Mangiare in viaggio: esperienze (più o meno) memorabili

In volo sulla Namibia
"Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo" – Oscar Wilde

Un attimo di silenzio per chi va quindici giorni all’estero e cerca ristoranti italiani.

Fatto? Bene. Allora possiamo cominciare. Sono un’appassionata di food. Proprio in generale, dico. Nel senso che trovo interessante persino il cibo servito in aereo (ehi, ho detto interessante, mica buono). Non sopporto il cucinare per la sopravvivenza – pasta in bianco e simili – ma ciò non significa che io ricerchi piatti elaborati, tutt’altro: prediligo quelli con pochi ingredienti ma di qualità, ben strutturati, pensati e dai sapori armoniosi.

Credo che non solo la cucina ma anche il modo di cucinare la dica lunga su di una famiglia e, per esteso, su di un’intera nazione. Per questo quando sono all’estero mi piace provare le specialità locali, conoscere la loro storia, come si preparano, come si accompagnano. Del resto cosa sarebbe l’India senza le spezie, il Marocco senza la tajine, l’Italia senza la pizza. Persino la Germania senza bratwurst! Perchè ogni viaggio, oltre che su strada, è anche, e sempre, un viaggio nel gusto.

“Zampe di rana, occhi di serpente, quattro pipistrelli e un ragno senza un dente”
Adeguarsi ai gusti locali, significa talvolta scontrarsi con palati molto diversi dal nostro. Palati abituati al piccante – prova un ema datshi in Bhutan e poi dimmi – , a sapori forti, ad alimenti che mai ci aspetteremmo di trovare in tavola. La cosa più disgustosa che ho buttato giù credo sia stato l’hákarl, il puzzolentissimo squalo fermentato in fossa (per un periodo da 3 a 6 mesi) assaggiato in Islanda più per sfida che per gola (ovviamente). Te lo servono col brennivín, una specie di acquavite che ti disinfetta, ti toglie il sapore dalla bocca e – aggiungo io – ti stordisce in modo da dimenticare ciò che hai appena ingoiato. Di cosa sa l’hákarl? Per me, di ammoniaca.

Qui a Luanda, Angola, al supermercato vendono catatos, larve essiccate che contengono, in proporzione, più ferro e proteine del manzo. Le trovi tra la farina e i legumi secchi se vuoi provarle, ma non guardare me che io non ce l’ho mai fatta. Forse è un bene che io conosca ancora così poco l’Asia: non credo mi sentirei a mio agio a vedere spiedini di insetti e simili.

mangiare in viaggio
Hákarl e brennivín…
…o catatos?

Che poi, diciamo la verità, quel che blocca il commensale, più del gusto (che non conosce), è l’aspetto. Prendiamo il cuy, ad esempio. Il porcellino d’India, quello peloso e morbidoso che in Perù finisce infilzato sullo spiedo, grigliato e servito su di un vassoio con dentini, zampine e contorno di insalata. Che da animale tenerino diventa praticamente un grosso ratto nel piatto. Ecco, sotto questa veste non ce l’ho fatta a mangiarlo. Però, è una specialità locale e… così l’ho ordinato in chicharron, dunque fritto, a pezzi. E, bhè, era buonissimo. Come un pollo ma molto più gustoso.

A proposito di animali strani, sempre in Perù ho assaggiato alpaca e lama, in Lapponia è stata la volta della renna, mentre qui in Africa, del kudu: una specie di grossa antilope saporitissima e che ho trovato sulle tavole di Sudafrica, Tanzania, Namibia e Botswana. Non mi azzarderei però a provare animali tipo coccodrillo, elefante e tanto meno il serpente, sebbene mi siano state dette meraviglie in Congo. Ed evito anche determinate parti di animali, specialmente dopo aver fatto un giro nel mercato di San Pedro a Cusco.

Degna di nota, la pizza con cammello affumicato scovata su di un menù in Australia. No, non l’ho ordinata.

cosa vedere al mercato San Pedro Cusco
Musi al mercato, Perù

Junk food mon amour
Il mio capitolo preferito. Quello delle schifezze. Perchè il junk food io lo amo, che ci posso fare. Comincio a roteare gli occhi quando sento discorsi tipo “e il fritto no perchè è veleno, e le carote solo crude che cotte sprigionano zuccheri, e il the solo in foglie che la bustina ti-fa-venire-il-cancro-l’ha-detto-Report”… Gente pesante ne abbiamo?!? Ricordo una vacanza quasi interamente a base di McDonald’s (ma ero giovane e dovevo pur risparmiare), dov’era? Forse in Spagna, o in Portogallo. E ricordo che c’era una promozione e che, per ogni cena, ti davano un paio di infradito (tornata in Italia potevo praticamente aprire un chiosco in spiaggia).

Ricordo barrette di Mars fritte (Australia), burritos a colazione (giuro – a Whistler, Canada), cene interamente a base di soufflè (Parigi), patate fritte con maionese a gogo (probabilmente il motivo inconscio per cui amo Amsterdam).  E poi c’è stato quell’episodio a Trastevere che, quando il cameriere ci ha chiesto se volevamo concludere con un dessert, abbiamo risposto che avremmo preferito un fritto alla romana se non aveva nulla in contrario. Ha riso di cuore e ci ha portato un piatto di carciofi alla giudìa, baccalà e altre cosine buone e pastellate.

E da bere? Sono diventata fan della Inca Kola in Perù, una bibita gialla fosforescente dal sapore di bubble gum, e porto nel cuore (!) la Birra Margarita (Page, AZ) che altro non è che un bicchierone di Margarita con una Coronita (bottiglietta di Corona) sapientemente pucciata dentro. Cioè, son cose. Mica stiamo qui a grigliare verdure.

Inca Kola

Drive through
E poi c’è il cibo in auto. Perchè l’on the road è la tipologia di viaggio che ci piace di più e, talvolta, guidiamo (cioè il marito guida, io no) anche 400km al giorno. Dunque, qualcosa da sgranocchiare ci va. Di solito tocca agli Oreo – solo i double cream che gli altri non vale la pena – ma capita anche che io abbia un attacco salutista. Raramente eh, ma capita. Tipo che prima di partire per la Namibia mi sono comprata un paccone di bacche di Goji da smangiucchiare strada facendo. Ecco, MAI PIU’. Acide, amarognole. Uno schifo. Siamo passati ai biscotti, quelli con le gocce di cioccolato dentro. E soprattutto alla Biltong, carne essiccata e speziata che avevamo già conosciuto in Sudafrica. Ricorda un po’ la nostra mocetta.

E poi arriva lui, il fine dining
Ogni tanto invece faccio la persona fine. Metto i tacchi e vado da Nobu a Milano, a mangiare ostriche in un Oyster Bar (quello da Harrod’s il mio preferito!), in un ristorante stellato o della categoria ‘The World’s 50 best restaurants‘. E mi do al cosiddetto fine dining: a Londra sono stata al Maze di Gordon Ramsay* e a L’Atelier de Joël Robuchon**, mentre in Italia, amo il VUN** di Andrea Aprea a Milano (la caprese dolce-salato è qualcosa di…), Mammà* (Capri) e, nel mio Piemonte, Piazza Duomo***, eletto nel 2018 sedicesimo ristorante al mondo. Ho provato anche il settimo in classifica, il Maido a Lima, con la cucina Nikkei firmata da Mitsuharu Tsumura, che mescola tradizioni peruviane e giapponesi.

Alcuni piatti di VUN, Milano

Insomma, proprio come nel caso degli hotel, mi adatto più a meno a tutto. Ho un unico nemico giurato, un alimento che detesto sopra ogni cosa: il parmigiano. Lo tollero solo se gratinato o fuso (in piccole dosi) insieme ad altri ingredienti, giusto per insaporire. Ma prova a portarmi una pasta con il parmigiano fresco grattugiato su. Mi sa che è la volta buona che provo i catatos.

E tu? Raccontami le tue esperienze più o meno ghiotte qui di seguito!

4 Comments

  • Ma il kudu è buonissimo!!!
    Cioè, mi spiace tanto per i kudu, ma sono strafavolosi da mangiare!!!

    Anche io adoro il junk food. Hanno un po’ rotto le palle con la cucina bio, a km zero, salutista, vegana, crudariana ma solo nei giorni pari…..

    Datemi del fritto e un birrozza…. probabilmente morirò prima, ma almeno avrò vissuto felicemente! 😉

    Elena

  • Ti adoro! Voglio partire con te!
    Ma sai quanta gente invece in viaggio cerca a tutti i costi il ristorante pseudo-italiano o mangia solo da McDonald’s perché altrimenti “si mangia male”? Purtroppo credo a moltissima gente, spesso anche a chi viaggia molto, manchi una dote fondamentale: la curiosità. Come si fa a non essere curiosi di provare il pesce fermentato, o la carne di renna essiccata? Poi non è che ci deve piacere per forza.
    Io invece ho un unico nemico: gli insetti 😉
    Buona giornata 😍

    • hahhahah ci troveremmo bene in viaggio insieme! Anch’io credo si tratti di mancanza di curiosità, spesso accompagnata da manie pseudo salutiste portate avanti più per moda che per necessità.
      Il mio prossimo assaggio sarà il Durian – sai quel frutto puzzolentissimo che in Asia vietano addirittura in alcuni luoghi pubblici – l’ho trovato in un mercato cinese qui a Luanda e la prossima volta lo compro! 😉

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