Perchè fermarsi all’Annapurna Base Camp più di qualche ora (e cosa fare)

cosa fare al campo base Annapurna
Mt. Annapurna, 8.091m
Tutta questa fatica per arrivare a 4130 m e già te ne vai? Ecco qualche dritta per goderti al meglio ABC e Santuario!

In questi giorni affatto lieti, di reclusione e solitudine forzata, è senz’altro d’aiuto pensare alle cose che ci fanno stare bene e farlo con positività. In questo post ti parlo del mio ultimo viaggio, una meta che mi ha vista molto titubante all’inizio ma che, una volta raggiunta, mi ha dato un grande senso di soddisfazione e serenità. Oggi più che mai rifletto sull’importanza del qui e ora, del non rimandare, dell’egoismo buono. Sul calendario appeso al muro, acquistato a Pokhara, Nepal, cerco di concentrarmi sulle foto dell’Himalaya, invece che su giorni che passano infinitamente uguali a se stessi. 

A quanto ho potuto notare – sia sul posto sia in fase di definizione del viaggio, confrontando itinerari e proposte di più tour operator – la maggior parte dei turisti che arriva all’ABC si ferma un paio d’ore e poi scende.

No, aspetta.
Tutto ‘sto sbatti per arrivare fin qui e poi me lo liquidi così, spuntato dalla lista, grazie e arrivederci?!?

Io ci ho dormito due notti.

E ti spiego perché. Innanzitutto, siamo onesti: fondamentalmente all’Annapurna Base Camp non c’è molto da fare, le teahouse sono identiche a quelle di ogni altra tappa: stessa (s)comodità, bagni in comune, zero riscaldamento. L’unica cosa che cambia, dato che siamo a 4130m, è il clima che, ovviamente, diventa molto più rigido: a inizio dicembre, la notte siamo scesi a -15°. Dunque da un lato capisco chi è contento di mettere la sua bandierina sul mappamondo e tornare indietro.

Non tutti fanno però i conti con lui, il deus ex machina di ogni viaggio: il meteo. Sempre per dire, fino a un paio di giorni prima del nostro arrivo, la zona del Santuario è stata completamente immersa nelle nebbie d’altura, per tre giorni di fila. Tre. E le nebbie in montagna sono tanto spesse quanto comuni. Chi ha consumato fiato, soldi e suole degli scarponi per venire fin qui, non ha visto niente, niente di niente. Ad avermi convinta a trascorrere al Base Camp due notti invece di due ore, è stata soprattutto l’alta chance di sfiga che, ricordiamolo, è sempre in agguato e non ha bisogno che le si dia una mano. Fare il trekking dell’Annapurna per poi non vedere l’Annapurna… bhè, il grado di incazzatura lo lascio stabilire a te.

Noi, alla fine, abbiamo visto tutte le cime belle nitide – le mattinate sono state splendide, i pomeriggi un po’ meno – e non ci siamo affatto annoiati. Ecco cosa puoi fare all’ABC se scegli di trascorrervi una notte o più!

# Ammirare l’alba…
Osservare il risveglio del gigante (con i suoi 8.091m l’Annapurna è la decima montagna più alta del mondo) è sicuramente l’attrattiva principale del luogo: nessun momento della giornata è bello come questo. Serve un giorno terso, una bella luce e la voglia di alzarsi presto nonostante il gelo. Infilati la giacca più spessa che hai, oppure mettine una sopra l’altra. Devi camminare un po’ e arrampicarti dietro al campo base, dove c’è una grande campana dalla quale parte una fila lunghissima di bandiere votive. Da lassù potrai vedere i primi raggi del sole che indorano la sommità dell’Annapurna, mentre tutto intorno gli altri monti del Santuario si destano. Sarà indimenticabile.

# …e il tramonto
Forse meno entusiasmante ma sempre notevole è il calar del sole che, tuttavia, non coinvolge direttamente l’Annapurna ma altre vette del Santuario, tra cui la mia preferita: il Machhapucchre. Aurei e brillanti, i picchi dell’Himalaya arriveranno a prendere i riflessi del rosa e dell’arancio e potrai ammirarli al calduccio (si fa per dire) della teahouse, con una tazza di the allo zenzero bollente tra le mani. Dei due tramonti che avevamo a disposizione, il primo proprio non si è visto dato che nevicava (!), mentre il secondo è stato così: il cielo grigio e le nebbie che risalivano dalla valle non ci hanno impedito di apprezzarne la bellezza!

# Esplorare il Sanctuary Plateau (con una guida)
Se le tue gambe non chiedono pietà, puoi fare una passeggiata su una piccola porzione del Sanctuary Plateau, il bacino glaciale a forma di anfiteatro dove vivono alcuni tra i giganti di roccia più alti del mondo: il Dhaulagiri (8167 m), il Machhapuchhre, il Gangapurna, il Glacier Dome e gli Annapurna minori: II, III, IV e South, tutti sopra i 7000m. Raccomandazione: poichè non c’è un vero e proprio trail e dato che potresti trovare neve, fai questa camminata solo accompagnato dalla tua guida e MAI in autonomia. Potrai vedere la catena dell’Himalaya e l’Annapurna da nuovi punti di vista e, subito dopo, tornare nel tuo lodge dove verrai accolto da un pasto caldo.

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# Rendere omaggio ai tanti eroi che hanno cercato di conquistare la vetta
L’aria sottile, le bandiere di preghiera, il candore della neve, il silenzio: si respira pace e purezza su al Santuario e, ad aggiungere un’aura di sacralità al luogo, ci sono i tanti (ahimè, troppi) memoriali dedicati agli alpinisti che, partiti da qui per raggiungere uno dei tetti del mondo, non ce l’hanno fatta. Come ricorda wikipedia: “Tecnicamente l’Annapurna non è l’ottomila più difficile da scalare, ma è considerato quello più pericoloso per le continue valanghe che cadono dai suoi versanti, e detiene – con un valore superiore al 40% – il più alto rapporto tra numero di morti e numero di alpinisti giunti in vetta”.
Vedrai così una tazza di latta, uguale a quelle in cui abbiamo bevuto in questi giorni, incastonata nella neve, un’iscrizione che riporta parole coraggiose e un’altra che riprende un proverbio tibetano “Better to live one day as a tiger than to live a thousand years as a sheep“, vedrai fotografie, leggerai nomi e nazionalità, date di nascita e di morte troppo vicine tra loro. In particolare, mi ha commossa il memoriale dedicato a tre coreani – Park, Shin e Kang – periti in spedizione: in loving memory of those who have become Mt. Annapurna. Recuperare i corpi è spesso impossibile ed è così che, anch’essi, diventano montagna, la stessa che cercavano di conquistare.

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# Scattare un mucchio di foto sotto a quel Namastè!
Namastè – che come sai è anche il nome del mio labrador – è la parola con cui in Nepal ci si saluta, e l’ABC non fa eccezione: è così che ti dà il benvenuto. Porta simbolica del Santuario, questo cartello è attorniato da un insieme disordinato di colori e bandiere, sia votive che nazionali. Dista dal campo base appena una ventina di minuti (dipende da quanto procedi veloce) e, con quello sfondo pazzesco, è il luogo ideale per scattarsi ben più di una foto, anche perchè l’effetto cambia continuamente al mutare della luce e allo scivolare delle nuvole.
Al di là dei selfie, quel che per me rende veramente speciale questo punto preciso è la sua capacità di emozionare chi lo vede per la prima volta: comitive, coppie, anziani, gite scolastiche, gruppi di sole donne. Dagli USA, dalla Corea, dallo stesso Nepal, dalla Spagna. Chi si commuove, chi recita una preghiera, chi getta le racchette lontano e chi le leva al cielo in segno di vittoria. Tanti volti e storie diverse ma tutti con un sorriso, tutti che, in chissà quante lingue, hanno mormorato o gridato una cosa sola: ce l’ho fatta!

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# Costruire un tumulo tutto tuo
E’ un’usanza che abbiamo visto in varie parti del mondo, nei grandi parchi americani per segnalare i trail, in Canada, retaggio della popolazione Inuit per delimitare le piste di caccia, ma anche sulle Ande, in Lapponia e sulle nostre Alpi. Persino qui, i tumuli di pietre accatastate le une sulle altre sono tantissimi: si erigono per invocare la buona sorte, per ricordare chi non c’è più o per dire semplicemente che, anch’io, sono passato sotto questo pezzo di cielo. Se per te le montagne hanno un significato particolare, costruisci il tuo.

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# Riposarti 
Sembrerà banale, ma dopo aver camminato decine di chilometri… bhè, un giorno di relax buttalo via! Prendi allora il tuo sacco a pelo, portalo nella sala comune della teahouse e, finalmente, riposati. Scrivi le cartoline che hai comprato a Kathmandu o a Pokhara (se ancora hai l’abitudine di mandarle), leggi un libro (che possibilmente parli di posti caldi, non come il mio Paradiso e Inferno che, ambientato in Islanda, mi ha fatto venire ancor più freddo), riguarda le foto che hai scattato nei giorni precedenti, scrivi i tuoi pensieri su di un taccuino. Quel che vuoi, basta che ti rilassi e prendi fiato.
Che domani, si riparte.

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