Un weekend a Padova e cinque cose che mi sono piaciute

weekend a padova
“Chi ama non dorme”, Kenny Random
Da Giotto alla street art di Kenny Random, il meglio della città del Santo

Torniamo un secondo a febbraio. All’esibizione di Cesare Cremonini a Sanremo. Appena terminata – ma proprio tipo un secondo dopo – ho aperto TicketOne per cercare i biglietti del suo tour estivo, quello negli stadi. San Siro, tutto esaurito. Torino, un mercoledì, veniva un po’ scomodo. Padova, di sabato?

Andata! Piccola, ma con grandi tesori da scoprire, Padova la giri tranquillamente in un weekend. Tra le cose che più ho amato ci sono…

# Il cielo blu della Cappella degli Scrovegni
Da fuori è piuttosto anonima, nient’altro che un mausoleo in mattoni rossi. L’interno, invece, racchiude una delle principali opere del nostro patrimonio artistico, nonchè fonte d’ispirazione per la Cappella Sistina.

Se la famiglia Scrovegni non era proprio irreprensibile – è sotto la pioggia di fuoco del girone degli usurai che Dante inserisce il nobile Rinaldo (Inferno, Canto XVII) – è però innegabile che avesse un certo gusto per l’arte. Rinaldo Scrovegni, insieme al figlio Enrico, commissionò infatti la decorazione della cappella di famiglia nientemeno che a Giotto. Siamo nel 1303 e, appena due anni dopo, nel 1305, uno dei più grandi capolavori di sempre vede finalmente la luce. Come un libro, le pareti della cappella raccontano tante storie, ciascun capitolo corrispondente a un ciclo pittorico: il Giudizio Universale, l’amore di Anna e Gioacchino, la vita di Maria e di Gesù e, per finire, un’allegoria di Vizi e Virtù.

Al di là della sua oggettiva bellezza, la Cappella Scrovegni segna anche un punto di svolta fondamentale nella rappresentazione religiosa. Giotto apre infatti la strada alla pittura moderna, introducendo l’uso della prospettiva e dell’espressività. Niente più volti piatti, senza emozioni: i personaggi dei suoi affreschi esprimono sentimenti, provano paura, rabbia, felicità, stupore. Sempre nella Cappella si individuano poi due ‘prime volte’ nella storia dell’arte: il primo bacio sulle labbra, quello tra Anna e Gioacchino, e la prima stella cometa. Infatti, se sino ad allora l’adorazione dei magi era accompagnata da una comune stella a punte, qui fa il suo esordio un astro con tanto di coda. L’innovazione è probabilmente dovuta al fatto che, proprio in quegli anni, transitava in cielo la cometa Halley, al cui passaggio avrebbe assistito anche Giotto.

E come non citare il famosissimo soffitto, una vera e propria volta celeste punteggiata di stelle! Per lungo tempo, gli esperti avevano pensato che quella fantastica tinta oltremare fosse stata ottenuta dal lapislazzulo, un materiale estremamente costoso. Solo durante gli ultimi lavori di restauro si scoprì che Giotto aveva utilizzato in realtà una semplice azzurrite, la quale, manipolata dalle sue mani sapienti, riusciva ad emulare alla perfezione i pigmenti più pregiati.

La Cappella degli Scrovegni è un ambiente estremamente fragile e, per questo, è possibile accedervi solo in piccoli gruppi, previa prenotazione. La visita dura circa 30 minuti: durante il primo quarto d’ora, mentre il microclima interno alla cappella si stabilizza, viene proiettato un video esplicativo all’interno del CTA (Corpo Tecnologico Attrezzato); i restanti 15 minuti sono invece dedicati alla visita vera e propria: preparati dunque a restare col naso all’insù tutto il tempo!

# L’atmosfera medievale delle sue piazze
Due piazze gemelle e un palazzo a separarle, quello della Ragione. Il loro nome – Piazza della Frutta e Piazza delle Erbe – tradisce la loro destinazione d’uso originaria: mi piace immaginale in altri tempi, dove otri di vino, cipolle, cespi di insalata, patate, mele, pollame e uova erano disposti ad ogni angolo.

Un passaggio coperto le unisce: è il Volto della Corda, così chiamato per via del supplizio che vedeva malfattori e imbroglioni legati all’arcata. Sotto ad esso, si trova il Canton delle Busie dove, incise sulla pietra, è ancora possibile vedere le antiche unità di misura padovane: lo staro per misurare le granaglie, il copo per la farina e il brazzo (braccio) per la stoffa. Risalenti al 1200, queste incisioni servivano per evitare che i commercianti imbrogliassero gli acquirenti (ecco perché era definito ‘angolo delle bugie’).

Oggi il mercato si tiene ancora ma ben più interessanti sono le botteghe Sotto il Salone, oltre 50 punti vendita alimentari – macellerie, pescherie, salumerie e caseifici – allineati nei portici sotto al Palazzo della Ragione. Nato circa 800 anni fa, si pensa sia il mercato coperto più antico d’Europa.

A proposito del Palazzo della Ragione, entriamo! Nel Medioevo era il tribunale cittadino; oggi è un grandioso salone di 80 metri x 27, che vanta uno dei cicli pittorici più grandi al mondo: interamente affrescato con temi astrologici e religiosi, un tempo ospitava i lavori di Giotto andati ahimè perduti durate un incendio nel 1400. Al suo interno sono conservati anche una versione contemporanea del Pendolo di Foucault e un enorme cavallo di legno, modellato sul Gattamelata in bronzo di Donatello, oggi visibile in Piazza del Santo.

Ancora una passeggiata sotto la loggia decorata e poi scendi nuovamente in piazza: concediti un aperitivo – del resto Padova si contende con Venezia l’invenzione dello spritz – e un piatto di folpetti, moscardini di laguna bolliti e conditi con olio, limone e prezzemolo, da gustare nel chiosco storico La Folperia, in Piazza della Frutta.

# Le reliquie della Basilica di Sant’Antonio
Patrono della città, i padovani lo chiamano semplicemente “Il Santo“, senza aggiungere altro. Grandiosa la basilica a lui intitolata: facciata romanica, cupole bizantine, corridoi gotici, campanili moreschi, cinque chiostri e ben sette cappelle.

La più visitata è naturalmente la Cappella del Santo, nel transetto sinistro, dove sono custodite le spoglie mortali di Sant’Antonio. Ogni giorno decine e decine di fedeli poggiano la mano sulla monumentale arca di marmo che le ospita e, spesso, lasciano su di un’apposita parete la fotografia della persona per la quale richiedono l’intercessione divina.

Molto particolare è poi la Cappella delle Reliquie, che si presenta come un vero e proprio museo. Esposti in teche di vetro vediamo infatti il piviale cremisi che avvolgeva i resti del Santo; la sua tonaca di lana parzialmente erosa dal tempo; la lingua, ancora incorrotta dopo otto secoli; il mento con tanto di denti; la laringe, la cute del capo, i capelli e il dito indice destro (quello del predicatore). Non solo: oltre alle reliquie di Sant’Antonio, trovano posto anche un’ampolla di sangue di San Felice, un frammento di legno della Santa Croce, un dito di San Lorenzo, tre spine della corona di Cristo e molto altro ancora (!).

Santo complesso, venerato per i motivi più diversi – dalla guarigione degli ammalati al ritrovamento degli oggetti smarriti – il culto di Sant’Antonio si mescola talvolta al folklore (basta pensare ai vari rituali e filastrocche che poco hanno a che fare con la religione). Forse anche per questo suo tratto ‘popolare’, non ho riscontrato la stessa aura di spiritualità percepita in altri luoghi di culto, Assisi o Santiago de Compostela per citare gli ultimi che ho visto. Pur non essendo una persona molto religiosa (o, chissà, proprio per questo) prediligo manifestazioni di fede più intime e moderate, sempre nel rispetto del prossimo. Ossia, non amo vedere la fanatica di turno che, nella smania di appiccicare la propria foto, ne butta a terra altre dieci lasciandole alla mercè dei piedi altrui.

Tra le altre chiese da vedere a Padova, ti segnalo anche il Duomo con il suo Battistero, costruito su progetto di Michelangelo, e la Chiesa degli Eremitani, riedificata praticamente in toto dopo che i bombardamenti del ’44 la rasero al suolo. Silenziosa e ariosa, è un piccolo gioiello: se dovessi chiedere qualcosa lassù, lo farei qui.

# L’isola in piazza del Prato della Valle
Situato all’estremità del centro storico, il Prato della Valle non è in realtà né un prato nè una valle, bensì una piazza, seconda per estensione solo alla Piazza Rossa di Mosca. E’ così grande che al suo interno c’è una vera e propria isola – l’isola Memmia – circondata da un canale! Sulle sue sponde si affacciano ben 78 statue di personaggi illustri che hanno contribuito a scrivere la storia di Padova; ci sono anche 10 piedistalli vuoti, un tempo occupati da dogi veneziani poi rimossi da Napoleone dopo la conquista della Serenissima. Se in passato il Prato della Valle è stato prima sede di un teatro romano e poi di un circo per le corse dei cavalli, oggi è un luogo di ritrovo estremamente scenografico, dove passeggiare o prendere il sole.

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# La vena malinconica di Kenny Random
Sono ben tre gli street artist a cui Padova ha dato i natali e scovare le loro opere non è affatto difficile! Ciascun artista ha infatti sviluppato il proprio marchio di fabbrica: ci sono le figure antropomorfe di Tony Gallo, oniriche e vivaci come cartoni animati; i bambini di Alessio B, che veicolano messaggi di pace; e le nere silhouette di Kenny Random, il mio preferito.

Nome d’arte di Andrea Coppo, da alcuni definito “il Banksy padovano”, questo artista crea opere pervase di note romantiche, malinconiche, il cui protagonista è spesso un uomo con il cappello a cilindro. Il suo lavoro più famoso è forse quello che vedi nella foto di copertina: si chiama Chi ama non dorme e lo trovi in via Manin, vicinissimo a Piazza dei Signori. Durante il mio weekend mi sono divertita a trovarne molti altri: da L’amore al tempo dei social, che riprende i due innamorati schiena contro schiena, lo sguardo fisso sul cellulare, a Il rabdomante di farfalle, che raffigura il ritrovamento di una sorgente che vola via coloratissima, al Dripping Rainbow che, apparso nell’inverno 2020, vede il nostro uomo portarsi via quell’arcobaleno simbolo dei primi tempi della pandemia e, insieme ad esso, la speranza che tutto sarebbe andato bene.

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E il concerto? Le canzoni poesie come sempre, lui… va bhè, che gli vuoi dire! La cosa più bella in assoluto però sono state le 40.000 persone presenti, i cori, il sudore, le birrette, la sensazione che tutto fosse di nuovo come ‘prima’. O quasi, perché chissà, magari ora mi prenderò il covid per la seconda volta. Nel frattempo però attendo un nuovo concerto – di tutt’altro genere, i Guns N’Roses – e un’estate che, per scelta, sarà ancora di prossimità.
Intanto ti auguro buone vacanze e ti aspetto a settembre, se vuoi.

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