Gli incredibili paesaggi della Reserva Avaroa, in Bolivia

Riserva Avaroa cosa vedere
Laguna Colorada, Reserva Nacional de Fauna Andina E. Avaroa, Bolivia
Lagune rosse e azzurre, vulcani e deserti, volpi e fenicotteri in un angolo di mondo dalle tinte surrealistiche

E’ domenica mattina, sono in un ostello interamente fatto di sale e si gela. Chiusa nel sacco a pelo, la zip bella alta, non so come fare a uscire da quel bozzolo caldo. Ripenso a un risveglio in Bhutan, a un mucchio di coperte e a una porta di legno che lasciava passare gli spifferi dell’Himalaya. Solo che no, non faceva così freddo.

Ora sono in Bolivia. Forse ti verranno in mente le lunghe trecce nere delle cholitas, quella conca sospesa a 4000m d’altezza che è La Paz e, naturalmente, il Salar de Uyuni. E se ti dicessi che la Bolivia è anche lagune rosse e azzurre, fenicotteri, alberi di pietra e bizzarri conigli dalla coda lunga?

In questo post ti racconto i nostri due giorni nella sorprendente Reserva Nacional de Fauna Andina Eduardo Avaroa, un ecosistema incredibile, che comincia appena più a sud del deserto salino di Uyuni e arriva a lambire i confini con Cile e Argentina.

Laguna Honda

DOMENICA
Di nuovo in jeep. Noi, i quattro backpackers compagni occasionali di questa tappa del nostro on the road, e Iván, la guida, che mette in moto e si avvia lungo una strada sconnessa, con destinazione il Salar de Chiguani. Quello di Chiguani non è suggestivo come il Salar de Uyuni. Non ha quella patina luccicante; è un territorio più ruvido, polveroso, attraversato da un binario solitario, che sembra puntare al cuore dei vulcani che si stagliano laggiù in fondo. Alcuni sono estinti, altri, come l’Ollague, fumano ancora. Due cani randagi, uno bianco e uno nero, sono l’unico sorriso in questa terra così desolata. Aspettano che le guide portino loro il pranzo, gli avanzi del pollo mangiato la sera prima.

Oggi mi sono messa il maglione di lana di alpaca che ho comprato l’altro giorno, quello che ti identifica subito come turista perché ce l’hanno addosso praticamente tutti. E’ bianco, con dei ricami rossi e verdi intorno al collo e sui polsi. E’ caldissimo. Tra oggi e domani saremo sempre tra i 4000 e i 5000m e preghiamo che non ci sia vento, che altrimenti il freddo diventa una lama.

Tre piccole lagune si avvicendano una dopo l’altra: sono quelle di Hedionda, Chiarkota e Honda. Tutte hanno l’acqua azzurrissima – Honda di più –, a tutte fa da sfondo almeno un vulcano dalla punta bianca e tutte sono attorniate da arbusti secchi, bassi e verdolini. Ma solo nelle prime due vediamo stormi di fenicotteri.

I flamencos non saranno gli unici animali che incontreremo in questi due giorni. Oltre a lama e vigogne, sulla strada che conduce all’Arbol de piedra, una formazione rocciosa a cui il vento e il tempo hanno dato la forma di un albero, ci fermiamo a osservare una volpe, il pelo folto e arruffato che la protegge dalle sferzate gelide delle Ande, e un gruppo di vizcacha, conigli ciccioni con le orecchie lunghe, lo sguardo sornione dietro agli occhi a mandorla e… una coda. Lunga. Da qualche parte c’è anche el titi – il puma – ma chissà dove!

Volpi inferocite, vizcacha e alberi di pietra

La prima giornata alla Reserva Avaroa ci riserva uno spettacolo fantastico, la Laguna Colorada. ‘Colorado’ in spagnolo significa anche ‘rosso’, ed è infatti un bel carminio che vediamo affiorare in superficie. Situata a circa 4300m di altezza, questa laguna deve il nome al plancton e alle alghe che popolano le sue acque, gli stessi che danno ai fenicotteri la loro sfumatura rosata. Una volta scesa la collinetta che la sovrasta, è possibile passeggiare lungo il litorale: qui brillano depositi bianchi di boro, magnesio e sodio.

Per vedere l’effetto colorado, devi però aver cura di visitare la laguna nelle ore centrali della giornata: al mattino la potresti trovare ghiacciata (e quindi non vedi alcuna tinta), mentre nelle ultime ore della giornata, dunque al diminuire della luce, il rosso diventa sempre meno intenso e brillante. Noi ci siamo stati verso le 15 e lo spettacolo era questo!

A fine giornata, arriviamo in un ostello se possibile ancora più freddo del precedente. Immediatamente, ci fiondiamo tutti intorno a una stufa che brucia yareta, una specie di muschio spugnoso che fa le veci della legna da ardere. Nessuno, però, se la sente di togliersi piumino e berretto. Una zuppa di quinoa, un piatto di verdure, persino una bottiglia di vino boliviano offerta dalla casa (pessimo, purtroppo…) e poi si ripete la scena tragicomica della sera precedente: srotolo il sacco a pelo, lo infilo nel letto, lo sistemo sotto le due coperte in dotazione, non sto nemmeno a togliermi la maglia (ci penserò domattina!) ma ci infilo su il pigiama, poi mi metto i calzettoni di lana e mi ficco nel sacco. Chiudo la zip, addio. Altro che Lapponia, questo sì che è Il Freddo!
Dormirò veramente male: siamo a oltre 4400m di altitudine e fatico a respirare.

LUNEDI’
Per fortuna, la notte è stata breve. Poche le ore di sonno e super anticipata la sveglia: alle 4.30 siamo già tutti al tavolo della colazione, davanti a una tazza bollente di the e a dei pancake impiastricciati di una gelatina fosforescente che sogna di essere marmellata di fragole. Perché così presto? Perché Iván vuole regalarci un’alba speciale. Superiamo un nauseabondo campo di geyser chiamato Sol de Mañana (a 4850m) e finalmente arriviamo a destinazione, come promesso, prima del sorgere del sole: aspetteremo i primi raggi a mollo nelle acque termali di Polques. Oddio, non immaginarti delle terme così, no. Il termometro segna -13° e a quella temperatura dobbiamo spogliarci in una cabina (senza riscaldamento, ma mica ci stupiamo più!) prima di entrare in una piscina ricca di minerali e soprattutto – niente di più gradito – calda: l’acqua è a 30°. Quasi mi tolgo il berretto di lana che ormai vive appiccicato alla mia testa. Quasi. Mo’ ti voglio vedere al momento di uscire, però.

Tornati in jeep, proseguiamo il nostro viaggio verso sud. Carichiamo un nuovo backpacker rimasto a piedi che, come rimedio contro il soroche, ci suggerisce di masticare candeggina invece delle foglie di coca. E’ pieno di tic nervosi e mi chiedo se siano dovuti a troppa candeggina. Passiamo in mezzo al Deserto di Dalì, paesaggio dalle suggestioni surrealistiche dipinto dalla natura, e poi accanto alla Laguna Verde, ai piedi del vulcano Licancabur. Zolfo, arsenico, piombo: sono loro che conferiscono alla laguna la sua tonalità verde/azzurra. Il confine con il Cile è ormai prossimo: raggiungiamo i 5000m di altezza e quel cartello verde che, nel bel mezzo del nulla, annuncia República de Chile. A San Pedro de Atacama non manca molto.

Polques e il deserto di Dalì 

Cile, alla prossima! Ora è il momento di puntare nuovamente a nord, verso Uyuni: domani, un aereo ci porterà a Machu Picchu!

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