Torneremo a viaggiare (e non è una domanda)

torneremo a viaggiare
Old Spitalfields Market, London
Pensieri da un mondo in quarantena #4

Ok, parliamone. Abbiamo cantato, pianto, fatto la pizza, coltivato ricrescite brune, argentee e bianche. Ci hanno barricati, poi riaperti, però solo certe regioni, no meglio tutti, eh ma la Lombardia è brutta e cattiva, allora apriamo solo i giorni dispari-a targhe alterne-se Bugo è uscito voglio farlo pure io.

Insomma, tra le solite mille polemiche, pare che l’Italia stia venendo fuori dall’emergenza Covid ed è adesso che, seppur timidamente, osiamo levare il domandone: torneremo a viaggiare?

Ma innanzitutto…

E’ proprio necessario viaggiare?
C’è chi non vede l’ora di farsi un aperitivo in santa pace, di uscire in bicicletta o a cavallo (ho un’amica che tempesta Facebook di foto del suo bianco puledro), di andare a un concerto, di fare shopping. A me mancano gli aerei. Le scie bianche in cielo.

Peccato che, però, se dici ad esempio, “muoio dalla voglia di andare a un concerto” è un conto, se dici che hai voglia di partire è un altro. In alcune persone, l’atto del viaggiare suscita un certo risentimento. Mi è capitato, talvolta, di vedere l’eccitazione per una partenza ricambiata da alzate di sopracciglio, battute sciocche o stizzite, repentini cambi di discorso. Quasi che al tuo interlocutore gli dia fastidio, quasi tu gli stia facendo un torto. L’ho notato in persone chiuse nel loro piccolo mondo antico, persone che questo bisogno d’altro(ve) non solo non lo capiscono (non ci sarebbe nulla di male in questo) ma lo rifiutano: sappiamo cosa dice la volpe che non arriva all’uva. E l’ho notato in persone che invece questo bisogno lo comprendono fin troppo bene ma mancano della volontà di uscire dal proprio guscio. Perchè il viaggio non è cosa per pigri, nè di testa nè di fisico: è un atto tutto sommato impegnativo, che richiede ricerca, programmazione, spirito d’adattamento. Richiede di mettersi in gioco e non è infrequente tornare più stanchi di quando si è partiti.

Una volta, una ‘volpe’ mi ha detto una roba del tipo “chi viaggia fugge da se stesso”. Eh no, proprio al contrario. E’ uscendo dalla tana – la stessa via, lo stesso tram, lo stesso panettiere da anni – che ti ritrovi, che ti riscopri. E quindi sì, ricominciare a viaggiare è necessario. Per me almeno, che cinque mesi senza prendere un aereo non succedeva dal 2007.

Come viaggeremo?
Il Covid ci ha tarpato le ali: ha spento le luci di New York, tolto il romanticismo da Parigi, svuotato la Mecca. Ci ha levato il piacere di quei deliziosi tempi morti pre-imbarco e promette di ridisegnare il futuro del trasporto aereo. Penso con nostalgia all’assordante corsa di decollo, da sempre il mio momento preferito, adrenalinico e rilassante al tempo stesso, al sorriso stupido che riesce a stamparmi in faccia ogni volta. Amo volare, soprattutto di notte: il buio spezzato dalla fioca liseuse di un passeggero insonne, il ronzio tranquillo della velocità di crociera, la copertina stesa alla meno peggio. Fino allo spettacolo dell’alba sopra le nuvole.

Torneremo a solcare i cieli, questo è certo. La mia lista di desideri è sempre lì e non ci penso nemmeno a ridimensionarla. Ma che mondo ci aspetta? “Viaggiare diventerà un costoso incubo” – titolava La Stampa qualche tempo fa. Oddio, ho pensato. Ma poi sai cosa? Sono stufa di questi titoli catastrofici. Perché viaggiare non è mai stato gratis e ogni turista è stato coinvolto in situazioni che, a confronto, il dover misurare la temperatura al check in o l’andare a Malpensa un’ora prima del solito sono ben poca cosa.

Di certo, almeno per un po’, le istituzioni e la paura limiteranno i nostri movimenti: la Terra tornerà ad essere più grande, con confini difficili da valicare persino per noi che, muniti di un passaporto fortissimo, aprivamo senza problemi tutte le porte del globo. Forse torneremo a un turismo d’élite ed eviteremo in un primo tempo quelle mete incapaci di garantire una buona assistenza sanitaria. Forse. Ok, non bisogna illudere nessuno. Ma allo stesso modo non vedo perché optare sempre e solo per il peggiore degli scenari possibili: ci sarà meno gente in giro e più responsabile. E non è una brutta cosa – inutile negarlo.

Turismo di prossimità vs Mondo
Da qualche giorno sto leggendo Moby Dick. Prima di dividere la stanza con Queequeg, il fiero cannibale Maori, Ishmael dice “quanto a me, io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane”. Bhe siamo in due, marinaio.

Capiamoci. Non vedo l’ora di rientrare in Italia e, dopo quegli abbracci a lungo rimandati, vorrei tanto rivedere Roma, Napoli e, naturalmente, la mia adorata Capri. Vorrei andare finalmente a Matera e poi in Sicilia. Spargere le solite lacrime a Londra, visitare l’ennesima volta a Parigi, tentare ancora l’aurora boreale e rifare colazione con uno yogurt pieno di miele in un’isoletta greca.

Dopo però, tornerò alla mia vera passione. Il viaggio per me è il 69 litri North Face, il timbro sul passaporto, i piedi su di un suolo nuovo, un cibo dal sapore esotico, una lingua incomprensibile o, al più, un inglese imperfetto.

Immagino questo mix imprevedibile e so che, non appena le circostanze lo permetteranno, via. La mia meta del cuore restano sempre gli Stati Uniti: posti già visti oppure nuovi – Yellowstone, un tour dell’East Coast, le Hawaii – non importa. Sogno anche di ritrovare i colori dell’America Latina: la Colombia magari, o i picchi della Patagonia, il freddo della fin del mundo. L’Asia non mi ha mai attirato più di tanto, ad eccezione del Giappone. Da anni inseguo la poesia dei ciliegi e quel caleidoscopio che è Tokyo. E se mi stancherò delle città, ripartirò per i Mari del Sud oppure tornerò in Africa alla ricerca i miei animali preferiti, i brutti e cattivi wild dogs.

Quanto mi manchi, mondo. Invidio gli alzatori di sopracciglio e tutta la tribù degli stizziti, che non capiscono quanto sia insopportabile questa forzata immobilità. Anche se a pensarci bene… no, non li invidio affatto.

Perché che ne sanno loro delle emozioni della corsa di decollo.

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