Route66: cosa vedere in California, dove termina il mito

Route66 cosa vedere in California
Roy's Cafè, Amboy, California
Tu, una canzone che arriva dalle casse dell'auto e, naturalmente, la strada. In California, la Route66 è tutta da godersela alla guida.

Questo post non offre un elenco esaustivo di tutto ciò che puoi incontrare lungo la Route66 in California. Le tappe sono tante e, come dicevo qui, variano in base al tempo che hai a disposizione, ai tuoi interessi e… al caso: non è infrequente arrivare a metà pomeriggio in un museo/diner/attrazione qualsiasi e trovarla (già) chiusa. Sono gli imprevisti che caratterizzano qualunque on the road! Goditi la strada così come viene: è il consiglio più grande che posso darti affinchè il tuo viaggio sia speciale.
Qui di seguito, la mia California.

Nickname: California, End of the Trail
Distanza coperta dalla historic route: 314/2448 miglia totali
Interstate di riferimento: I-40 fino a Barstow, I-15 da Barstow a San Bernardino, I-10 a downtown Los Angeles fino a Santa Monica
Fuso orario: Pacific Time

In California, in quanto a classiche attrazioni in stile Mother Road, non c’è molto da vedere. Eppure, questo è il tratto che ricordo con più affetto e non solo perché conclusivo di un viaggio straordinario. Qui, buona parte della Mother Road corre in mezzo al nulla, sul limitare del torrido deserto del Mojave. E ci sei solo tu, una canzone che arriva dalle casse dell’auto e, naturalmente, la strada. In California, la Route66 è tutta da godersela alla guida.

Needles – A darci il benvenuto nel Sunshine State è la cittadina di Needles, con un grosso scudo dipinto sull’asfalto e un wagon, una vecchia carovana che ci ricorda quanto era difficile attraversare gli USA nel secolo scorso. Superate le insidie della bloody 66 in Arizona, se i viaggiatori pensavano di poter tirare un sospiro di sollievo, si sbagliavano di grosso. Perché, per raggiungere l’oceano, bisogna prima attraversare il deserto, quello del Mojave. E lo faremo anche noi.

Goffs Road & Mojave Desert – Come saprai se hai seguito il mio diario di bordo, l’attrattiva principale della Mother Road è costituita dal roadside, ossia dal corollario di motel, diner, gas station e strutture varie sorte a bordo strada. Chi si appresta a un viaggio del genere – oggi come un tempo – ha bisogno di un letto, di un pasto caldo, di rifornire la propria auto: dal Midwest all’Arizona, è dunque tutto un fiorire di piccoli e grandi esercizi commerciali. Ma nel deserto? Chi mai andrebbe a costruire una pensione nel cuore del deserto, o ad avviare un ristorante, se pur spartano? Nessuno.
E infatti fu a causa del Mojave – “terribile e luminoso”, nelle parole di Steinbeck – che tanti tra coloro che fuggivano la Dust Bowl gettarono la spugna. “E’ questa la California tanto sognata?” – si saranno chiesti con un forte senso di smarrimento. Il fatto è che nè la strada nè le auto erano adatte a una traversata simile. Soltanto i più accorti intuirono l’unica via possibile: affrontare il deserto di notte, quando la calura concedeva una tregua. Tutti gli altri, invece, abbandonati da cavalli sfiniti o da motori fusi, si trovavano a elemosinare un passaggio, a barattare i loro ultimi averi con i rimasugli di un sogno, sempre lo stesso: Los Angeles.

Oggi, la vecchia sezione di 66 che costeggia il deserto del Mojave è ancora percorribile e prende il nome di Goffs Road. Inizia a nord ovest di Needles; è molto lunga e, a detta di alcuni, poco interessante perché, di fatto, a parte la presenza dei lunghi truck americani, il paesaggio è rimasto identico a quello di un tempo: nient’altro che sabbia, cactus, le sagome azzurre delle montagne sullo sfondo. Certo, se hai fretta, puoi sempre pensare di optare per la più rapida I-40 che, probabilmente, ti consentirà di risparmiare circa metà del tempo… ma fidati, ti perderesti uno dei tratti più emozionanti della Route 66.

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Amboy – E soprattutto ti perderesti il Roy’s Cafè. Sorge in mezzo al nulla ed è forse proprio per questo che è diventato un luogo mitico, quasi un miraggio, oggi come allora. Un caffè, una pompa di benzina e quell’insegna che, nonostante il taglio futuristico, fa tanto anni 50. Il resto, solo deserto.

Rimaniamo qui quasi un’ora: è da un po’ che non facciamo una sosta e chissà per quanto tempo non ne faremo un’altra. La signora afroamericana dietro al bancone è in vena di chiacchiere. Addentiamo un muffin gigantesco, declino la proposta di una root beer dopo che mio marito rotea gli occhi l’ennesima volta e ordiniamo invece del caffè, che arriva in tazze ben più grosse dei muffin.
Oltre al tradizionale guest book, sfogliamo un libro di ritagli: un sacco di film e video musicali sono stati girati qui, da Kalifornia, con B. Pitt e D. Duchovny, a Hero, di Enrique Iglesias. Ascoltiamo la storia di Roy, la sua geniale idea di costruire un’oasi nel deserto, il successo e poi il declino. Una storia sentita più volte in queste settimane.

Finalmente entra qualcuno: due giovani motociclisti – italiani, incapaci o quasi di mettere insieme due parole in inglese – e una vecchia coppia californiana, ben più interessante. Lui pare stupito di vedere una figura femminile al bancone. Mi spiega che lui e la moglie amano questo posto, tanto da passare regolarmente di qui nonostante la scontrosità del tizio che vi lavora. Lavorava! – esclama l’afroamericana. Memorabile la volta in cui – racconta – gli avevano chiesto quante persone vivessero ad Amboy. La risposta? Six. Five too many! Simpatico davvero, insomma (!). Chiedo quindi alla signora del bancone se non si sente sola. Scoppia a ridere. Torna tra una ventina di giorni e qui dentro non ti ci potrai nemmeno sedere – dice. A quanto pare abbiamo scampato per un pelo l’imminente invasione di auto e pullman gran turismo.

Compriamo un road sign della Route 66 e andiamo fuori a goderci la preziosa solitudine del posto. I motociclisti rombano via, la coppia resta ancora un po’. Guardiamo i due giganteschi shield dipinti sull’asfalto e ripartiamo anche noi.
Ora, è tutta la mattina che Spotify mi fa uno scherzetto per farmi piangere: sebbene abbia impostato la modalità di lettura random, prima mi fa uscire California dei Phantom Planet, poi Sognando California dei Dik Dik (oh, io c’ho un po’ di tutto in playlist) e ora gli Eagles. Il riff inconfondibile di Hotel California.

Ed è lì che succede. La capotte della Camaro abbassata, il vento caldo nei capelli, l’insegna del Roy alle spalle. Solo noi, il deserto, solo la strada e quella canzone.
E’ questo – è proprio questo – il momento perfetto, rivelatore, quello che è valso TUTTO il viaggio, quello che Joyce chiamerebbe epifania. E’ esattamente in quell’istante che si concentrano e trovano finalmente un senso tutte le tensioni emozionali di questi giorni: libertà, irrequietudine, gioia, leggerezza, malinconia. Non riesco più a cantare; la voce si spezza, sospesa in quell’attimo.
Poi Hotel California finisce, e il momento passa. Ma mi resta una consapevolezza, una consapevolezza del tutto nuova, solo mia. E adesso non riesco più ad ascoltare quella canzone senza un groppo in gola.

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Newberry Springs – Un centinaio di chilometri dopo il Roy’s – ormai nuovamente alle soglie del mondo civile – troviamo un altro caffè, tappa interessante soprattutto per i cinefili.  Si tratta del Bagdad Cafè, intorno a cui è incentrato l’omonimo film tedesco del 1987, vincitore di svariati premi di critica. Io non l’ho ancora mai visto ma mi sono ripromessa di farlo: il trailer lo trovi qui.

A questo punto, una deviazione di appena qualche miglio per due simpatici stop:

Yermo – Se vuoi mettere qualcosa sotto i denti, il Peggy Sue’s 50’s Diner è il posto giusto! In attività sin dal 1954, da fuori sembra un enorme jukebox, mentre l’interno dispone di varie sale a tema dedicate ai Blue Brothers, a Elvis, a Marilyn. Cameriere in divisa color zucchero filato ti porteranno un menu da acquolina in bocca: se hai tempo (perchè per prepararlo ci va un po’), opta per il pollo fritto accompagnato dalle curley fries!

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Calico – Con la pancia piena, prosegui ora per Calico, una delle ghost town meglio conservate d’America. Come una meteora, Calico visse una vita breve ma intensa: se nel 1881, anno della sua fondazione, aveva 40 abitanti, nel 1887 raggiunse l’apice con 1200 (e ben 22 saloon), per poi scendere a 500 l’anno dopo e arrivare ad appena 8 nel 2001. Poi più niente.
Oggi è stata ricostruita a beneficio del turismo: c’è una miniera con carrelli e tutto, le pompe funebri – il minaccioso Undertaker – e persino l’ufficio dello sceriffo dove, se sbirci dentro, noterai manifesti ingialliti con scritto Wanted!. Qualche edificio originale c’è ancora, opportunamente restaurato: tra gli altri, un general store e il Lil’s Saloon. Da vedere allora? Sì, se non è troppo affollata. Se hai la fortuna di passeggiare in una Calico semideserta, nel torpore afoso che avvolge le prime ore del pomeriggio, in un silenzio che ti permette di sentire il legno che scricchiola e il fischio sottile del vento… allora ne sarà valsa la pena.

Barstow – Torniamo sulla 66 e arriviamo a Barstow, dove puoi visitare il Route 66 Mother Road Museum e dare un’occhiata ai murales lungo la main street. Carina anche l’insegna vintage del Route66 Motel. Come noterai, però, il paesaggio sta irrimediabilmente cambiando: il deserto, i piccoli centri abitati sono ormai soltanto un ricordo.

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Oro Grande – E’ nei pressi di questa cittadina che si trova una delle attrazioni più pazze e amate della Strada Madre, il Bottle Tree Ranch di Elmer Long. Da piccolo, Elmer era solito campeggiare nel deserto con il padre e ripulire dai rifiuti la zona in cui si accampavano: un sacco dopo l’altro, le bottiglie di vetro – birre e soda – hanno cominciato ad accumularsi a dismisura, finchè all’inizio degli anni 2000, l’ispirazione: perché non riciclarle in modo creativo? Ed ecco che nel podere di Elmer cresce una foresta di bottiglie, un albero di Corona vuote, un altro di Coca Cola… pezzi talvolta da collezione, che risalgono anche agli anni ’50. Nel folto dell’insolita ‘vegetazione’, qualche oggetto interessante: segnavento, pompe di benzina arrugginite, vecchi segnali stradali e persino la carcassa di un’auto d’epoca.

Victorville – Un altro museo dedicato alla Mother Road, il California Route 66 Museum, e un altro diner che noi, arrivati a metà pomeriggio, abbiamo trovato ormai chiuso. L’Emma Jean’s Holland Burger Café lo puoi però osservare anche da fuori: si trova nei pressi dello Steel Truss Bridge e, negli anni 50 e 60, era famoso per la bontà dei suoi hamburger e per la cura con cui Emma li preparava. Oggi, è una struttura deliziosa color lattementa, sempre a conduzione famigliare; a gestirla sono il figlio e la nuora di Emma. Ti sembra di aver visto questo diner già da qualche parte? Forse sì: è qui che, dignitosa e impolverata, Uma Thurman chiede un bicchiere d’acqua dopo che è riuscita ad emergere dalla bara all’inizio di Kill Bill 2.

San Bernardino – Stiamo entrando nella Greater Los Angeles. I punti di interesse storico legati alla Route66 ormai scarseggiano, cancellati da anni di progresso. L’unico baluardo che tiene alto il nome della Main Street of America è il Wigwam Motel, storica catena alberghiera che avevamo già incontrato a Holbrook, AZ. Popolarissimi sin dagli anni ’30, di Wigwam Motel oggi non restano che tre in tutti gli USA, due dei quali lungo la Route 66. Perchè tanto famosi? Perché i bungalow riproducono le tende dei nativi americani, sebbene – cosa curiosa – si tratti di teepee (a punta) e non di wigwam (a cupola).

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Santa Monica – Eccoci. Dopo quasi 2500 miglia – oltre 4000 chilometri – siamo arrivati alla fine del nostro viaggio. Se l’end of the trail ufficiale era l’incrocio tra Lincoln Blvd e Olympic Blvd, oggi è stato posto simbolicamente nel punto più turistico di Santa Monica, il suo Pier. Un molo sfavillante, con la ruota panoramica, le montagne russe, i gamberi di Bubba Gump, la merry-go-round, le cartoline, le magliette. Un piccolo chiosco, il 66 to Cali, gestito da Ian, un ragazzo che ci fa le congratulazioni per aver completato il percorso e ci mostra il suo album di foto, lui che la Mother Road l’ha percorsa 25 volte (!). Because everytime it’s different! – dice. Un locale che ha riaperto, uno sconosciuto che ti racconta la sua storia, un hamburger più buono. Dio mio, mentre parla ho già le lacrime in tasca: con l’ (appannata) coda dell’occhio già vedo il cartello che decreterà la fine di questa avventura incredibile.

Davanti ad esso, a farsi un selfie con due dita tese in segno di vittoria, il ragazzo con la Mustang rossa, che abbiamo visto al Devil’s Elbow in Missouri, poi Al Big Texan Steak Ranch di Amarillo, TX. Perchè chi percorre la 66, prima o poi si ritrova. Lo salutiamo, gli scattiamo una foto. E poi è il nostro turno. Stretti a quel palo, sopra di noi la scritta end of the trail.

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Dopo, corriamo verso l’oceano. Avremo tempo di visitare Los Angeles e di assistere a un bel tramonto rosa tra le palme e i freak di Venice Beach. Ma, intanto, il momento in cui metto i piedi nel Pacifico è tutto mio. Penso alla neve di Chicago, al tornado del Kansas, al sole del New Mexico e a Hotel California.
Lascio finalmente libere quelle lacrime che ho lì da un po’ ma, nel cuore, sorrido.
Le emozioni che mi ha dato questo viaggio, non posso che augurarle a tutti.

Tutti gli articoli sulla Route66 li trovi a questo link.

2 Comments

  • Ogni volta che leggo del tuo viaggio, mi innamoro e sento persino il rumore del vento su quelle strade aride. Devo fare questo viaggio. Devo farlo quanto prima.

    • Fallo Paola!!! A me dispiace anche aver finito di scriverne, figurati! Anzi, ancora un articolo in programma ce l’ho, quello sui motel più tipici!

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