoi pupilli devono aver fatto lo stesso ragionamento.

    • Ciao Tizzi! Le peripezie non sono ancora finite purtroppo… il visto temporaneo non mi è ancora stato rinnovato ed è da tre mesi che non posso uscire dall’Angola… sto sclerando, sul serio. ://

  • Un racconto davvero interessante ed emozionante.
    Quando hai parlato della tua attività di volontariato ho provato un sentimento contrastante, un concentrato di tristezza e gioia..complimenti per la tua forza!

    Ti auguro un felice e sereno anno nuovo

  • Un anno decisamente emozionante! Ti auguro un nuovo anno pieno di nuove emozioni. In fondo se te le vai a cercare in posti così meravigliosi… te le meriti tutte! In bocca al lupo!

    • Ciao Paola, grazie e crepi il lupo! Alcune esperienze sinceramente preferivo non farle :)) ma sull’emozionante, sì, non posso darti torto! Auguro un anno buonissimo anche a te!!

  • Ciao! Sempre bello “viaggiare” con te. Natale ormai trascorso, ti auguro un bellissimo 2018 ovunque la vita ti porti. Ciao. Buon Anno!

  • Mi hai finita con l’albero di stoccafissi, imperdibile! 😀
    Mi spiace per la disavventura del visto, per fortuna è finita bene.
    Sempre bello leggere le tue storie e soprattutto come i tuoi occhi si rapportano alla vita che vedi scorrere dal finestrino…potresti fare un reportage fotografico a tema!
    Bom Natal!
    ( anche io sono alle prese con le mie prime lezioni di portoghese :P)

    • hahaha, immagina anche l’odorino che emanava quell’albero! :DD
      Che brava, anche tu col portoghese: lo sto trovando molto – ma molto – più difficile dello spagnolo, confermi o sono solo io?
      Un sereno Natale, Giulia!
      cris

  • Terribile la disavventura in aeroporto! Però dai, il piacere di raccontarla non ha prezzo!
    Sono morta dalle risate sulla telenovela e sul figaccione (o fighetta forse) di Passione hahaha ma non era meglio il tuo classico metodo tradizionale vale a dire i nomi della frutta? 😉
    Spassosissimo post, ti auguro di cuore un sereno Natale e un 2018 pieno di viaggi!
    Daniela

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