Brera: un itinerario tra arte, immoralità e vintage

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Il Napoleone del Canova, Palazzo Brera
In giro per il quartiere più raffinato (e, un tempo, più licenzioso) di Milano.

“Va bene, ma cosa intendi per ritorno a una vita normale?”
“Nuovi film al cinema”, rispondeva Tarrou a Cottard nella Peste, capolavoro edito negli anni ’40 ma che in tanti abbiamo (ri)letto in questo periodo, scoprendone l’orrenda attualità.

Parafrasando Camus, James M. Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera, rilancia un “Gente che va al museo”. Perchè forse a breve ci richiuderanno nell’ennesimo, scellerato lockdown generale, ma intanto, a inizio mese, la Pinacoteca ha riaperto le sue porte.

Ingressi contingentati, prenotazione obbligatoria e visite di massimo 90 minuti – queste le nuove regole – ma almeno si può entrare, ecco. Si può tornare a vedere qualcosa di bello e vero, qualcosa che nessuna visita virtuale (ODIO le visite virtuali) è in grado di restituire.

E così ci sono andata subito, il secondo giorno di apertura. E poi mi sono fatta un giro da queste parti.

La Pinacoteca di Brera

A differenza di altri musei italiani, la Pinacoteca di Brera non è frutto di un collezionismo privato bensì statale. Istituita ufficialmente nel 1809 – quando Milano era capitale del Regno d’Italia – essa diventa, per volontà di Napoleone, un museo contenente le opere razziate provenienti dai territori conquistati dall’esercito francese.

E’ proprio il Bonaparte ad accogliere il visitatore: sembra un dio greco, eppure, l’enorme bronzo che vediamo nel bel mezzo del cortile di palazzo Brera, raffigura proprio lui. “Napoleone come Marte Pacificatore”, opera di Antonio Canova, ha una storia molto particolare. L’imperatore aveva commissionato all’artista italiano un suo marmo di dimensioni colossali. Ma il Canova invece di scolpirlo secondo i canoni dell’epoca, in abiti militari o di corte,  scelse invece di ritrarlo come un energico Marte: nudo, atletico e statuario. L’opera non incontrò il gradimento della Francia, ma fu apprezzata da Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d’Italia nonché figliastro di Bonaparte, che ne commissionò una replica in bronzo: quella che oggi vendiamo in cortile. E l’originale, che fine ha fatto? Bhè, per ironia della sorte, dopo la caduta di Napoleone, la statua fini nelle mani del duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo. Dal 1817, fa bella mostra di sé nella sua residenza privata, oggi un museo.

Ma entriamo in Pinacoteca. Affisse alle pareti, opere notissime: lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Pala di Montefeltro di Piero Della Francesca, il Cristo Morto del Mantegna (quello con i piedi rivolti verso lo spettatore), un Caravaggio, una testa di toro di Picasso. C’è anche la Fiumana di Pellizza da Volpedo ma, al momento, è in restauro.

Da viaggiatrice, il mio dipinto preferito è l’immensa e misteriosa Predica di San Marco in una piazza di Alessandria d’Egitto, di Gentile e Giovanni Bellini. In una sala praticamente vuota, quel quadro dalle suggestioni esotiche – uomini in turbante, donne dai lunghi veli bianchi, minareti, cammelli e persino una giraffa al guinzaglio – mi ha fatta sognare un po’. Sentivo il sole, l’enigma di una cultura sconosciuta, il brusio della gente.

La tela a cui tutti associano la Pinacoteca di Brera è però Il Bacio di Hayez, opera passionale e struggente nonché inquietante: di chi è l’ombra proiettata sul muro, nella parte sinistra del dipinto? E lo sai che in pinacoteca Il Bacio compare ben due volte? Proprio accanto alla tela di Hayez, si trova infatti il Triste Presentimento di Gerolamo Induno. Qui, una giovane seduta sul letto contempla il ritratto dell’amato. Alle sue spalle, appesa al muro, una riproduzione del Bacio. 

Infine, una curiosità: se l’immaginario comune vuole che i musei nascondano capolavori nei propri magazzini, nel caso della Pinacoteca è vero. Infatti, a causa degli spazi espositivi limitati, non tutte le opere riescono ad avere l’attenzione che meritano. Per questo, oltre alla collezione permanente, Brera espone di tanto in tanto alcuni dipinti provenienti dal deposito: tra quelli attualmente in mostra, dei Modigliani, dei Boccioni, dei Carrà. 

L’Orto Botanico

Del complesso di Brera – che, oltre alla Pinacoteca, comprende l’Accademia di Belle Arti, la Biblioteca Braidense, l’Osservatorio Astronomico e l’Istituto Regionale di Scienze e Lettere – fa parte anche l’Orto Botanico, un piccolo gioiello cittadino.

Si tratta di un giardino storico, nato, così come l’Accademia, per volere di Maria Teresa D’Austria (sì, proprio la mamma di Maria Antonietta). Prima orto dei Padri Gesuiti, poi giardino degli Asburgo, l’orto botanico è oggi gestito dall’Università degli Studi di Milano. Nei suoi cinquemila metri quadri di verde, crescono alberi piantati in epoche diverse e trionfa la biodiversità: vi sono zone che ricreano ambienti aridi, umidi o mediterranei, aree di sottobosco, aiuole di erbe officinali e altre ancora in cui prosperano specie rare come la Utricularia Vulgaris, una pianta carnivora acquatica.

Decadente e romantico al punto giusto, l’Orto Botanico di Brera è un angolino di Milano inaspettato e relativamente poco conosciuto; in primavera è bello fermarsi qui a leggere seduti su di una panchina, nel silenzio più totale.
L’orto botanico ha due ingressi: da via Brera 28 e da via Fratelli Gabba ed è completamente gratuito.

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Le luci rosse di Fiori Chiari

E’ buffo pensare che quello che oggi è uno dei rioni più raffinati di Milano, raccontasse un tempo ben altra storia. Non tutti sanno che la Brera odierna, colta e un po’ snob, era un tempo una delle zone più licenziose di Milano, nientemeno che il quartiere a luci rosse. Conosciuta come ‘la contrada di tett’ (che no, non vuol dire tetti), pullulava di case di piacere, a cominciare da via Formentini. Era però al n°17 di Via Fiori Chiari, che si trovava il bordello più lussuoso (e lussurioso) della città, frequentato dalla Milano bene. Le spettanze della casa erano determinate da tariffari ben precisi: bastava 1 lira per quella che veniva definita una svelta, 4 lire per 20 minuti, £7.50 per un’ora e via a salire. Attenzione però, perchè sapone, acqua e asciugamani non sempre erano inclusi nel prezzo. Va da sè che più la casa era rinomata e più, naturalmente, il costo della prestazione lievitava: alcune donne accumularono negli anni una vera e propria fortuna. Si dice che Wanda la Bolognese, la maitresse più longeva di Milano, arrivò a permettersi, con una media di sessanta uomini al giorno, addirittura una Porche. Rovinata dal gioco d’azzardo, fu identificata negli anni ’90 tra i senzatetto della Stazione Centrale.

Due leggi cambiarono il destino di Brera: la Crispi del 1888, che proibì alle mestieranti di affacciarsi alle finestre dei bordelli, imponendo di abbassare le persiane (da cui l’appellativo di ‘case chiuse’) e, successivamente, la legge Merlin (20 febbraio 1958) che delle case di tolleranza, decretò la fine. Sebbene, per quanto immorali, rappresentino un pezzo significativo della storia e del costume di Milano (e per estensione dell’Italia), oggi di questi luoghi non è rimasto nulla. Tuttavia, per riscoprire questo mondo fatto di talco, cipria e perdizione, si organizzano (o per lo meno, lo si faceva prima della pandemia) diversi tour guidati: mi incuriosiscono molto e spero di parteciparvi prima o poi.

Lo shopping vintage

Anche se questa Brera scapigliata e senza pudore non c’è più, il quartiere riesce comunque a conservare la sua anima artistica e un po’ nostalgica, anche grazie a diverse boutique di stampo vintage.

Uno dei miei negozi preferiti è Il Cirmolo, che propone arredamento industriale e di design della metà del XX secolo: una maliziosa Betty Boop che strizza l’occhio al passante, un gigantesco Superman in resina pronto a spiccare il volo, insegne italiane anni ’50 – Campari, Cinzano, Martini, ma anche Fiat, Sali e Tabacchi e cartelli autostradali arrugginiti – e ancora, lettere luminose, giocattoli degli anni 70, tavoli e sgabelli da bistrot.

Se ami la moda d’altri tempi poi, qui a Brera trovi una delle più famose boutique di abbigliamento vintage di Milano: tessuti a pois, pizzi, colletti, gonne a campana e bijoux di perle riempiono le vetrine di Cavalli e Nastri, che offre un assortimento che spazia dagli anni ’20 al 2000. 

Data la presenza dell’Accademia, tantissimi sono i negozi che forniscono articoli per le Belle Arti, in attività sin dal primo ‘900: da Pellegrini o da Crespi puoi fare il pieno di acquerelli, acrilici, colori a olio, pastelli, cavalletti, tavolozze, tele e album da disegno. 

E se di vintage non ne hai ancora abbastanza, al n°13 di Via Fiori Scuri c’è l’Antica Farmacia di Brera, la più antica della città – qui dal 1812 – quando i farmacisti si chiamavano ancora ‘speziali’. Distrutta durante il secondo conflitto mondiale, la farmacia venne ricostruita nel dopoguerra e, dei tempi andati, restano la bella targa in terracotta all’esterno e mobili e vasi panciuti all’interno.

Infine, se vuoi mangiare un boccone sempre immerso in quest’atmosfera rétro, siediti al Bar Jamaica, in via Brera 32. Simbolo della vita bohémienne del quartiere sin da inizio ‘900, fu consacrato definitivamente quale luogo di ritrovo per artisti e letterati solo negli anni ’50: ai suoi tavoli presero posto Ungaretti, Quasimodo, Lucio Fontana e, in tempi più recenti, Dario Fo. Oggi il Jamaica si perde un po’ in mezzo ai tanti e tanti localini che, con i loro dehor, affollano il cuore pedonale di Brera; tuttavia, chi conosce la sua storia non può che guardarlo con autentico affetto.

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