Il Vietnam, in cinemascope

introduzione al Vietnam
Nón lá e Áo dài - Una donna in abiti tradizionali
"C'avevano detto che il Vietnam era molto diverso dagli Stati Uniti d'America: tranne che per i barattoli di birra e la grigliata, era vero…" - Forrest Gump

Per chi come me è nato nel decennio successivo al conflitto che ne porta il nome, il Vietnam è stato per lungo tempo niente più che un rumore. Il ronzio sordo dei chopper stagliati contro un cielo giallo; il mulinare fiacco di un ventilatore in una stanza in penombra; il sospiro affranto di un uomo grondante di pioggia o di sudore. Per noi, cresciuti con Apocalypse Now, Il Cacciatore e Forrest Gump, il Vietnam ha sempre occupato un posto a metà tra il tragico e il mitico, una dimensione immaginaria molto vicina all’orrore di Kurtz.

Del resto, l’unica lettura che ci veniva offerta era di parte: gli USA non propinavano che scene di guerra, violenza e prostituzione, e lasciavano intendere che i sopravvissuti – boat people o veterani affetti da PTSD – a una vita ‘normale’ non sarebbero mai tornati. Sarà soltanto nel 1994, quando Bill Clinton solleverà l’embargo, che la nazione aprirà finalmente le frontiere al mondo e comincerà a raccontarsi.

Seppur faticosamente, il Vietnam emerge come un Paese nuovo e, nell’immaginario collettivo, si popola di biciclette, giunche dalle vele scarlatte che scivolano tra picchi di giada, fanciulle delicate e sorrisi celati da un cappello di bambù.

Ad oggi, ne ha fatta di strada, il Vietnam. Dai chopper, ma anche dalle biciclette, delle quali – escluse le due che ho affittato – non ho quasi visto l’ombra. Non ho visto nemmeno le fatidiche vele rosse e, se penso a una figura femminile, la prima che mi viene in mente è la corpulenta signora di mezza età che remava il nostro sampan sospingendo le pagaie con i piedi (E’ una pratica molto comune, probabilmente meno faticosa rispetto al vogare con le braccia). Delusa? Niente affatto! Lontano da quella piatta perfezione da cartolina, il Vietnam mi si è schiuso in tutte le sue contraddizioni, rivelandosi un Paese sincero, ospitale, a volte saggio altre bizzarro, a volte malinconico altre tanto divertente da risultare sopra le righe. Insomma, un Paese concreto, reale.

introduzione al Vietnam

Se oggi penso al Vietnam si affollano nella mia testa tante immagini, a cominciare da quella di un giovane barbiere che, sistemata una sedia su di un marciapiede e attaccato uno specchio al muro, aggiustava il taglio a un passante. Ricordo il gigantesco frutto dell’albero del pane, giallo e pastoso, e il sorriso della venditrice di polli; i grattacieli dell’insonne Saigon e le antiche nha ngo, le ‘case-tubo’ alte e strette che si addossano nel centro di Hanoi.

Ricordo decine e decine di tavolini attorniati da sgabelli minuscoli, plastica a poco prezzo gettata all’esterno delle pho house e di qualunque altro esercizio commerciale che offrisse qualcosa da mangiare o da bere. Bassissima, scomodissima (si mangia praticamente con le ginocchia in gola), questa mobilia da strada è in realtà funzionale alla minuta corporatura locale e alla necessità di salvare spazio.

introduzione al Vietnam

Il naso mi si riempie dei sentori pungenti del mio amato coriandolo, erba simile al prezzemolo (ma solo nell’aspetto!) e presente praticamente in ogni piatto; subito dopo sopraggiunge l’aroma del caffè, una miscela molto diversa dalla nostra che, sin dal primo sorso, mi ha ricordato le note del cioccolato (“Il segreto? Un pochino di burro aggiunto in fase di tostatura” – spiega Tchan, la nostra guida). Ma il Vietnam sa anche di pioggia, di quell’odore buono di erba e terra bagnata, tipico dei luoghi dove la natura è del verde più brillante.

E i suoni? Il frullare degli elicotteri con le note dei Doors in sottofondo ha lasciato il posto al banale ma realistico rumore del traffico, scandito dalla più grande quantità di motorini che io abbia mai visto. Per me pedone, una sola regola: vai dritta e non titubare! E quella fiumana a due ruote, immensa ma tutto sommato gentile, ti scivola intorno. Sento ancora nelle orecchie i clacson dei risciò di Hanoi, che hanno lo stesso suono dei tram di Milano (!) e le voci stonate del karaoke, che qui non è mai passato di moda, anzi! Ogni occasione è buona per tirare fuori microfono e cavalli di battaglia: ai matrimoni, tra le luci di una piazza o davanti a un negozio, per attirare qualche cliente o semplicemente ammazzare il tempo.

Se penso al Vietnam penso alla perfezione del nón lá, il cappello di bambù, e all’eleganza dell’ l’áo dài, il vestito tradizionale femminile. Alla raffinatezza di una lanterna di seta, a una fenice di pietra posata su di una tartaruga (anch’essa di pietra, naturalmente). Alla poesia di un fiore di loto chiuso sotto un acquazzone e alla tenacia di una mangrovia aggrappata alle rive del terroso Mekong. Al vapore che sale da una scodella di pho, deliziosa e bollente, e a quando ho arricciato il naso di fronte a una ranocchia allo spiedo (“hai visto le coscette?”).

Il Vietnam è la claustrofobia dei tunnel di Cu Chi e la spensieratezza di una pedalata sul bordo di una risaia. Le tombe dei contadini seppelliti tra i campi e i templi dove si bruciano le ‘cose’ di carta – stampe che riproducono cibi, vestiti, denaro, persino donne! – da mandare nell’aldilà, a chi non c’è più. E’ una lingua, unica in Asia, che condivide il nostro stesso alfabeto ma vanta almeno sei toni diversi per ciascuna vocale. E’ una cultura vecchia di 4000 anni che vive nel rispetto, quasi nell’idolatria, della famiglia e dei propri antenati.

Ed è – ancora e forse per sempre – la memoria di uno dei peggiori conflitti di cui la storia si sia fatta testimone. Il diciassettesimo parallelo che storicamente divideva la nazione è sempre lì e nemmeno tanto invisibile: la frattura tra nord e sud del Paese si esprime nella dicotomia tra Fiume Rosso e Mekong, Hanoi e Saigon, tra austere influenze cinesi e un’impronta moderna, inevitabilmente occidentale. A tenere insieme le due metà, il culto indiscusso di Ho Chi Minh, padre del Vietnam attuale. Grazie ai suoi sforzi, la Terra del Drago, animale onnipresente nel folklore locale, è però riuscita a voltare pagina e oggi, finalmente, proietta un film tutto suo. 

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