Route66: cosa vedere in Missouri, dove la strada è nata

Route66 cosa vedere in Missouri
Bob's Gasoline Alley, Cuba, MO
La più grande collezione di memorabilia a tema 66 del Midwest si trova qui. E anche il mio motel preferito.

Questo post non offre un elenco esaustivo di tutto ciò che puoi incontrare lungo la Route66 in Missouri. Le tappe sono tante e, come dicevo qui, variano in base al tempo che hai a disposizione, ai tuoi interessi e… al caso: non è infrequente arrivare a metà pomeriggio in un museo/diner/attrazione qualsiasi e trovarla (già) chiusa. Sono gli imprevisti che caratterizzano qualunque on the road! Goditi la strada così come viene: è il consiglio più grande che posso darti affinchè il tuo viaggio sia speciale.
Qui di seguito, il mio Missouri.

Nickname: Missouri, birthplace of Route66
Distanza coperta dalla historic route: 317/2448 miglia totali
Interstate di riferimento: I-44
Fuso orario: Central Time

Saint Louis – A fare da confine naturale tra Illinois e Missouri è il fiume Mississippi. Per passare da uno stato all’altro, chi percorreva la US 66, attraversava il Chain of Rocks Bridge ma, poiché oggi questo ponte è chiuso ai veicoli, procediamo sullo Stan Musial Veterans Memorial (e ormai – è più forte di me! – ogni volta che attraverso un ponte mi viene in mente Verrazzano). Superato il fiume, ecco St. Louis. Siamo in pieno Midwest: il Gateway Arch, simbolo della città oltre che arco più alto del mondo, è la porta dell’Ovest.

Ufficialmente, la Mother Road è nata proprio qui in Missouri: il progetto è stato approvato nella cittadina di Springfield nel 1926. In questo stato ci aspetta una 66 molto ondulata: la strada segue il profilo dei monti Ozark, colline verdi spesso coltivate a vite e punteggiate, a intervalli regolari, da giganteschi billboard che pubblicizzano la principale attrazione naturale del Missouri, le Meramec Caverns, che richiamano visitatori sin dagli anni 30. E’ in queste grotte che si era nascosto Jesse James, uno dei banditi più noti del West: a lui, la cittadina di Stanton ha dedicato un museo.
Io, essendo claustrofobica, evito di infilarmi in un cunicolo e procedo verso…

Cuba – La chiamano mural city, per via dei numerosissimi murales che ricoprono le facciate dei suoi palazzi. Non hanno necessariamente a che fare con la Route66 ma raccontano la storia del Missouri e dei personaggi ad esso legati: gli Osage, tribù di nativi che abitava la regione; l’aviatrice Amelia Earhart che a Cuba fece un atterraggio di emergenza, e persino Bette Davis che, insieme al marito, attraversò la città a bordo di una Packard Station Wagon. Ma Cuba è così carina che alcuni scorci sono meglio dei murales stessi!

Qui in Missouri ci sono almeno tre motel storici in cui vale la pena fermarsi, se non per dormire anche solo per dar loro un’occhiata. Uno di questi è proprio a Cuba: si tratta del il Wagon Wheel, un motel anni ’30 dalla riconoscibilissima insegna al neon.

Prima di lasciare la cittadina, fai una sosta da Bob: la sua Gasoline Alley (822 Beamer Ln) è la più ampia collezione di memorabilia a tema Mother Road del Midwest! Nella sua proprietà vedrai esposti street sign, pompe di benzina, semafori, pubblicità vintage di praticamente tutte le oil company americane e persino un grosso dinosauro – mascotte del brand Sinclair – piazzato sul tetto. Se poi incontri Bob in persona (almeno credo fosse lui!), vedrai che sarà lieto di aprirti le porte del suo capannone, che raccoglie meraviglie al pari dell’esterno! Sarai catapultato in un mondo luminoso, pieno di cimeli di ogni genere risalenti agli anni 50 e 60: un jukebox da cui escono le note sfrenate del rock ‘n roll, luci intermittenti che colorano le insegne di Pepsi e Coca Cola, l’immancabile statua a grandezza naturale di Elvis, foto d’epoca e molto altro!
Poi ci sono pure dei lama che brucano l’erba nel prato circostante (?!?) ma… questa è un’altra storia.

Fanning – Ricordi che, raccontandoti l’Illinois, dicevo che se non è grande e kitsch non lo vogliamo? Ecco, qui a Fanning trovi niente meno che la seconda sedia a dondolo più grande del mondo. Seconda perché a strappare questo invidiabile primato al Missouri è stato proprio il vicino Illinois che, nel 2015, ha realizzato una rocking chair ben 4 metri più alta (e, voglio dire, son cose…)

Noi intanto proseguiamo il nostro viaggio in direzione di Rolla e del suo trading post: da qui fino alla città di Springfield, la Route66 assume un sapore amaro. Ricalca infatti parte del Trail of Tears, il sentiero delle lacrime che, nell’inverno del 1838, le tribù Cherokee furono forzatamente obbligate a percorrere dopo essere state scacciate dalle loro terre. Un segmento triste, eppure di indubbia bellezza, che coincide con uno dei tratti più suggestivi ed autentici della historic route:

Devil’s Elbow – Un vecchio ponte di ferro steso sopra un’ansa particolarmente scenografica del Big Piney River e, in terra, lo shield della 66: è una piccola chicca questa tappa, riaperta al pubblico solo nel 2014! La strada (e il ponte ovviamente) sono molto stretti ma per fortuna non c’è un gran traffico; oltre a noi, solo un tizio con una Mustang rosso fuoco che si ferma a fotografare lo scudetto sull’asfalto. Ancora non lo sappiamo ma incroceremo questo ragazzo – che ha intrapreso la Mother Road in solitaria – svariate volte prima di giungere a Los Angeles: come spesso accade, chi percorre la 66 è destinato a ritrovarsi e riconoscersi in più tappe.

Lebanon – Molto probabilmente, se ti è già capitato di guidare in Missouri, avrai notato moltissimi armadilli lungo la carreggiata. Se vent’anni fa avvistare un armadillo da queste parti era un evento straordinario, oggi la cosa non stupisce più nessuno; a causa di inverni sempre più miti, i piccoli mammiferi stanno migrando in massa dal Texas e il Missouri sembra oggi essere “on the cusp of the armadillo invasion”. Purtroppo per loro però, sono tantissimi quelli investiti dalle auto in corsa: attenzione al volante, quindi! Nel frattempo abbiamo raggiunto Lebanon, dove si trova un altro motel storico, il Munger Moss, dalla enorme insegna al neon squisitamente vintage.

Paris Springs Junction – Questa è una tappa che molti viaggiatori considerano tra le più emozionanti. Ti avevo già detto qui che la storia della Route66 è intrecciata a quella di alcuni personaggi, i cosiddetti ‘angeli della strada’. Ecco, la Gay Parita Gas Station, il distributore Sinclair di Paris Junction, apparteneva a uno di loro. Gary Turner era uno dei soggetti più piacevoli e conosciuti della Mother Road.
Amava la Strada e amava parlare e si dice intrattenesse (simpaticamente!) fino allo sfinimento i viaggiatori che passavano di lì, regalando loro storie e aneddoti di vita vissuta e, soprattutto, suggerimenti e consigli di viaggio. Annotava tutto su una cartolina in bianco e nero che autografava prima di consegnarla ai suoi nuovi amici. Su di essa era stampata questa frase: “Folks from all over the world say it’s the dream of their life to travel historic Route66. It’s the dream of my life to meet those folks. Friends for life”. Quella cartolina ce l’ho ora tra le mani, ma non è autografata, né ci sono appunti sul retro: Gary è mancato nel 2015. Il suo spirito, però, è ancora lì in quella stazione anni ’30: a tenerne vivo il ricordo, la miriade di pupazzi e bigliettini commemorativi lasciati con affetto da chi l’ha conosciuto.

route 66 come organizzare viaggio

Se per caso la stavi seguendo, una volta arrivato a Paris Junction, non rientrare sulla Interstate. Continua invece lungo la route originale che, da qui fino al confine col Kansas prende il nome di ghost highway. Una dopo l’altra, si susseguono infatti cittadine più o meno fantasma, abbandonate a se stesse una volta costruita l’I-44. Manca poco e arriverai a quella che è stata la mia tappa preferita in Missouri:

Carthage – E’ l’America di una volta, quella dei film. C’è un drive-in, uno dei pochissimi ancora in funzione. C’è una pancake house buona buona – no frills, just good food – dove una schiera di anziani col berretto fa colazione ogni mattina, parlando di caccia e baseball. E c’è il Boots Court, il motel in cui ho dormito.
Tozzo, bianco con le porte rosse, ha bloccato il tempo agli anni ‘40, a quando Clark Gable, che passava di lì, vi soggiornò. Le stanze sono piccole, con il parquet. Sui comodini ci sono centrini all’uncinetto e una vecchia sveglia a doppia campana che deve fare un rumore terribile quando suona. Non c’è la TV (del resto, negli anni d’oro della 66 era un lusso) ma c’è la radio, di quelle retrò ovviamente. La signora Debbie Dee ce l’ha fatta trovare accesa in camera: trasmette solo successi dell’epoca, interrotti a intervalli sempre più frequenti da tornado warning che invitano gli automobilisti ‘to find shelter’. Noi per fortuna un riparo l’abbiamo già trovato: fuori sta per scatenarsi il finimondo, a giudicare dal colore del cielo.

Ma a questo ci penseremo domani, quando – tempo permettendo – ci sposteremo in Kansas.

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