Vedere Kumari, la dea vivente di Kathmandu

vedere Kumari
Un'immagine di Kumari - La gente comune non può fotografare la dea!
Un giro tra templi, pagode e palazzi reali alla ricerca della dea bambina incarnazione di Durga

Nella valle di Kathmandu ci sono tre Durbar Square. Tre, perché l’area che oggi chiamiamo Nepal, prima di essere unificata, comprendeva tre regni indipendenti. Durbar significa semplicemente ‘palazzo’ e, per l’appunto, Durbar Square era la piazza che circondava la residenza del sovrano.

Bhe, “piazza”. Chiamarla così è riduttivo: in realtà, si tratta di un piccolo quartiere, un complesso architettonico sormontato da templi hindu e buddisti, alte pagode dai tetti a baldacchino, santuari, cortili, fontane, idoli e molto altro. Tutte e tre patrimonio UNESCO, le Durbar Square sono musei a cielo aperto, testimoni di un Nepal antico che, per fortuna, ancora vive. La prima piazza, quella di Bhaktapur, l’ho visitata qualche anno fa. In questo post ti parlo invece della seconda, situata proprio nel cuore di Kathmandu.

Mai come in questo luogo ti senti gli occhi addosso. Occhi dappertutto: dei turisti spaesati, dei balordi accasciati agli angoli, di venditori ambulanti truffaldini, di decine e decine di piccioni che si affollano intorno a una mucca sdraiata a terra (ma anch’essa con la pupilla vigile). E poi gli occhi delle tante divinità che fanno capolino da un sottotetto o siedono tronfie all’ingresso dei templi, occhi dipinti sui muri o intarsiati nel legno di porte, pilastri e puntoni. Come un Argo mitologico, Durbar Square è un unico, grosso corpo che si muove in blocco e ti osserva.

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Sono più di cinquanta i templi del complesso di Kathmandu. Alcuni, più volte provati dai terremoti, sono collassati definitivamente nell’aprile 2015, quando scosse di magnitudo 7.9 hanno fatto tremare ancora la terra newari. E’ così che è andato distrutto l’edificio forse più rappresentativo e antico della zona: Kasthamandap, o ‘casa di legno’ – una costruzione su tre piani, edificata, si dice, col legno di un unico albero – risaliva al settimo secolo. Anche il palazzo reale originario non è uscito indenne: attualmente in fase di restauro, si sorregge a forza di ponteggi e impalcature, sebbene all’ingresso, accanto a una colonna azzurro cielo, Shiva continui imperterrito a cavalcare un leone bianco.

Fortunatamente, Durbar Square non è stata colpita in modo omogeneo dal sisma. Tra le strutture illese (o quasi) spiccano quelle dedicate al terrificante Bhairav, Shiva nella sua manifestazione più distruttiva. Realizzato in una pietra liscia e corvina, sulla quale le tracce di sindur spiccano rosse come il sangue, il Kaalo Bhairav, il Bhairav nero, è magnetico: alto almeno tre metri, indossa una corona di teschi e una collana di serpenti e le sue sei braccia reggono una spada, un tridente, uno scudo, delle teste mozzate e una ciotola a forma di cranio che invita all’offerta. Temutissimo dai suoi devoti, il Bhairav nero veniva anche utilizzato dal governo come ‘macchina della verità’: una credenza tutt’ora diffusa vuole che chiunque osi raccontare bugie davanti alla sua effigie muoia dissanguato all’istante.

Alla divinità nera fa da contraltare quella bianca: il Seto Bhairav viene proposto nelle sembianze di un volto gigantesco e fiammeggiante, dipinto d’oro. E’ sempre seminascosto da una grata di legno, che viene sollevata per intero solo nel mese di settembre, durante il festival di Indra Jatra. Soltanto in quest’occasione, il dio verrà rivelato in tutto il suo orrore e ferocia; il suo viso verrà decorato con offerte di riso e fiori e dalla sua bocca dalle zanne di tigre sgorgherà – pensa te – birra sacra che i fedeli accorreranno a bere.

Di natura decisamente più mite, altri due templi: quello dedicato alla coppia Shiva e Parvati, innanzitutto. Affacciati al davanzale (foto sopra), gli dei sembrano contemplare come due sposini qualsiasi il movimento della piazza. Per vederli in questa veste così insolitamente terrena, devi però alzare gli occhi all’insu, alla finestra centrale che si apre sotto il baldacchino del primo piano del santuario.

E poi c’è il tempietto di Ashok Binayak (Maru Ganesh), una delle divinità più amate dai nepalesi e… da me. Premesso che del pantheon hindu non riesco assolutamente a venirne a capo, Ganesh è l’unico dio che riesco sempre a identificare, l’unico di cui so qualcosa oltre al fatto che ‘è una divinità induista’. Ganesh è il dio dei nuovi inizi, del superamento degli ostacoli e del viaggio (ebbene sì) e rendergli omaggio prima di partire o di intraprendere un nuovo progetto è di buon auspicio, soprattutto se lo si fa il martedì, giorno a lui sacro. Inconfondibile la sua testa di elefante dalla zanna spezzata e, altrettanto riconoscibile, la sua cavalcatura (tutti gli dei hindu ne hanno una): niente tigri, tori o leoni però! Ganesh cavalca un topolino: lo vedi qui sotto, col musetto lungo.

Recentemente, ho scoperto che il chaturthi, ossia il periodo dedicato ai festeggiamenti per celebrare l’arrivo di Ganesh sulla terra, prende il via proprio il giorno del mio compleanno 🙂

Ma veniamo all’edificio più sacro di Durbar Square. Presidiato da due leoni di pietra bianca e rossa, esso ospita  una dea, ma una vera, in carne e ossa. Si tratta di Kumari, la dea bambina, colei che è l’incarnazione della divinità hindu Taleju (ossia Durga).

Dea tutelare del Nepal, Taleju è venerata da tutti, induisti e buddisti: rappresenta ‘il femminile’ ed è simbolo di creazione, conoscenza e potenza.

Trovare la sua incarnazione terrena non è affatto semplice. Oltre a un’età compresa tra i 3 e i 5 anni e un oroscopo propizio, la piccola dea deve provenire da una casta ben precisa – quella degli orafi e degli argentieri – e soddisfare requisiti fisici specifici. Il suo corpo va esaminato alla ricerca delle 32 perfezioni: pelle chiara e dentatura perfetta, ma anche ‘collo come una conchiglia’, ‘ciglia come quelle di una mucca’, ‘corpo come un albero di banano’ e persino ‘una bella ombra’. Una volta individuate, le candidate affronteranno lo spaventoso rituale del Kalratri. Rinchiuse in una stanza del palazzo, dovranno trascorrere la notte attorniate dalle teste sanguinanti di animali sacrificali, mentre uomini travestiti da demoni danzeranno emettendo suoni e rumori terrificanti: solo la vera Kumari riuscirà a restare impassibile dinnanzi a tanto orrore. A questo punto, non resta che la prova del nove: l’eletta, posta di fronte a un insieme di abiti e ornamenti, dovrà individuare senza indugio quelli utilizzati da colei che l’ha preceduta.

Riappropriatosi delle sue vesti, lo spirito di Taleju entrerà così nel corpo della bambina che, d’ora innanzi, vivrà nel ghar di Durbar Square, una gabbia dorata dalla quale non uscirà se non in occasione di festival specifici come il già citato Indra Jatra, durante il quale benedirà il sovrano nepalese apponendogli in fronte il tilaka. I suoi piedi – purissimi – non potranno sfiorare il suolo della piazza; per questo si muoverà sempre e solo in portantina. Questa sarà la vita di Kumari fino alla fina prima mestruazione o fino al primo accidentale versamento di sangue (un taglio su un dito, ad esempio). Ormai impura, la bambina dovrà lasciare il palazzo e la ricerca di una nuova Kumari comincerà immediatamente. Per l’angelo caduto, che ha conosciuto solo agi e incensamenti, non sarà facile reinserirsi nella vita di tutti i giorni e, nonostante una dote cospicua, trovare marito sarà più arduo del previsto: superstizione vuole che i coniugi delle ex-dee muoiano prematuramente.

Ma torniamo a Kathmandu. Devi sapere che, talvolta – purtroppo non ricordo se quotidianamente o in giorni specifici – Kumari si mostra ai fedeli che si raccolgono nel cortile del suo palazzo: in un soleggiato mattino di dicembre c’eravamo anche noi.

Il cortile del ghar è tutto sommato piccolo: poche persone, la maggior parte del posto. Tutti sono a mani giunte, in preghiera o in saluto, che qui in Nepal è un po’ la stessa cosa. Spontaneamente, il brusio della piccola corte si fa sempre più basso, fino a cessare del tutto: nel frastuono di Kathmandu si crea una piccola oasi di silenzio.

Ed è allora che arriva Kumari.

Immaginavo, non so perché, di vederla avanzare con un incedere lento, una bimba leggiadra che, con grazia, si affacciasse alla balconata. E invece arriva di colpo, bruscamente, come la statua di un idolo sbattuta con forza su di un altare. Non mi sono resa conto di nessuna porta che si apriva, nè da dove fosse arrivata. Vedo le accompagnatrici della dea che si ritraggono in fretta, la schiena curva, il capo chinato al pavimento. Kumari rimane sola sul balcone, non sfiora nemmeno la balaustra. Semplicemente sta lì, immobile, muta. E’ vestita di rosso, sotto gli occhi ha una lunga riga nera che giunge fin quasi alle tempie e i capelli corvini sono raccolti in un nido. Sulla fronte ha il terzo occhio – di chakchuu o di fuoco – simbolo della veggenza. Tutti la osservano attentamente, perché durante il minuto – forse meno – in cui si palesa, ogni suo gesto o espressione verrà interpretato: un sorriso è simbolo di buon auspicio, l’occhio lucido di pianto un cattivo presagio.

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Kumari guarda dritto davanti a sé con un’aria di sfida. Di nuovo, il mio inconscio attendeva altro: uno sguardo dolce, compassionevole. E invece la dea mi è sembrata incollerita, pronta a esplodere. Un capriccio? Ha pur sempre quattro anni, del resto. Pensavo che avrebbe cacciato un urlo da un momento all’altro ma, proprio mentre formulavo questo pensiero, così come era venuta, la dea se ne è andata. Lo stesso movimento brusco, un’altra volta. E’ tornata nelle sue stanze, pronta a reiterare il rituale giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, fino a quando tornerà ad essere una comune mortale e, come tutti, sparirà nella calca di Kathmandu.

Anche i fedeli poco a poco si dileguano. Io resto indietro, un po’ perplessa. Questa è una di quelle esperienze che, a raccontarle, la gente fa un sorrisetto che significa ‘che buffonata’ o, alla meno peggio, ‘ce n’è di gente strana al mondo’. Al solito, viverle è ben diverso: la tensione nell’aria è palpabile e non la si può esprimere a parole. Kumari mi ha messo in profondo imbarazzo, arriverei persino a dire disagio. Era la fine del 2019 e oggi, a voler credere ai suoi poteri divinatori, viene facile interpretare la sua apparizione. Ma se è vero che non ha mai sorriso – mi dico, in fondo non ha nemmeno pianto.

Ci resta ancora una Durbar Square da vedere, quella di Patan. Quando torneremo in Nepal per la terza volta – perchè ci credo sempre – sarà lì che andremo.

Importante: Fare foto alla dea Kumari è severamente vietato dalla legge nepalese. 

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