Visitare una ghost town. Ed è subito vecchio west!

città fantasma stati uniti
Water wagon, Calico, California
Oatman, AZ e Calico, CA: storia di due meteore, villaggi nati rapidamente sotto l'effetto della febbre dell'oro e altrettanto rapidamente abbandonati.

Più o meno, la storia è sempre la stessa. Fine ‘800, febbre dell’oro. Ma anche dell’argento, del borace. L’importante era che ci fosse una miniera, dunque, lavoro.

E se c’era lavoro, c’erano saloon, stivalacci, bordelli, stelle di sceriffo e banditi dietro le sbarre, polvere – tanta, tantissima polvere – , cavalli da ferrare, Winchester e Colt, cappelli malconci. Medici con la borsa nera e la bombetta, puttane strizzate nei bustini di pizzo, il baro a poker, il lustrascarpe e il pianista che, chissà perchè, usciva sempre illeso da ogni zuffa. C’era l’assalto alla diligenza e al treno, il fazzoletto sulla bocca, i tramonti di fuoco, la pentola di fagioli, il pugno di dollari, Trinità e Bambino, le balaustre, il vecchio senza denti e il whiskey. Tutto ciò era il buono, il brutto e il cattivo del vecchio West e, a ben guardare, anche il suo bello.

Fino a che un evento imprevedibile non destabilizzava le cose. Per esempio, il crollo del prezzo dell’argento. Allora, di punto in bianco, il gioco non valeva più la candela. Le porte basculanti dei saloon non sbattono più, le celle dello sceriffo si svuotano. La polvere, invece, quella rimane, e così gli spinifex, che rotolano piano in strade ormai deserte. Dopo aver brillato per un decennio o poco più, intere cittadine morivano così, rapidamente com’erano nate. Dimenticate, abbandonate a se stesse, si guadagnano l’appellativo di ghost town.

In un territorio relativamente giovane come gli Stati Uniti, le città fantasma raccontano una parte importante della storia del Paese. Aggrappandosi ad un passato mitico e ispido al tempo stesso, oggi narrano l’Ovest così com’era e così come ce lo immaginiamo. Nel mio viaggio lungo la Route 66, ho avuto modo di visitarne due. Eccole qui.

Oatman, Arizona
Sorge sulle Black Mountains, proprio al termine della Oatman Road, una strada accidentata che, per una decina di miglia, inanella una serie di tornanti a strapiombo sul deserto del Mojave. Ultima tappa della Route 66 in Arizona, Oatman è la prima ghost town in stile vecchio west che vedo.

E’ mattina presto e non siamo in alta stagione: l’unico locale aperto è un saloon trasformato in un breakfast place dove, però, la colazione non è ancora pronta; c’è solo il caffè, se vogliamo. Un gruppo di motociclisti ci raggiunge; come cowboy del futuro, stazionano i loro cavalli di razza Harley davanti al saloon. I loro piedi pesanti fanno gemere i camminatoi in legno posti ai lati delle strade – non si può parlare di marciapiedi veri e propri – e mentre entrano nel breakfast place che non serve breakfast, noi scendiamo lungo la Main Street. Che poi, di street, è anche l’unica.

A un capo della città, oltre al saloon, si stagliano una serie di edifici in legno dai balconi apparentemente pericolanti, tra cui un drugstore dall’insegna verde di ruggine e un hotel che ha visto tempi migliori. Una targa pende immobile dalla sua facciata, scolorita e mal tenuta, ma forse proprio per questo autentica. E’ quella dell’Oatman Hotel, scelto da Clark Gable e Carole Lombard per la loro luna di miele, oltre che infestato dal fantasma di un minatore irlandese, la cui ultima sbronza gli fu fatale.

Tra i vari stabili – negozi di cianfrusaglie e souvenir a tema 66 – spicca un ristorante, sul cui tetto troneggia una grossa insegna col volto di una giovane: è Olive Oatman, che a questa città ha dato il nome. La sua è una storia particolare: rapita poco più che bambina dagli indiani Yavapai, venne liberata dall’esercito americano solo sei anni dopo. Stava bene, ma tatuati sul mento portava i segni del ki-e-chook: secondo una credenza tribale, senza quei tratti sul viso, una volta giunta la sua ora, avrebbe avuto difficoltà ad essere accettata nella land of the dead.

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Quasi al termine di Main Street, arriviamo a una miniera dismessa – è alle vene aurifere che Oatman deve la sua prosperità – in cui, volendo, è possibile muovere qualche passo immersi nel buio più totale. Alla bocca della cava è agganciata una lampada a olio che non brucia più, mentre intorno ad essa, tra i cactus, si accumulano oggetti gettati alla rinfusa: una scala a pioli priva della maggior parte dei pioli, un ferro di cavallo che il tempo ha tinto di rosso, il teschio di una mucca (credo), una bandiera americana a semicerchio, di quelle decorative, una carriola rovesciata, una sella e delle staffe. Poco più in là, contro il muro, una punishement cell arrugginita del 1897, un cubicolo in cui venivano tenuti i banditi che meno sapevano comportarsi, largo poco più di una bara. E infatti una bara, in legno, giace aperta vicino ad esso.

E poi ci sono i burros: lenti e golosi, sono asini selvatici (ma ormai più che avvezzi ai turisti), che passeggiano indisturbati per il centro. Della ruvida Oatman, l’ultima immagine che porto con me è quella di due centauri col gilet in pelle che si fanno un selfie con l’asinello.

Calico, California
Ho letto che, insieme alla cittadina di Bodie (sempre in California), Calico è una delle ghost town meglio conservate d’America. Si trova nei pressi di Barstow ed è raggiungibile con una deviazione di qualche miglio. Come una meteora, Calico visse una vita breve ma intensa: se nel 1881, anno della sua fondazione, aveva 40 abitanti, nel 1887 raggiunse l’apice con 1200 (e ben 22 saloon), per poi scendere a 500 l’anno dopo e arrivare ad appena 8 nel 2001. Poi più niente.

L’abbiamo visitata in un giorno torrido, nel caldo appiccicoso delle 2 del pomeriggio. Non può essere più diversa da Oatman, Calico: è una città perfetta, pulita, patinata. Il suo nome è scritto a grandi lettere bianche sul monticello che la sovrasta. Quasi come Hollywood. La verità è che, come la maggior parte delle ghost town americane, Calico è frutto di una ricostruzione, anche troppo precisa. C’è una miniera con carrelli e tutto, le pompe funebri – il minaccioso Undertaker – che, con tutte quelle sparatorie, i morti abbondavano di sicuro, e c’è persino l’ufficio dello sceriffo dove, se sbirci dentro, noterai manifesti ingialliti con scritto Wanted! e una cassaforte nera e pesante come quelle dei film. Qualche edificio originale c’è ancora, opportunamente restaurato: tra gli altri, un general store, il Lil’s Saloon e la casa di Lucy Lane (inizialmente un ufficio postale e oggi un museo con le foto dei minatori che qui vissero e lavorarono).

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A vederla così bellina, ti viene da pensare che Calico stringa con i suoi visitatori una sorta di patto tacito e diabolico: ti mostro quello che vuoi, ma tu chiudi un occhio. Ed è innegabile: pur di camminare in quella strada del Far West, l’occhio lo chiudiamo volentieri davanti al trenino che attraversa la miniera carico di famigliole in vacanza, i bimbi con una pepita di plastica luccicante tra le mani; lo chiudiamo davanti al cartello che invita a fare foto in costume col filtro seppia e davanti alla pressochè infinita serie di trovate commerciali.
Questo è il compromesso. Un compromesso che però, a mio parere, regge solo se il flusso di turisti è contenuto e se le iniziative economiche non finiscono per prelevare sul mito dell’autentico, schiacciandolo del tutto. Se hai la fortuna di passeggiare in una Calico semivuota, nel torpore afoso che avvolge le prime ore del pomeriggio, in un silenzio che ti permette di sentire il legno che scricchiola e il fischio sottile del vento… allora, sì. Il patto regge e, di qui, sei più che contento di esserci passato.

 

Ti piacciono le ghost town? Quali città hai avuto modo di visitare?

1 Comment

  • Adoro le ghost town! Quelle americane saranno splendide. Ho visitato solo quella spagnola, in Andalusia, molto molto turistica.

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