Come e perchè organizzare un viaggio lungo la Route 66

route 66 come organizzare viaggio
Nel Deserto del Mojave, California
Dritte e consigli pratici per pianificare e vivere l'on the road più emozionante d'America

E’ la Strada Madre. Corre per oltre 2448 miglia – quasi 4000 km – attraversa 8 stati e 3 fusi orari. Rappresenta da sempre il sogno americano, da chi, come i Joad di Steinbeck, fuggiva la miseria a chi, con un Volkswagen van, partiva alla ricerca di un posto al sole. Oggi, per molti è ancora la strada dell’avventura, da viversi tutta nel Paese che, in quanto a on the road, non ha rivali.
Il viaggio lungo la Route66 è uno dei più belli che tu possa fare nella vita e, in questo post, ti do qualche dritta per organizzarlo.

La Route66 ieri
La US Highway 66 è stata una delle prime autostrade federali costruite negli USA: un ambizioso rotolo d’asfalto che partiva da Chicago, Illinois e, dopo aver attraversato Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico e Arizona, terminava a Los Angeles, California.

Sebbene oggi la si associ a immagini di libertà e spensieratezza, chi per primo la solcò aveva il cuore tutt’altro che leggero. Siamo nei Dirty Thirties – gli anni ’30 – e la 66 era la strada dei disperati: cittadini del Midwest in fuga dalla Grande Depressione e nullatenenti dell’Oklahoma – gli okies – che, con pochi mezzi ma tante aspettative lasciavano le tempeste polverose della Dust Bowl per cercare un futuro migliore.

E’ solo negli anni ‘50 che la Route66 assume una nuova connotazione, diventando emblema della cultura pop. Il benessere postbellico porta la gente a viaggiare (e a spendere) di più e la 66 diventa un viale luminoso, dove i sogni e le speranze si accendono insieme alle insegne al neon. E’ questa l’America che oggi più si lega alla 66, quella colorata dei motel, dei jukebox, dei drive-in e delle Corvette.

Tuttavia, fu proprio questo boom, paradossalmente, a decretare la rovina della Main Road of America. Per favorire un maggior transito di persone, negli anni ‘60 si avviò la costruzione di una serie di interstate, autostrade larghe e agevoli che, tagliandole fuori, determinarono la lenta decadenza di tutte quelle comunità e attività commerciali nate con e per la 66. Fino a che, nel 1985, la fine: soppiantata da arterie più veloci e spaziose, la US66 fu cancellata dalle cartine. La principale via degli Stati Uniti sparì definitivamente dal sistema autostradale.

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Memorabilia al Route 66 Hall of Fame & Museum di Pontiac, IL

La Route66 oggi
La Route66 così come la si conosceva nel secolo scorso – un nastro ininterrotto che univa 8 stati – non esiste dunque più. Ciò che rimane è un tracciato scomposto, spezzato in decine di segmenti dai nomi diversi, alcuni inglobati dalle moderne interstate, altri divenuti strade secondarie a doppia corsia, altri ancora straducole di montagna, di campagna o, addirittura, sterrati che nessuno usa più. Come un puzzle, la Route66 è oggi frammentata in tante tessere, alcune delle quali perse per sempre (circa il 15% del percorso originale non è più percorribile), altre ancora lì, in attesa di essere riordinate dal viaggiatore di turno. Perché chi si propone di percorrere la vecchia 66 non fa che questo: rimette insieme i pezzi, cerca di ricostruire quella gloriosa visione d’insieme andata perduta.

Come ricomporre il puzzle? Ossia, come rintracciare i tratti stradali che costituiscono la vecchia 66, dato che questa non è più presente sulle cartine? Ti aiutano nell’impresa i cartelli marroni, quelli con su scritto Historic Route66. Ti aiutano gli shield, i grossi scudi bianchi dipinti sull’asfalto che recano il logo della strada. E ti aiutano le stesse interstate – la I-55 da Chicago a St. Louis; la I-44 da St. Louis a Oklahoma City; la I-40 da Oklahoma City a Barstow; la I-15 da Barstow a San Bernardino; la I-10 da San Bernardino a Santa Monica – dato che spesso, la old 66, riconoscibilissima, è la strada che vi corre parallela. Ma soprattutto ti aiutano alcune mappe specifiche e, qui, passiamo al punto successivo.

Un tratto originale, in Arizona

Organizzare il viaggio
# I supporti. Sulla Mother Road sono state scritte decine e decine di guide, ma non perderci la testa: è una vacanza, mica un esame universitario. Imprescindibili sono però le mappe “Here it is!”: 8 cartine, una per stato, che affiancano all’interstate (segnalata in bianco) il percorso della route originale (in nero). Corredate da indicazioni stradali dettagliate e da un elenco delle attrazioni da visitare lungo il percorso, queste mappe non solo ti aiuteranno a raccapezzarti nei momenti di smarrimento (perché cercare di ricalcare un tracciato che non c’è più significa sbagliare strada più e più volte), ma daranno al tuo on the road quel sapore un po’ vintage che non guasta mai: il navigatore mica sa qual è la Mother Road!

# East or westbound? Da Los Angeles a Chicago o da Chicago a Los Angeles. La direzione non è importante ma, personalmente, suggerisco di procedere da est a ovest, affinchè il viaggio assuma il suo significato originario: la conquista del West, la ricerca del sole, del clima mite della California. E poi terminare con i piedi nell’oceano mi sembra la giusta ricompensa dopo tanta strada, no?

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Here it is! Le imperdibili mappe a cura di Jim Ross e Jerry McClanahan

# Quando andare? Da un punto di vista meteorologico, il periodo migliore per attraversare gli USA è in piena estate. Se come me scegli di viaggiare a inizio maggio, potresti trovare un clima molto instabile, per lo meno fino al New Mexico. Detto ciò, considerando che, in fin dei conti, la nostra tabella di marcia non è stata intaccata dal meteo, non cambierei mai – e dico MAI – il cielo grigio con l’azzurro assicurato di luglio e agosto. Il perchè è facile immaginarlo. Pensa a paesini minuscoli, dell’America di provincia. Alle città fantasma. A luoghi che fanno del silenzio e della desolazione il loro punto di forza, il loro fascino. Ecco, pensali ora invasi da pullman di turisti e treppiedi posizionati in ogni dove: in estate la Route 66 diventa un irritante parco a tema.
E poi, attraversare gli USA sperimentando ogni variazione climatica fa parte del gioco: abbiamo cominciato con la neve a Chicago, poi ci sono stati gli acquazzoni e i tornado del Midwest, il cielo d’asfalto del Texas, l’aria calda del New Mexico, la brevissima primavera dell’Arizona con i suoi fiori selvatici e… abbiamo finito con un tramonto rosa in California.

# Quanto tempo serve? L’itinerario perfetto non esiste. Puoi stare on the road dieci giorni così come un mese e… non vedrai mai tutto quel che c’è da vedere. Pensa che Ian, il ragazzo che gestisce il piccolo chiosco 66 to Cali al Santa Monica Pier, ha percorso la Route66 25 volte. Cioè, ven-ti-cin-que. Perché? Because everytime it’s different – dice. Certo, perché la 66 non è un museo, è una strada viva. Un motel che l’anno scorso c’era, quest’anno ha chiuso i battenti; una stazione di benzina è caduta in disuso e un’altra ha riaperto; uno store in cui volevi fermarti termina il servizio alle 17 e tu sei arrivato alle 17.30; un diner è operativo solo dal lunedì al venerdì e tu sei passato di sabato e via dicendo… Rassegnati, non puoi vedere tutto.
Ma sai cosa? Non importa. Ecco perché dicevo di non fissarti su mille guide: la Route66 non è un parco giochi o una caccia al tesoro. E’ un’avventura da vivere con tutti gli imprevisti che, da sempre, caratterizzano il viaggio su strada e che, in fin dei conti, costituiscono l’unica maniera che abbiamo per dare ancora una parvenza di autenticità a quest’America quasi del tutto scomparsa.

Hackberry General Store, AZ

Le deviazioni
La Mother Road comincia nel Midwest, tra i grattacieli della Windy City. Attraversa l’Illinois, il fiume Mississippi ed entra in Missouri, stato verde e boscoso di mandrie e vigneti. Poi prosegue brevemente in Kansas, la terra di Dorothy soggetta a tornado e flash flood, e poi giunge nel polveroso Oklahoma. Entra nelle Great Plains texane e, progressivamente, si circonda del territorio rosso e roccioso (e stupendo) di New Mexico e Arizona, per poi immettersi nel nulla assoluto del ‘terribile e luminoso’ Deserto del Mojave, in California. Dove, esausta, si getta nel Pacifico. Attraversa tre fusi orari e presta orecchio a una miriade di accenti diversi.

Eppure, come se tutto ciò non fosse sufficiente, il viaggiatore è tentato di fare deviazioni. Oh certo, perché i Grandi Parchi e Las Vegas, per citarne solo alcune tra le tante possibili, sono dietro l’angolo (il che, in distanze americane, significa un paio di giorni). Io stessa ci sono caduta, concedendomi due giorni fuori porta, ma col senno di poi non lo rifarei. Percorrere la Route66 è un’esperienza davvero totalizzante, ti coinvolge, ti prende in tutto e per tutto e abbandonarla significa snaturare il viaggio, uscire da questo mood che si è venuto a costruire così magicamente. Cercare di vedere ‘quanta più America possibile’ in due o tre settimane finirà per essere controproducente: il passo tra un itinerario emozionalmente intenso e una gara a mettere quante più bandierine nel minor tempo possibile è molto breve, con tutta la superficialità che ne consegue. Scegli dunque un tragitto preciso e, se si tratta della Mother Road, non la tradire.

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Uno Shield in Missouri

Il mezzo di trasporto
Sono in tanti a non giudicarlo importante, partendo dal presupposto che, quel che conta, è andare. Non sono completamente d’accordo. Chiedi a un centauro se preferisce percorrere la 66 con una Harley o con una Toyota Corolla e vediamo cosa risponde. Stiamo parlando dell’on the road per eccellenza: il mezzo che scegli conta, eccome! Diventerà un vero e proprio compagno di avventura, un altro tassello che renderà questo viaggio unico. Abbiamo incontrato viaggiatori in moto, camper, pulmini VW, Corvette – quella rossa del ’57 è l’emblema della 66 – e tantissimi in auto sportive. Noi abbiamo optato per una Camaro SS Convertible: viaggiare con il vento nei capelli su questa strada è un’esperienza da brividi. E’ la libertà a cui viene associata la Mother Road.

Una famiglia in van a Tucumcari, NM

Ma in concreto, cosa vedrò lungo la Route 66?
La strada, qualunque strada, è per definizione, legata all’automobile. Percorrere la Route 66 significa dunque risalire in quest’ottica la memory lane d’America, capire come la nazione è cambiata e si è evoluta in funzione del boom di vetture che ha caratterizzato il ‘900. Non troverai lungo la 66 attrazioni particolarmente imponenti o strabilianti. Piuttosto, vedrai sfilare una miriade di piccole, deliziose tappe, alcune che non richiedono più di 10 minuti di visita. Nello specifico troverai…

… le fillin’ stations
Vado fino negli USA per vedere dei distributori di benzina? Proprio così! E, ti dirò di più, sono una delle attrattive maggiori della Route, la sua icona e il suo carburante, in senso figurato e non. Stazioni vintage, coloratissime, le più belle allestite dentro quelli che sembravano piccoli cottage che, ai timorosi viaggiatori di un tempo, davano appunto l’idea di casa, di un posto accogliente. Phillips 66, Conoco, Texaco: alcune di queste stazioni sono oggi cadute in disuso e non sono che un groviglio di ruggine, altre ancora sono invece state ristrutturate e somigliano in tutto e per tutto all’originale. Si trovano soprattutto nella prima metà del percorso, grossomodo fino al Texas. Tra le più caratteristiche, la Ambler’s Texaco di Dwight, IL; la Soulsby’s, di Mt. Olive, IL; la Sinclair di Gay Parita a Ash Grove, MO; l’Hole in the Wall della Conoco di Commerce, OK e la Lucille’s Gas Station di Hydro, OK.

Sinclair Filling Station di Gay Parita a Ash Grove, MO

…. i motel (e i loro neon)
Inizialmente erano i Motor Court, locali nati durante la Grande Depressione, economici e spartani, pensati per accogliere i viaggiatori del MidWest. Poi, la gente in transito aumentò e con loro le strutture ricettive: nacquero i motel (motor+hotel) che, a prezzi modici, promettevano con le luci accecanti delle loro insegne due cose preziose: l’aria condizionata – di cui le auto erano sprovviste, ricordiamolo! – e delle clean restrooms. Due concetti che, tra l’altro, vengono tutt’ora ribaditi a grandi lettere sui vari cartelloni pubblicitari che costeggiano le highways americane.

Oggi, della maggior parte di questi storici motel non rimangono che le gigantesche insegne che, scolorite dal sole e dal tempo, inviano messaggi monchi a chi ha ancora voglia di leggerli. Hanno un fascino triste, sono bellissime da vedere. Il fatto è che molte strutture sono proprietà di privati che, se non riescono più ricavarne denaro, non esitano a lasciarle decadere indipendentemente dal valore storico che rivestono. E così, ogni anno, la Route66 perde un pezzetto di sé.

La buona notizia è che alcuni di questi motel sono ancora in funzione e, non dormirci, significa perdere buona parte di quella che è l’esperienza Route66. Il mitico Blue Swallow di Tucumcari è di certo l’esempio più famoso, ma ce ne sono tanti altri, come il Boots Court di Carthage, MO; il Munger Moss di Lebanon, MO; il Trovatore di Kingman, AZ; il Wigwam Motel di Rialto, CA… Se vuoi pernottare in alcuni di questi motel ricordati di muoverti molto per tempo, anche parecchi mesi: molti di essi non hanno che una quindicina di stanze. In un prossimo post ti racconterò quelli che ho sperimentato personalmente!

Blue Swallow Motel, Tucumcari, NM

… il roadfood
Che adoro mangiare, lo dico sempre. Se nei suoi anni d’oro la 66 era conosciuta come il ‘ribbon of eateries’, oggi non è da meno: l’esperienza culinaria è fantastica (almeno per chi ama il junk food, non certo per chi sgranocchia forsennatamente gallette di riso)!
Troverai ad attenderti pancake house, coloratissimi diners ispirati ai nifty fifties dove ordinare enormi milkshake o ipercaloriche banana split, banconi ai quali addentare hot dog e i santi, santissimi hamburger nascosti da montagne di patate fritte e anelli di cipolla, tavolacci su cui divorare fried chicken e bistecche sanguinolente (chi non conosce la challenge lanciata dal Big Texan Steak Ranch di Amarillo?) e locali dalle note piccanti – in Arizona e New Mexico – in cui riempirsi la bocca di enchiladas, burritos e tacos. Hai presente la scena del pollo fritto del bellissimo Green Book? Ecco, indovina chi, tra e me e mio marito, potrebbe essere Viggo Mortensen (!). Indizio: sono tornata con 2kg in più.

Un diner ad Albuquerque, NM

… tanto kitsch e tanto vintage
La sedia a dondolo più grande del mondo, una balena azzurra di 20 metri, alberi di stivali, bagni pubblici tappezzati di foto di Elvis e Marylin, nostalgici drive-in e giganti in fibra di vetro che pubblicizzano hot dog. General store che nascondo all’interno una piccola collezione d’auto d’epoca, Cadillac gettate nel fango e trasformate da un milionario texano in un’ormai iconica installazione artistica. Desoto e Oldsmobile anni ’50 parcheggiate dove meno te l’aspetti.
Ma anche neon che, fatiscenti di giorno, riacquistano il loro antico splendore di notte, accesi e, ancora, città fantasma, trading post scoloriti, banchi del pegno che non fanno più credito a nessuno e cartelloni pubblicitari che pubblicizzano qualcosa che non c’è più. Murales commemorativi e garage dalle insegne arrugginite. E musei, tanti musei spesso poco più grandi di una stanza, che raccolgono alla rinfusa fino al più piccolo cimelio legato alla Strada. Questo è tutto quel che costituisce l’anima della Route 66. Niente di speciale in fondo, eppure… così speciale.

La Blue Whale di Catoosa, OK

Insomma, io non so se ti ho fatto venire voglia di partire o no: la Route66 non fa per tutti. Vorrei però chiudere questo lungo articolo (grazie se sei arrivato alla fine!), con due citazioni che racchiudono il senso, i motivi per cui intraprendere questo viaggio.

La prima è la chiusa di questo libro, che ho comprato al museo di Clinton, OK: “Traveling Route 66 is not about understanding America; it is about contemplating America. The difference is vast. America is not to be understood”. E’ vero: di certo, giunto all’end of the trail non puoi avere la pretesa di aver finalmente compreso l’America (maddai, su), però, se gli Stati Uniti sono la tua passione, la Mother Road è una delle terrazze migliori da cui osservarli.

La seconda è tratta da Cars, film Disney ispirato alla Route 66:
Sally Carrera: Forty years ago, that interstate down there didn’t exist.
Lightning McQueen: Really?
Sally Carrera: Yeah. Back then, cars came across the country a whole different way. The road didn’t cut through the land like that interstate. It moved with the land, it rose, it fell, it curved. Cars didn’t drive on it to make great time. They drove on it to have a great time.

Che più o meno, significa che, un tempo, l’importante non era arrivare. Era viaggiare. E il bello della 66 è proprio questo: la meta non è Los Angeles nè Chicago; il viaggio in sé è già la destinazione.

 

Tutti gli articoli che via via inserirò sulla Route66 li trovi a questo link.

2 Comments

  • Non solo sono arrivata fino alla fine ma ho anche subito inviato il tuo articolo a mio marito che è l organizzatore ufficiale dei nostri viaggi! Veramente un’esperienza fantastica e decritta meravigliosamente che ti fa venire voglia DI partire subito! (Già mentre ti seguivo durante il viaggio). Grazie di tutte le info!!

    • Ciao Luna, grazie a te per seguirmi sempre :))
      PS: mi raccomando insisti col marito!

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