Dove volano i condor: la Valle del Colca e i suoi pueblos

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Valle del Colca, Perù
Una storia di Cabana e Collagua e di quel che rimane oggi, tra terrazze coltivate e croci vestite a festa

Se dovessi scegliere una foto rappresentativa del mio viaggio tra Perù e Bolivia, probabilmente opterei per questa. Un grosso sacco colorato. Dentro c’è il Sudamerica che immaginavo: vivace, eccessivo, sacro e profano.  Ci sono greggi di vigogne, lama e alpaca. Foglie profumate, aromatiche, dalle proprietà che non conosco. Donne dalle gonne lunghe e variopinte, che camminano svelte in un piccolo pueblo. Vulcani fumanti su cui vola un condor e fiori delicati su cui si posa un colibrì. Pannocchie di mais bollito e peperoni piccanti.

Poco alla volta, il nodo che chiudeva quel sacco si è sciolto e tutte le cose che conteneva sono uscite, una ad una. E’ successo nella Valle del Colca.

La Valle del Colca si trova a circa 3 ore d’auto da Arequipa. Per arrivarci si attraversano le pampas di Cañahuas, uno dei pochi luoghi al mondo in cui, oltre ad alpaca e lama, si possono osservare le vigogne allo stato brado. Timide e aggraziate, hanno la lana più pregiata e lo sguardo incorniciato da ciglia lunghissime.

Mentre saliamo di quota, intorno a noi si disegna un paesaggio verde, fatto di terrazze coltivate: sono di origine precolombiana, ma gli indigeni le lavorano ancora oggi. Facciamo una breve sosta per bere un mate, il primo di una lunga serie. Prima di partire ci hanno detto di comprare caramelle e foglie di coca (qui sono legali) da masticare per constrastare il soroche, o mal di montagna. Oltre alla coca però, pare esserci anche un’altra pianta molto efficace in questi casi: si tratta della muña, la menta delle Ande, profumatissima e dal sapore molto più gradevole della coca che, invece, è amarognola. Nel nostro mate, viene aggiunta anche una terza erba, la chachacoma, che non si sa mai. Nelle prossime settimane avremo modo di scoprire che in Perù a ciascuna pianta, a ciascun frutto, viene attribuita una qualche proprietà curativa: sembra davvero che qui, la natura abbia un rimedio per ogni male.

Riscaldati dal mate bollente, raggiungiamo il punto più alto del nostro on the road: il Mirador de Los Vulcanes, a Patapampa (4910 m). Il perché del nome è facile immaginarlo. Da qui si vede una sezione della Cordillera sormontata da ben 8 vulcani: le cime innevate e altissime – tutte intorno ai 6000m –, le fumarole che salgono in una lunga colonna protesa verso il cielo. Alcuni vulcani sono attivi, come il Sabancaya e il Misti, la cui ultima eruzione risale al 1985. Altri, invece, godono di una certa fama: dal Mismi nasce il Rio delle Amazzoni e, in cima all’Ampato, è stata ritrovata Juanita, la mummia bambina conservata nel Museo Santuarios Andinos di Arequipa.

Cosa rappresentavano i vulcani nei tempi più antichi? Probabilmente, delle divinità. Curiosa e al tempo stesso raccapricciante la storia che lega le tribù pre-Inca alle proprie montagne. Nella Valle del Colca vivevano due popolazioni, una nella parte alta, i Collagua, parlanti il dialetto aymara, e una nella parte bassa, i Cabana, che comunicavano in quechua. Ma la lingua, evidentemente, non bastava a definire la propria appartenenza.

Serviva un ulteriore tratto distintivo, un tratto fisico. Entrambi i gruppi avevano l’abitudine di deformare i crani dei neonati. I Collagua li allungavano, i Cabana li appiattivano. Con strumenti in legno. I primi pare volessero rendere omaggio al vulcano Collaguata, dalla forma conica, i secondi a un altro vulcano, la cui sommità era invece piatta. I teschi rinvenuti sono stupefacenti: ne ho visti alcuni in Bolivia, al museo di Tiwanako, perché l’assurda usanza di rendere il cranio simile a una montagna era diffusa in svariate zone delle Ande, a quanto sembra. A interromperla, l’arrivo degli spagnoli e, forse, il rendersi conto di un tasso insolitamente alto di deficienze mentali e decessi in giovane età.

Oggi Cabana e Collagua abitano ancora la Valle del Colca. Vanno sempre fieri delle proprie origini, continuano a parlare due dialetti diversi ed è ancora possibile distinguerli semplicemente guardando le loro teste: le donne Cabana indossano cappelli di paillettes e le Collagua copricapi decorati con nastri variopinti.


Se ti fermi a visitare Chivay e qualche pueblo più piccino come Yanque, Maca o Pinchollo, le vedrai sicuramente. Le tipiche gonne andine, ampie, azzurre, violette, rosse. Gli alti ricami sull’orlo delle vesti, sui polsini, sui corpetti. La vivacità di quel sacco gettato sulla schiena. E le lunghe trecce nere. Camminano veloci, attraversano la Plaza de Armas, una costante in tutti i paesi peruviani. Vanno al mercato, quei mercati fantastici che ho adorato ovunque in Perù, straripanti di cibi di ogni genere, di frutta sconosciuta, dai nomi difficili da ricordare e dai sapori indimenticabili.

Sicuramente vanno in chiesa. Chiese che, lo so mi ripeto, ma ne hai mai viste di più colorate? Le nostre sono cupe, buie. Qui entri e trovi cappelle verde pisello, azzurro cielo, rosa zucchero filato. Vergini con il cappello in testa, una testa su cui sono stati incollati capelli veri – umani – perchè qui si usa così. Vergini dalla forma rassicurante, a cono. A montagna. E Gesù? Nel dipinto dell’Ultima Cena, nella Valle del Colca così come nella cattedrale di Cuzco, non ha davanti a sé pane e vino. Ha un cuy, il porcellino d’india, una prelibatezza locale, e un bicchiere di chicha morada, la bevanda a base di mais viola.

E’ il sincretismo, quella fusione inconciliabile tra la religione cristiana e il mondo andino. Lo stesso che caratterizza le croci (ri)vestite a festa, coperte di nastri e di fiori che, più che al sacrificio del crocifisso, fanno pensare alla natura, alla vita. Una croce, in particolare, è bellissima.

E’ la Cruz del Condor. E’ qui che, grazie a una sveglia di prima mattina e a un po’ di fortuna, potrai assistere al volo del più grande uccello del mondo (secondo solo all’albatros). Con un’apertura alare di oltre 3 metri e un peso fino a 12 kg, il condor ha difficoltà a muoversi nei cieli: ha un diaframma molto piccolo e per questo necessita di appoggiarsi al vento. Ecco perché il suo, più che un volare, è un planare. E’ in questo preciso punto tra le vette andine, che il condor trova le correnti ascensionali di cui ha bisogno per spostarsi e vivere: è qui che nidifica, è qui che cerca il cibo. Perché il condor si nutre di carcasse: i suoi artigli non sarebbero in grado di afferrare le prede.

Storia strana quella del condor, e un po’ triste, in fondo. Così imponente eppure limitato nei movimenti, così minaccioso ma incapace di uccidere. Bellissimo e maestoso in cielo quanto abietto in terra: il volto arcigno, i maschi abbruttiti dal grosso bernoccolo di carne sulla testa. Unico vezzo, il collarino bianco, che ogni esemplare veste dopo aver smesso il piumaggio marrone, intorno agli otto anni di età. Se la natura lo assiste, può arrivare a vivere più di mezzo secolo.

Ne vediamo tanti, e non ci speravamo. Li osserviamo per un po’ e poi li lasciamo lì, sospesi tra le cime innevate e l’abisso scavato dal fiume Colca, uno dei canyon più profondi del mondo.

Scivolano sul vento, le ali enormi, spiegate.
Vederli volare è uno spettacolo.

2 Comments

  • Che io ami il tuo modo di scrivere è una cosa che sai già perché te lo ripeto sempre. Qui, invece, devo farti i complimenti per la tua capacità di analisi senza mai essere pedante. Il cuy al posto del pane e la chicha morada al posto del vino? Io, quando sono stato nella valle del Colca, mica l’avevo notato!

    • Sì, in effetti ho uno spirito di osservazione che…no, in realtà me l’hanno fatto notare, non l’avrei mai visto altrimenti! 😉

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