Sette borghi bellissimi da vedere in Umbria

borghi umbria quali vedere
Castelluccio di Norcia
Arroccati su di un colle, le vie di pietra, il tessuto medievale: l'Umbria è terra di borghi, uno più bello dell'altro

Arroccati su di colle, le case color del miele, le vie di pietra. Un campanile, talvolta una torre, altre un castello. Di chiese, ben più d’una. Piccoli o grandi che siano, sono i borghi a dominare lo splendido paesaggio umbro: eccone alcuni in cui far tappa.

Bevagna e le sue Gaite 
San Giovanni, Santa Maria, San Pietro, San Giorgio: sono le quattro gaite, ossia i quattro quartieri, in cui è suddivisa Bevagna. Ciascuna di esse fa riferimento a un’antica corporazione, rispettivamente cartiera, setificio, cereria e dei dipintori. Per rendersi conto dell’impianto medievale del borgo, sono sufficienti pochi minuti: Bevagna si dispiega su di un tessuto urbano stretto e austero, all’interno del quale spiccano le imponenti moli delle sue chiese. Sul punto più alto, quella intitolata a San Francesco. Risalente al XIII secolo, essa custodisce una reliquia importante: la pietra su cui il Santo avrebbe posato i piedi durante la famosa predica agli uccelli, tenutasi nella vicina località di Pian d’Arca.

Nonostante la sua forte impronta due/trecentesca, Bevagna offre anche diverse testimonianze del suo trascorso romano: un tempio tramutato in chiesa (l’ex Madonna della Neve) e i resti delle terme pubbliche, il cui pavimento, un enorme mosaico bianco e nero decorato con motivi di aragoste, polpi e tritoni, è tutt’ora visibile.

In particolare: Ogni anno, a fine giugno, le gaite diventano protagoniste di una delle maggiori rievocazioni storiche d’Europa. In occasione del palio noto come Mercato delle Gaite, i quartieri si sfidano in una serie di prove a stampo medievale: la riproduzione degli antichi mestieri, il tiro con l’arco e la gastronomia d’epoca. Con l’aiuto dei suoi abitanti, vestiti in costume, le vie di Bevagna si colorano così di passato, in un evento decisamente singolare.

Montefalco e le sue vigne
Si trova in cima a un collina ricca di vigneti e uliveti, posizione che gli è valsa a il soprannome di “Ringhiera dell’Umbria”. Storicamente guelfo, dunque schierato a favore del Papato, Montefalco conserva un patrimonio artistico di tutto rispetto, a cominciare dalla chiesa museo di San Francesco, edificata dagli ordini monastici nel 1300. Da vedere, anche il Palazzo Comunale con la sua loggia e l’antica chiesetta di Santa Maria de Platea.

Oltre che per le sue bellezze naturali e architettoniche, Montefalco è anche rinomata quale tappa enogastronomica. Dalle sue viti si producono infatti alcuni tra i più apprezzati vini umbri quali il Montefalco Rosso e il Sagrantino: fermarsi in una delle sue cantine per una degustazione è d’obbligo!

In particolare: Il Sagrantino è uno dei vini italiani che mi piacciono di più (il mio preferito resta il Barolo). E’ un vitigno molto antico – si dice risalga addirittura al I secolo D.C. – e alquanto complesso: ha infatti una delle più alte concentrazioni di tannino al mondo. Proprio per questo, ha bisogno di parecchio tempo per ammorbidirsi; matura dunque in cantina ma invecchia in bottiglia. Manco a dirsi, è l’accompagnamento ideale di cacciagione, brasati e carni alla griglia. Insomma, sulle tavole umbre è a dir poco perfetto!

Campello del Clitunno e le sue fonti
Esci dalle mura del borgo e scendi lungo la collina: la vera perla di Campello è quel laghetto di acqua limpidissima da cui sgorga un fiume, il Clitunno. Celebrate da Plinio e Virgilio e, successivamente, da Byron e Carducci, le fonti del Clitunno sono un luogo magico, un tempo come oggi; un’oasi verde e azzurra dove cigni e anatre scivolano lenti nella pace più assoluta.

In passato navigabile fino a Roma, il Clitunno deve il suo nome al dio pagano che si pensava dimorasse nei fondali, oracolo degno di fede, nonchè dotato di poteri magici: pare che i buoi sacrificali immersi nel fiume ne uscissero candidi. Prima che un violento terremoto cambiasse i connotati del territorio, ridimensionando così la portata del fiume, sulle sue sponde si allineavano svariati sacelli, altari e nicchie votive; oggi sopravvivono solo i resti di un tempietto, prontamente dichiarato patrimonio Unesco.

“Hai mai veduto le fonti del Clitunno?” – scriveva Plinio il Giovane. “Io l’ho viste da poco e mi rammarico di averlo fatto troppo tardi”. Il suo consiglio è valido ancora oggi.

In particolare: Se Montefalco è famoso per le sue aziende vinicole, Campello lo è per i suoi frantoi. Il peculiare microclima della zona consente infatti di produrre alcuni tra i più pregiati extravergine italiani, come lo storico Gradassi, estratto per sgocciolamento naturale a freddo e in produzione sin dal 1639.

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Todi e i suoi santi
Sono ben tre le cerchie murarie che circondano Todi, una per ogni periodo della sua storia: etrusca, romana e medievale. Fulcro della città è Piazza del Popolo, sulla quale si affacciano edifici di pregio come quello dei Priori, del Popolo e del Capitano e il bel Duomo dell’Annunziata, innalzato sui resti di un tempio dedicato ad Apollo.

Poco lontano dalla piazza, in cima ad un’imponente scalinata di 153 gradini, si trova invece la chiesa di San Fortunato, tappa fondamentale per i devoti. Nella sua cripta sono infatti custodite le spoglie dei santi protettori della città (addirittura cinque!): Fortunato, Cassiano, Callisto, Degna e Romana. Non solo: sempre qui si trova la tomba di Jacopone, frate francescano nativo proprio di Todi, noto tanto per le sue laudi quanto per le pratiche di mortificazione – digiuno, flagellazione, insonnia – che si autoinfliggeva in uno slancio di annientamento del corpo e di innalzamento dello spirito. Riconosciuto beato dalla Chiesa, non è tuttavia mai stato santificato.

In particolare: Edificata su di un’altura a circa 400 metri sul livello del mare, Todi è una terrazza d’eccezione sulle colline umbre e sulla valle del Tevere. Se ti va di camminare, raggiungi il punto più alto della città, il parco della Rocca: dà il meglio di sé al tramonto.

Spello e i suoi fiori
Spello è forse tra i borghi umbri più conosciuti a livello nazionale. Oggi appartenente al club de i Borghi più Belli d’Italia, fu apprezzato persino da Giulio Cesare che la ribattezzò ‘Splendida Colonia Julia’. Degne di nota sono le due porte monumentali – Consolare e Venere – che ne delimitano l’ingresso; le sue due chiese, entrambe custodi di opere del Pinturicchio, grande protagonista del rinascimento umbro e italiano; e un belvedere da brividi, che si affaccia laddove un tempo c’era il foro romano. Sono però i suoi vicoli in salita, le immacolate casine di pietra e i loro balconi fioriti a valere quell’esclamazione che ho letto e sentito tante volte: “Spello è una bomboniera!”.

Sulla sua bellezza non ci piove, assolutamente, ma non è il mio preferito. Prediligo borghi più imperfetti, più ruvidi; del resto, le bomboniere non le ho fatte nemmeno in occasione delle mie nozze (con gran disappunto della mamma).

In particolare: Se ti piace il genere, ti suggerisco di visitare Spello durante la tradizionale Infiorata che si tiene ogni anno in occasione del Corpus Domini (dunque tra maggio e giugno, a seconda di quando cade Pasqua). Durante questa festività, nelle vie del centro storico – su di un percorso di quasi 2km – fioriscono enormi quadri e tappeti fatti di petali, vivaci ed elaborati testimoni della processione del Corpo di Cristo, officiata dal vescovo.

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Spoleto e le sue piazze
Di simboli, Spoleto ne ha parecchi, a cominciare dalla Rocca Albornoziana, una fortezza costruita a inizio 1300, inizialmente pensata come residenza papale e successivamente adibita a prigione. C’è poi il Ponte delle Torri, un acquedotto alto 80 metri, dipinto da Turner nelle sue sfumature più romantiche (lo puoi vedere esposto nella Tate Britain di Londra oppure cliccando qui). E ancora, la scalinata che porta a quel suo incredibile Duomo, un po’ romanico, un po’ rinascimentale e, nel grandioso mosaico che decora la facciata, un po’ bizantino. Non meno interessante l’interno della chiesa: tra le sue mura, trovano posto gli affreschi del Pinturicchio e di Filippo Lippi e persino un busto del Bernini.

Di Spoleto sono però le sue piazze e piazzette ad avermi colpita: capolavori architettonici incomparabili, come Piazza Duomo, diafana e luminosa, altre più piccole ma signorili, come Piazza Panciani e i suoi scalini di travertino, o ancora, vivaci e disordinate come la Piazza del Mercato, su cui si affacciano locali e norcinerie.

In particolare: Mi è piaciuta tantissimo la chiesa di San Pietro Extra Moenia. Come suggerisce il suo nome, la trovi appena fuori le mura, nei pressi della statale Flaminia all’entrata sud di Spoleto. Definita da alcuni ‘la Bibbia dei Poveri”, la sua facciata è un susseguirsi di altorilievi che riproducono non solo scene di carattere religioso ma anche note novelle medievali. Così, accanto ad episodi della vita di San Pietro, troviamo la favola della volpe e i corvi, del lupo e il montone, del leone e il boscaiolo. Come un grande, enorme libro illustrato, la facciata della chiesa si proponeva di “educare” quella larga fetta di popolo analfabeta al messaggio cristiano e, più in generale, a un’esistenza virtuosa. Poiché, si sa, ogni favola ha un intento moralistico.

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Castelluccio di Norcia e i suoi campi
Castelluccio è una piccola frazione poco distante da Norcia. Adagiata su di un promontorio dei Monti Sibillini, non è che una manciata di case, una delle quali dipinta con i colori della nostra bandiera. Tutto intorno, colline dolci e verdissime e, alle spalle un monte, il Vettore, che ai primi di giugno conserva ancora qualche traccia di neve.

Ma è quel che si trova ai piedi del borgo a rapirti il cuore. Appena prima dell’inizio dell’estate, i campi che lo circondano, coltivati con la preziosa lenticchia IGP, si riempiono di fiori selvatici, trasformandosi nella più vivace delle tavolozze. Il rosso dei papaveri, il giallo della senape, il bianco delle margherite, il blu dei fiordalisi: uno spettacolo unico al mondo, da scoprire tutto a piedi percorrendo i sentieri in mezzo alla piana o arrampicandosi sui colli circostanti per godere di una vista a 360°. La foto qui sotto e quella di copertina le ho scattate la settimana scorsa: purtroppo ero un po’ in anticipo sui tempi e la fioritura non era ancora esplosa del tutto, ma l’esperienza è bastata a farmi prendere una decisione: quella di tornare l’anno prossimo!

In particolare: I Monti Sibillini sono stati tra gli epicentri della sequenza sismica che ha colpito il centro Italia nel 2016. In quell’occasione, oltre il 60% delle case di Castelluccio sono andate distrutte, mentre Norcia ha visto crollare la basilica di San Benedetto e la concattedrale di Santa Maria Argentea. Oggi, i segni della tragedia sono ancora visibili: edifici sventrati, esercizi inagibili e rilocati lontano dal centro storico, crepe profonde tanto sui muri quanto nei cuori. C’è però tanta voglia di ricominciare e, anche a fronte dei tempi ulteriormente dilatati dalla pandemia, di ricostruire. Il sisma del 2016, di magnitudo 6.5, è stato secondo per potenza solo a quello che colpì l’Irpinia negli anni ’80; le sue scosse sono state avvertite sino in Austria e nei Balcani.

E come non citare Gubbio, Assisi, Orvieto… L’Umbria è insomma tutta da scoprire ed è perfetta per un on the road in qualunque stagione!

 

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