Storie di solitudini

Pensieri da un mondo in quarantena #2

C’è un libro molto bello che si chiama “Undici solitudini”. L’autore è Yates (Quello che ha scritto Revolutionary Road per intenderci, da cui è stato tratto il film con Di Caprio e la Winslet). Molto bello perchè fa per New York quel che Joyce ha fatto per Dublino, mettendo insieme un’infilata di vite che di eccezionale non hanno nulla ma che, proprio per questo, permettono al lettore di calarvisi perfettamente. Una dopo l’altra, Yates mette a nudo undici vite semplici, smascherandole nella loro perfezione o pretesa di perfezione.

Forse, un giorno qualcuno scriverà un libro relativo al periodo che stiamo vivendo, una piccola raccolta di racconti intitolata L’anno in cui ci ammalammo di solitudine o qualcosa del genere. Perchè se le patologie respiratorie affliggono solo alcuni, tutti – nessuno escluso – ci troviamo invece a fare i conti con una delle più inconfessate paure moderne, quella di trovarci improvvisamente soli. E proprio con l’individuo che temiamo di più: noi stessi. Occupare mente e fisico, gestire l’ansia se non il panico, non è cosa facile e non eravamo abituati a farlo da tempo.

Nuove Lady di Shallot rinchiuse nella torre, l’unico modo che abbiamo di guardare l’adorata Camelot è non uno specchio bensì il web che, tramite articoli d’approfondimento, editoriali e social network, ci permette di riappiccicare insieme i pezzetti del mondo che abbiamo perduto. Ed è così che vengono a galla tante solitudini, tante storie.

A due settimane da quando scrivevo questo post, il clima mi sembra cambiato. Dai balconi non si canta più e le amate pareti domestiche sono diventate muraglie invalicabili, il nido una prigione. Chi aveva iniziato a leggere durante la quarantena ha smesso (e ha capito perchè non l’aveva mai fatto prima), il lievito è finito e con esso anche la voglia di panificare. Papa Bergoglio si è incamminato in una San Pietro deserta e battuta dalla pioggia, bianco e incerto verso quell’unica sedia illuminata. Da solo, ovviamente. Un’immagine fortissima che esula dalla dicotomia del credo/non credo.

Il buonismo spicciolo – sbandierato dai tanti che al terzo giorno di reclusione si professavano già migliori, più altruisti, più umani (?), più tutto – persiste, ma ci si sta rendendo conto che, se è vero che l’isolamento ha stretto ancor di più certi legami, è anche vero che ha reciso in maniera netta quelli che “prima” erano deboli o di pura facciata. Basta ipocrisie: le persone con cui non abbiamo scambiato mezza parola durante la quarantena – quando pur di chiacchierare con qualcuno ci andrebbe bene anche il pappagallo della signora in portineria – sono le stesse con cui non ci importerà nulla di scambiarla nemmeno dopo.

In mezzo a una crescente disillusione, c’è però chi continua a scorgere nel Covid-19 un castigo divino, un flagello mandato dal piano di sopra per punire (o salvare?) gli uomini dal loro delirio di onnipotenza. Mi viene da pensare all’HIV: quando arrivò, venne visto come a) punizione (per i comportamenti deviati degli omosessuali); b) piaga mandata da Dio (articoli dell’epoca titolavano ‘L’inizio della fine del mondo‘). Da figlia degli anni ’80 ricordo ancora con terrore le note che accompagnavano quell’orribile pubblicità progresso, quella con i profili che, al diffondersi del contagio, si contornavano via via di viola (unico colore che detesto, tra l’altro). Spauracchio di generazioni, l’HIV non è nè ab: è un virus ancora fortemente letale (nel 2018 ha fatto quasi 800.000 morti su scala globale) e ancora, ahimè, parzialmente sconosciuto. Di base, però, è un virus, nulla di più nulla di meno. Corsi e ricorsi storici insomma, perchè ogni epoca ha il suo uomo nero: quando eravamo piccoli era viola, oggi ha la corona in testa (o una birra in mano, a seconda dei punti di vista).

E ancora, accanto a chi implora la salvezza dal balcone di casa al grido di ‘sarò più buono’, ci sono gli incommentabili fanatici del “i veri virus sono gli umani” (parla per te, grazie) e quelli che biascicano tra i denti un bel “moriremo tutti”, porta-seccia che, lungi dall’essere un’esclusiva campana, sono presenti ovunque in Italia, caro De Luca. Almeno loro, negativi doc che passano tutta la vita a lamentarsi del nulla, divertendosi a disegnare scenari sempre più tragici di quel che sono, hanno FINALMENTE trovato qualcosa di serio di cui lagnarsi. 

Al di là di questi estremi grotteschi – che vedrei bene tratteggiati dalla penna di Ammaniti (Niccolò che fine hai fatto? Torna, ti prego!) – mi piacerebbe però leggere in un’ ipotetica antologia futura tante pagine dedicate a chi, tra le mura di casa, è riuscito a riscoprire parti di sè, a recuperare un rapporto, a cominciare qualcosa di speciale per davvero, a ritrovare una sensibilità che credeva persa.

La mia solitudine – live from Oman – è fatta di abbracci al mio cane, di frustrazione per un progetto personale interrotto, di libri, di lacrime per il discorso del Premier albanese come non ne versavo dai tempi di Titanic, di risate via WhatsApp, di pizze non riuscite perchè qui il lievito fresco non lo vendono già in tempi normali figuriamoci ora e, soprattutto, di molta incertezza. Perchè se l’Italia riaprirà al suo interno, non significa che lo farà anche nei confronti dell’esterno. E, quindi, è probabile che la mia quarantena duri molto, molto di più.

Insomma, oggi un po’ di tristezza, ma tant’è.
La prossima volta credo tornerò a raccontarti un viaggio.
Così mi distraggo un po’, come diceva Dalla.

#andratuttobene

3 Comments

  • Bello. Permettimi due appunti:
    – l’HIV si prende con una certa consapevolezza e non perchè magari il tuo vicino di sedile sul bus tossisce senza mettersi la mano davanti alla bocca o comunque ti respira. Per l’HIV è necessario uno “scambio” o comunque un contatto che può essere di sangue, di saliva, di succhi, di mucose a contatto e via dicendo
    – concordo con te quando dici che le persone stanno scoprendo quello che vuol dire stare da sole a fare i conti con se stessi o magari con chi condividono le mura di casa… e a molti non piace. Pensa se oltre ad essere soli fossero anche disconnessi. Credo che gli unici abituati a vivere momenti e situazioni del genere sono coloro che normalmente praticano attività “endurance”, meditazione, esercizi “esoterici” e magari si trovano a dover “combattere” le proprie paure.
    Sei una persona che ha viaggiato molto e che ha vissuto situazioni che mettono a dura prova la testa… quando la mente è forte, è forte anche il cuore.

    • Ciao Marco,
      verissimo quel che dici sull’HIV, i due virus non sono assolutamente paragonabili in quanto a modalità di trasmissione; li ho accomunati solo per i toni apocalittici che ne hanno caratterizzato gli esordi. Condivido appieno il tuo secondo punto: fortuna che abbiamo almeno il web e soprattutto whatsapp.
      Buona quarantena e manteniamoci forti e positivi! 🙂

      • Scusa se rispondo solo adesso ma non mi era arrivata la notifica 🙁
        io non sono mai stata una persona positiva, anzi… riesco sempre a vedere il bicchiere mezzo vuoto
        però mi fa ben sperare il fatto che moltissime persone abbiano preso sul serio il momento e si comportano di conseguenza.
        Speriamo bene, anche perchè sono stanco di prendere la macchina per andare in ufficio… voglio tornare in sella!

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