I sentieri della Grande Guerra

i luoghi Prima Guerra Mondiale
Il Sacrario di Redipuglia
Sul Carso cantato da Ungaretti, un percorso fortemente emotivo

Nel 1915 aveva ventisette anni. Si arruolò nella Brigata Brescia e venne mandato a combattere in quello che, per l’Italia, fu teatro delle più sanguinose battaglie del primo conflitto mondiale. In trincea, scriveva. Teneva un taccuino che riempiva di poesie, componimenti brevi, brevissimi, che raccontavano l’indicibile: il travaglio interiore di un soldato semplice, lo smarrimento di fronte all’orrore della guerra e quel barlume di speranza che, di spegnersi, proprio non voleva saperne.

Giuseppe Ungaretti avrà una vita lunga e il suo ermetismo lo porterà a sfiorare il premio Nobel. “Sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita. Volontà di vivere nonostante tutto, stringendo i pugni, nonostante il tempo, nonostante la morte” – disse.

Sul Carso da lui cantato, oggi sorgono i luoghi della memoria. Ne abbiamo visitati alcuni, in una giornata partita sulla spinta dell’apprendimento e terminata con grande commozione.

Il Monte San Michele
Situato a pochi chilometri da Trieste, il Monte San Michele è un’altura di appena 275 metri. Presidiato dall’esercito austroungarico con un solido sistema di caverne e cunicoli, l’armata italiana tentò più e più volte di conquistarlo, collezionando ahimè risultati disastrosi. Fu solo nell’agosto del 1916, durante la Sesta Battaglia dell’Isonzo, che il colle venne finalmente preso.

Questa mattina c’è un bel vento e il tricolore fluttua alto nel cielo. Siamo nel piazzale di Cima 3, una delle quattro creste del San Michele e, osservando il panorama, è facile capire perché questo rilievo fosse così importante: domina tutta la valle dell’Isonzo e la città di Gorizia. Dichiarata Zona Sacra sin dal 1922, l’area che comprende e circonda il monte è ancora oggi disseminata di gallerie, trincee e camminamenti, testimonianze a cui si sono poi aggiunti cippi commemorativi e, da ultimo, un toccante museo multimediale.

Cominciamo proprio da qui. Unico nel suo genere, il museo del San Michele affianca alla divulgazione storica più tradizionale una serie di esperienze supportate dalla realtà virtuale. Una prima sala è ricca di cimeli: ci sono divise, elmetti, fucili e le prime pagine dei giornali dell’epoca. Titolano con un’unica parola scritta a caratteri cubitali, in tutte le lingue: Rat! War! Wojna! Krieg! Háború! GUERRA!

Sulle mappe interattive, gli eserciti si muovono al tocco delle nostre dita; le foto di combattenti giovanissimi riempiono gli schermi. Ma è nella sala 3D che il visitatore vive l’esperienza più drammatica e insieme scioccante. Cuffia e visore ti trasportano nel cuore del conflitto: in una trincea, in un ospedale da campo, in un bunker. Ora sei nascosto tra le frasche in quel malaugurato istante in cui venne sferrato l’attacco con il gas – ti viene da arretrare con la sedia, da muovere le mani per disperdere il fumo – e, pochi minuti dopo, sei sullo Spad XIII, in volo insieme a Francesco Baracca sull’altopiano di Doberdò. Spettatore silente, senti però tutto intorno a te gli spari, le voci, gli incitamenti, le grida, gli scoppi, l’affanno. Quando l’esperienza volge al termine, la sensazione è di un’inaspettata vertigine, di sconcerto. Torno volentieri all’aperto e quello stesso panorama che osservavo mezz’ora fa, lo vedo ora con occhi diversi.

Il percorso museale prosegue nelle antiche cannoniere, un complesso di gallerie scavate nel ventre della montagna. Collaudate ma mai utilizzate, sono state costruite dal Genio italiano tra il 1916 e il 1917 per scopi difensivi, ma finirono poi per divenire sede del comando tattico della Terza Armata dell’Esercito. Indossato il casco di sicurezza, scendiamo nei tunnel: si vedono bene le sale che dovevano essere adibite a deposito, infermeria, dormitorio e i basamenti di cemento su cui poggiavano le armi. I cannoni non ci sono ma, ancora una volta, la realtà virtuale ci viene in aiuto: tramite l’app del museo, il cannone si materializza sul nostro smartphone, rendendo il tutto più reale.

Nuovamente all’esterno, scendiamo ora sul fianco del poggio dove, ancora evidente nel suo solco, serpeggia la trincea ‘sperimentata’ poco fa in 3D, quella in cui il 26 Giugno del 1916 venne usato il gas tossico per la prima volta in Italia. Più di ogni altra, la Grande Guerra fu soprattutto una guerra di trincea, di logoramento. Di avanzamenti minimi che portavano i soldati a vivere come (e tra) i topi, nascosti in tunnel scavati nel terreno, in cui vivi e morti – si affaccia alla mente il commilitone di Ungaretti dalla “bocca digrignata, volta al plenilunio” – condividevano lo stesso spazio anche per giorni.

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Il Percorso dei Cippi
Dal Monte San Michele si snoda parte del tracciato oggi conosciuto come ‘percorso dei cippi’, un sentiero lungo il quale sono stati eretti diversi monumenti in memoria dei reparti che hanno combattuto in questa zona. Tra i più significativi, quello intitolato alla Brigata Sassari, l’eroica unità di granatieri sardi che giocò un ruolo fondamentale durante la Quarta Battaglia dell’Isonzo. Soprannominati “Die Rote Teufel“, i Diavoli Rossi, per via di quelle mostrine che stingevano con la pioggia colorando le loro divise, questi soldati guadagnarono il più alto tributo di eroismo: 2 medaglie d’oro al valor militare ai Reggimenti 151° e 152° e ben quattro citazioni sul Bollettino del Comando Supremo.

Nonostante la malinconia che porta con sè, quello dei cippi è in realtà un percorso molto sereno, completamente immerso nella natura. Avanzando in queste radure silenziose, accarezzate dalla brezza, viene difficile immaginare il Carso come fulcro del fronte, macchiato di sangue, dilaniato dagli spari. Allo stesso tempo, però, è bello pensare che coloro che sono stati testimoni di tanto tumulto, di tanto orrore, vengano ora ricordati in un luogo così quieto, illuminati ogni giorno di quel famoso immenso.

Prima di uscire dal sentiero, ancora una tappa. Si tratta di San Martino del Carso, la piccola frazione del comune di Sagrado, completamente rasa al suolo durante il conflitto. E’ la stessa che dà il titolo a uno dei componimenti bellici più celebri di Ungaretti, integralmente riportato su di una stele all’ingresso del paese:

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro / Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto / Ma nel cuore nessuna croce manca / E’ il mio cuore il paese più straziato.

Il Sacrario di Redipuglia
Dalla forte esperienza in museo, siamo passati alle trincee, ai tunnel, alla commemorazione degli eroi. Di conseguenza, il nostro itinerario non poteva che concludersi qui, nel luogo del riposo eterno. Di Redipuglia ho sentito parlare sin da bambina. Ci veniva con solerte puntualità una cugina dei miei nonni per rendere omaggio al suocero, deceduto durante la Grande Guerra senza sapere che avrebbe presto avuto un figlio. Ogni anno, la nuora di questo soldato – rimasta vedova in giovane età – noleggiava una macchina e, dal Piemonte, si faceva portare sin qui, a visitare la tomba del padre del marito. Oltre al suo nome inciso su di un gradone, di lui non resta che una cartolina inviata dal fronte, in cui, in quella splendida calligrafia tutta svolazzi tipica del tempo, fa alla consorte la dolce promessa di rivederla presto.

Inaugurato nel 1938 alla presenza del Duce, Redipuglia è il più grande sacrario italiano dedicato ai caduti della Grande Guerra. Costruito laddove passava la linea del fronte, rappresenta idealmente un gigantesco schieramento militare, un’unità di ben centomila soldati, tante sono le salme che qui riposano. A guidarli un’ultima volta e per sempre è il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, sepolto in un monolito ai piedi della scalinata insieme ai suoi generali.

Alle sue spalle, l’esercito. 22 gradoni ospitano le tombe di quasi 40.000 soldati identificati e di un’unica donna, la crocerossina Margherita Kaiser Parodi, scomparsa a soli 21 anni. Davanti ad ogni loculo risuona forte nella pietra la scritta “presente”, ripetuta più e più volte. Riprende l’uso militare secondo cui, quando durante l’appello veniva chiamato il nome di un commilitone defunto, la squadra rispondeva all’unisono al grido di “presente!”. Sull’ultimo gradone, appena sotto il cielo, due grandi lastre celano i resti di oltre 60.000 militi ignoti. Ci sono anche tre croci: chi ha trovato il proprio Golgota qui sul Carso, è finalmente asceso a un luogo migliore.

Lasciando il sacrario, questa scritta: “O viventi che uscite se non vi sentite più sereno e più gagliardo l’animo voi sarete venuti qui invano”.

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