Palermo in un giorno: l’itinerario a piedi

palermo in un giorno
Piazza Quattro Canti, Palermo
Araba e cristiana, nobile e popolare: 24 ore alla scoperta della città di Santa Rosalia

Prendi la dominazione moresca, aggiungici quella bizantina e poi la normanna. Prendi il barocco, quello fiero e decadente come il don Fabrizio di Tomasi di Lampedusa. Mescola l’atmosfera di un suq tunisino con le banniate, le cantilene con cui i commercianti ti attirano verso le loro bancarelle. E ancora, afferra una manciata di contaminazioni arabe e cristiane: spargile sulle chiese e dentro ai piatti. Condisci infine con tutto ciò che le correnti del Mediterraneo hanno portano a riva nel corso dei secoli. Otterrai Palermo.

Esempio riuscito di sincretismo e multiculturalità, il capoluogo siciliano l’abbiamo visto sotto una cappa grigia e afosa, che ci ha restituito colori e respiro solo verso sera.
Qui di seguito, le tappe delle nostre 24 ore in città.

La Vucciria
Tra gli storici mercati palermitani – Capo, Ballarò, Borgo Vecchio – il più famoso forse è proprio questo. Famoso perché consacrato anche dall’arte, dalle pennellate di Renato Guttuso che lo definì “una grande natura morta con in mezzo un cunicolo entro cui la gente scorre e si incontra”. Nato come spazio destinato al macello e alla vendita della carne (dal francese boucherie), oggi il mercato ha modificato etimo e conformazione: la Vucciria – che in palermitano significa confusione, vociare – si ramifica su diverse strade e commercia di tutto un po’. Dai tagli bovini ai tranci di tonno, dalle melanzane ai tenerumi, le foglie della tipica zucchina siciliana, dai muluni d’acqua ai melograni. E poi panelle, stigghiole alla brace, cazzilli

Ma Vucciria non è solo mercato. Basta buttare l’occhio oltre le bancarelle per accorgersi delle tante opere architettoniche che caratterizzano la zona: la fontana del Garraffello e il Palazzo Mazzarino Merlo per citarne un paio. A proposito di quest’ultimo, forse lo ricorderai per la nota scritta ‘Uwe ti ama’ che, rossa come il sangue, dominava la facciata. Inconfondibile arredo urbano, è stata per un buon decennio uno dei simboli più riconoscibili del centro storico. Parlo al passato perché oggi non la si vede più: Uwe Jaentsch, l’artista austriaco che aveva fatto di Palermo il suo atelier a cielo aperto, è stato ‘sfrattato’ dal comune e Palazzo Mazzarino, nel quale abitava – abusivamente, bisogna dirlo – , è stato inserito in un progetto di riqualificazione del quartiere che non prevede la street art.

La scritta è dunque stata coperta e con essa il tragico messaggio d’amore che recava con sé. Perché, Uwe se ne era accorto, la Vucciria di Guttuso non c’è più, e da tempo: oggi, il quartiere si presenta sgretolato, annerito, bombardato. Sembra giacere in uno stato di abbandono, in cui a farla da padrone sono il degrado, la spazzatura, gli odori nauseabondi e l’incuria nella quale languono palazzi che, come nobili caduti in rovina, sono miserabili testimoni del tempo che fu. Di Uwe restano – per ora – quelle altre parole altrettanto iconiche, ‘Durex Tropic‘, apposte su un edificio che, pericolante, venne ‘restaurato’ col cemento armato, azione che, pur garantendone la sicurezza (da qui il parallelismo col noto brand di preservativi), ne ha stravolto bellezza e autenticità. Della Vucciria, resta la confusione: oggi, il quartiere è uno dei poli della movida notturna.

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Piazza Bellini e le sue chiese
Molto bello, invece, il complesso di chiese che sorge intorno a Piazza Bellini. Ce ne sono tre, ciascuna con caratteristiche peculiari, tutte da vedere. Eccole qui:

# San Cataldo: perfetto amalgama di architettura bizantina e arabo-normanna, fu edificata agli inizi dell’anno 1000. Esternamente è senza dubbio la più scenografica delle tre grazie alle cupole rosse che la sovrastano, ma ho apprezzato molto anche gli interni. In netto contrasto con le altre due chiese, in cui trionfano i decori, San Cataldo è una chiesa spoglia e senza fronzoli: sulle sue pareti non si vede altro che la nuda pietra.

# Santa Maria dell’Ammiraglio (Chiesa della Martorana): Barocca e rimaneggiata nel corso dei secoli, cela al suo interno i mosaici più antichi di Palermo che, per colori e fattura, rimandano a quelli della più famosa Cappella Palatina. Molto caratteristico il campanile, che mi ha ricordato le atmosfere della Spagna andalusa.

# Santa Caterina d’Alessandria: qui vale la pena spendere un po’ più di tempo e ora ti spiego perché! Oltre alla chiesa in sé – un tripudio di intarsi e altorilievi marmorei, risalente alla seconda metà del Cinquecento – meritano infatti una visita altri tre ambienti ad essa collegati: il monastero, i tetti e la dolceria. Ma andiamo con ordine. Nel XVII secolo, quello di Santa Caterina era uno dei conventi più importanti di Palermo. Accoglieva novizie spesso di buona famiglia e, altrettanto spesso, condotte qui contro la loro volontà. Poiché le ultime religiose hanno abbandonato la struttura nel 2014, oggi essa è aperta al pubblico: il visitatore ha dunque la possibilità non solo di camminare nell’affascinante chiostro di maioliche, ma di sbirciare nella vita delle monache, entrando nelle loro celle e nel coro dietro al quale assistevano alla messa senza esser viste. Già, perché le devote di Santa Caterina conducevano una vita di clausura: prive di qualsiasi contatto esterno, erano votate al silenzio più totale, rotto solo dalla preghiera.

L’unico loro sfogo erano le terrazze: basta salire qualche rampa di scale per sbucare sui tetti del monastero e godere di una vista superlativa di Palermo! Ma se intorno a te si ergono tutta una serie di cupole, campanili e facciate barocche, anche abbassando lo sguardo il panorama non è da meno: avrai un affaccio privilegiato su Piazza Bellini e su Piazza Pretoria, con la sua celebre Fontana della Vergogna.

Infine, la dolceria: si chiama ‘I segreti del chiostro’ e riannoda i fili della tradizione della pasticceria conventuale. E’ qui che, nei tempi andati, le monache modellavano la deliziosa frutta martorana e un’infinità di altre squisitezze, oggi tutte riproposte dietro al bancone: minne di Vergine, crostate di zuccata (la marmellata di zucchine verdi siciliane), scorze di limone e arancio candite, dolcetti di pasta di mandorle, gelo di mellone, cassate, genovesi e fragranti cannoli farciti al momento con morbida ricotta zuccherata.

I Quattro Canti e la Cattedrale
Prosegui ora in direzione Quattro Canti, la piazza ottagonale situata all’incrocio delle principali arterie della città, via Maqueda e il Cassaro (oggi Via Vittorio Emanuele). E’ un luogo molto suggestivo (foto di copertina), caratterizzato da quattro altissime facciate decorative che incombono sui passanti. Realizzate a inizio ‘600, ciascuna ripropone la stessa sequenza simbolica; dal basso verso l’alto troviamo: una fontana a rappresentare uno dei quattro fiumi della vecchia Palermo, l’allegoria di una stagione, la statua di un sovrano e, infine, tendenti al cielo, le quattro patrone della città prima dell’avvento di Rosalia: Sant’Agata, Cristina, Oliva e Ninfa.  

Scendi ora lungo via Vittorio Emanuele e arriverai alla Cattedrale che, più che un luogo di culto ricorda una specie di fortezza, tutta torri, portali, archi, cupole e merlature. Anche all’occhio meno esperto risulterà evidente la commistione di stili, religioni ed epoche che nei secoli ne hanno modificato l’aspetto. Patrimonio Unesco, la Cattedrale è intitolata alla Vergine, anche se una cappella è interamente consacrata alla Santuzza, Santa Rosalia, che liberò Palermo dalla peste nel 1624. Le sue reliquie sono conservate proprio qui e, ogni 15 luglio, vengono portate in processione durante il cosiddetto ‘Festino’ a lei dedicato. Se hai tempo, infilati in quella stradina stretta che vedi proprio di fronte alla Cattedrale, vicolo Brugnò. Percorrendola, vedrai un susseguirsi di interpretazioni di Santa Rosalia realizzate da diversi artisti contemporanei.

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Palazzo dei Normanni e Cappella Palatina
A circa un chilometro dalla Cattedrale, sorge la residenza reale più antica d’Europa: il Palazzo dei Normanni, costruito nel 1130. Per raggiungerlo, attraversa i colorati giardini di Villa Bonanno dove, tra piante tropicali, fichi d’india e opunzie, vedrai una serie di targhe commemorative delle vittime di mafia, come il Generale Dalla Chiesa, ad esempio.

Giunta a destinazione, entra nella Cappella Palatina, “la più bella che esiste al mondo, il più stupendo gioiello religioso vagheggiato dal pensiero umano ed eseguito da mani d’artista” nelle parole di Guy de Maupassant. Nata come cappella privata della famiglia reale, oggi è accessibile a tutti: toglie letteralmente il fiato, dorata e grandiosa nei suoi mosaici. Ancora una volta, notiamo il forte sincretismo che caratterizza un po’ tutta la Sicilia ma il suo capoluogo in particolare: se il gigantesco Cristo Pantocratore – creatore di ogni cosa – che occupa la cupola è bizantino, l’architettura è invece occidentale, mentre le decorazioni che adornano il soffitto sono moresche (si tratta infatti di un delicato sistema di intarsi, conosciuti come muqarnas).

Ballarò e lo street food
Delusa dalla Vucciria, ho cercato un altro mercato. Ad essere onesta, nemmeno Ballarò mi ha colpita particolarmente, ma di certo vale la pena farvi un salto se non altro per assaggiarne lo street food, capitolo imprescindibile di una qualunque puntata a Palermo. C’è solo l’imbarazzo della scelta: si va dal cazzillo (crocchè di patate) a pane e panelle (panini imbottiti di quadrotti fritti di farina di ceci); dall’arancina (a Palermo è femmina!) allo sfincione (una specie di focaccia con pomodoro e caciocavallo), per poi passare a gusti più forti.

Solo i più temerari potranno infatti assaggiare il quarume (interiora di vitello) e, soprattutto, il pani câ meusa, ossia il panino con la milza, che spesso prevede anche altre ‘cosine’ tipo polmone e trachea di bovino, prima bolliti e poi messi a sfrigolare nello strutto. Il panino va poi cunzato – ossia condito – con limone e pepe o accompagnato da qualche cucchiaiata di formaggio. Io? No, non ce la posso fare. La foto qui sotto è di mio marito!

La Cala, quartiere Kalsa
Continua a essere indicato con il nome arabo, anche se un nome italiano, questo rione ce l’ha: si chiama Mandamento Tribunali perché, dove oggi c’è Palazzo Steri, un tempo c’era il famigerato Tribunale dell’Inquisizione. Quartiere popolare, la Kalsa ha visto crescere Falcone e Borsellino, fiorire la street art e approdare diverse navi: è infatti qui che si trova il porto turistico di Palermo, la Cala.

Passeggiando da queste parti, l’occhio non può non essere rapito dal gigantesco murales che raffigura i due magistrati simbolo della lotta alla mafia: situato in Via Mura della Lupa, riproduce il famosissimo scatto di Tony Gentile. Il giorno della sua inaugurazione, l’allora presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi, pronunciò una frase storica e commovente: “Questo murale deve ricordare a tutti che Palermo non è la città della mafia, ma la città di Falcone e Borsellino”.

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Non ti basta? Palermo, naturalmente, è ancora molto altro: se hai più tempo a disposizione di me, potresti pensare di avventurarti nella Ziza, vistare il Parco della Favorita o Palazzo Butera o, perchè no, spaparanzarti sotto il sole a Mondello!

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