Delta del Mekong e dintorni: i luoghi della guerra

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Sul delta del Mekong
Difficili da comprendere, impossibili da elaborare emotivamente: ecco alcuni luoghi simbolo della guerra del Vietnam

Cominciamo dalla fine. Da quella frase che dice: “Abbiamo sbagliato, terribilmente sbagliato. Lo dobbiamo alle generazioni future spiegarne i motivi”. A parlare è Robert McNamara, Segretario della Difesa degli Stati Uniti durante i mandati Kennedy e Johnson. Si riferisce – naturalmente – alla Guerra del Vietnam.

20 anni di conflitto, un numero imprecisato tra i 500 mila e i 4 milioni di vittime tra soldati e civili (58 mila gli americani), 14 milioni di tonnellate di bombe sganciate. Tre volte il quantitativo esploso nella seconda guerra mondiale.

Attraversando il Paese non si può fare a meno di associare i nomi ai luoghi, i luoghi ai volti. Volti che abbiamo visto spesso e che, meglio di qualunque film, descrivono l’orrore della guerra: quello della napalm girl immortalata da Nick Ut, del guerrigliero con la pistola alla tempia di Eddie Adams, del bel soldato con l’elmetto ‘War is Hell’ di Horst Faas.

Ancora troppo vicina nel tempo, la guerra del Vietnam emerge spesso nei racconti delle nostre guide. Chung, giovanissimo di Hanoi, non ne ha testimonianza diretta ma dice che la sua è la prima generazione a non aver conosciuto conflitti. Perché prima dell’arrivo degli Americani, il Vietnam si è scontrato con la dominazione francese, l’occupazione giapponese, i soprusi della riforma agraria comunista. L’esile Mai, di Hoi An, negli anni ‘70 era piccolissima e, in quanto tale, della guerra ricorda soprattutto una cosa: la fame. Ricorda interminabili diete a base di pugni di riso, pescetti di fiume e tante, tantissime, banane – di cui ora non vuole più saperne. Tchan, di Saigon, era appena più grande e, insieme al padre, tentò di lasciare il Paese via mare. Con un po’ di fortuna, una nave l’avrebbe intercettato e condotto a un porto sicuro; in caso contrario, avrebbe condiviso la stessa, triste sorte di tanti altri boat people. La loro fuga venne però scoperta ancor prima di levare l’ancora: suo padre venne inviato in un campo di rieducazione e lui, oggi, è qui a raccontarcelo.

E’ proprio con Tchan che abbiamo visitato i luoghi della guerra a Saigon e dintorni. Non sono riuscita a comprenderli a fondo né ad elaborarli appieno da un punto di vista emotivo. Come sempre, provo però a parlartene con l’ausilio dei miei scatti che, come quelli dell’Associated Press, stavolta trovi in bianco e nero.

Ho Chi Minh City (Saigon)
Caotica, palpitante, moderna: Ho Chi Minh City è una metropoli a tutti gli effetti, di piglio e ispirazione quasi occidentale. Tradizione e passato si fanno strada con difficoltà; li ritrovo nei templi, nelle pagode e nell’architettura di ispirazione coloniale: nell’elegante Ufficio Postale progettato da Gustave Eiffel (foto sopra), il tempo sembra essersi fermato alle atmosfere dell’Amante di M. Duras. Durante la notte la città dà il meglio di sé: passeggiando lungo Nguyễn Huệ Boulevard, zona pedonale psichedelica e insonne, tripudio di luci, musica e palloncini kawaii, risulta ancor più difficile pensare a come, appena cinquant’anni fa, questa zona fosse stata teatro di spettacoli di ben altro genere rispetto agli odierni karaoke.

Eppure, gli indizi ci sono: ecco l’Hotel Continental dove, insieme agli altri corrispondenti esteri, anche Tiziano Terzani raccontava la guerra. Ed ecco la palazzina al numero 22 di Gia Long Street (oggi Tự Trọng Street). Attualmente è circondata da grattacieli a specchio ma la scritta landing zone sulla fiancata del terrazzo non lascia spazio a dubbi. E’ proprio lei: basta confrontarla con lo scatto dell’olandese Hubert Van Es e, con la fantasia, immaginare una lunga fila di impiegati governativi americani pronti alla fuga in elicottero.

Infine, ecco il Palazzo della Riunificazione: il carrarmato nordvietnamita che si schiantò contro la sua cancellata mise fine al governo sudista e, con esso, al conflitto. Nelle sue sale verrà annunciata la riunificazione del Vietnam, con Hanoi come capitale. Saigon sarà rinominata Ho Chi Minh City in onore dell’indiscusso leader della nazione; tuttavia, molti continueranno a chiamarla col suo vecchio nome e, forse, è proprio come ‘Saigon’ che verrà sempre ricordata.

Il Delta del Mekong
Il Mekong è uno dei più grandi fiumi del mondo. Nasce in Tibet, scorre in Indocina per quasi 5000 km e, giunto nei pressi di Saigon, si getta finalmente in mare con un intreccio fangoso a 9 bracci. Il suo delta si è reso testimone di alcuni tra gli episodi più cruenti della guerra, tra cui l’offensiva del Têt (1968), che ha visto i guerriglieri del nord sferrare un attacco simultaneo e durissimo a numerose città del sud, rompendo la tregua proclamata in occasione del capodanno vietnamita.

Abbiamo navigato su uno dei bracci del Mekong per una mattina intera: visitato alcuni villaggi, immerso la mano nell’acqua rossa di limo, incontrato pescatori che, a bordo di chiatte di legno, andavano a caccia di gamberi. Come in un film, le fronde delle palme si sono protese sulle nostre teste, i cocchi a sfiorare l’acqua. Chiaro il ruolo che, durante la guerra, aveva una vegetazione così fitta e rigogliosa: proteggere e nascondere. E’ contro quelle piante che le truppe americane decidono di schierare un commilitone nuovo, anomalo, i cui effetti saranno però devastanti. L’Agente Arancio, così chiamato per via del colore dei barili di stoccaggio, è una miscela di erbicidi, un defoliante. Di base, un veleno.

80 milioni di litri sono piovuti sul Vietnam meridionale per dieci anni consecutivi, tra il 1961 e il 1971, intossicando un territorio talmente esteso da rendere vano qualunque tentativo di bonifica successiva. Irreversibili i danni: la diossina è penetrata nel suolo, nelle falde acquifere, nei pori della pelle. La biodiversità della zona è stata annientata, le persone avvelenate. E per chissà quante generazioni future: se non si contano gli adulti che hanno sviluppato patologie croniche, sono invece decine di migliaia i bambini nati morti e milioni quelli nati con gravi lesioni fisiche o cerebrali conseguenti l’esposizione al veleno. Tossici sono diventati i frutti della terra, tossico il latte materno. Recenti prelievi effettuati nelle aree contaminate mostrano che la pena inflitta dall’Agente Arancio non è ancora del tutto espiata: tanti i reportage – come questo – che studiano e raccontano gli effetti della diossina a distanza di 30, 40, 50 anni dalla fine della guerra. Alcuni ricercatori avanzano un’ipotesi terribile: la concentrazione tossica è stata talmente alta da aver provocato una mutazione del DNA, il che spiegherebbe il continuo manifestarsi di anomalie fetali.

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Il Museo dei Residuati Bellici
Si trova a Saigon ed è uno dei luoghi più feroci e insieme toccanti che abbia mai visto. Incredibilmente ben strutturato, questo museo a più piani racconta la storia senza tregua militare del Vietnam, anche se, come è facile immaginare, buona parte delle sale sono dedicate a un unico conflitto, quello americano.

Nel cortile troviamo schierati alcuni cingolati e un gigantesco Chinook CH47, il pesante elicottero bi-rotore che abbiamo visto (e sentito) in tanti film. L’interno del museo è un libro da sfogliare: al di là dei reperti bellici – fucili, divise, granate – ad emozionare il visitatore sono gli scatti dei più grandi inviati di guerra del tempo: Robert Capa, Larry Burrows, Tim Page. La guerra del Vietnam è stata la prima ad essere documentata con immagini tanto intense e se è vero che queste foto sono state una sorta di autogol per gli USA – che hanno così messo a nudo le atrocità dei campi di battaglia – è anche vero che costituiscono una narrazione preziosa. Sono immagini sanguinarie, crude ma anche appassionate e commoventi.

Naturalmente, i soggetti principali sono i soldati. Combattenti aggressivi, le fauci aperte come leoni, o reclute terrorizzate, in lacrime come agnelli: nei loro occhi c’è tutto lo spettro delle emozioni umane. Tante fotografie parlano di pioggia e in Vietnam, si sa, ce n’è tanta. Elmetti battuti, risaie inondate, visi e stivali sporchi di fango. C’è un soldato completamente immerso in un fiume: di lui si vedono solo le mani, tenute alte sopra la testa a reggere un fucile che non deve bagnarsi. E poi ci sono i civili. Donne che si stringono i figli al petto, piccoli dallo sguardo smarrito, vecchi che tra le rughe guardano dritti l’obiettivo – l’Occidente – per mostrare che il popolo vietnamita paura non ne ha. Ci sono gemelli siamesi, bimbi senza occhi, corpicini che si dimenano su stuoini in preda a chissà quale dolore. C’è Jennifer: americana, è nata qualche anno dopo il ritorno in patria del suo papà. Ha i capelli biondi e gli occhi azzurri; non ha le braccia. Ci sono scatti che raccontano il massacro di My Lai, mutilazioni, nuvole di napalm e cortei pacifisti d’oltreoceano guidati da ragazzi dai capelli lunghi. C’è un Lyndon Johnson dagli occhi spiritati e i pugni alzati al cielo e il volto sereno del Generale Giap, morto nel 2013 a 102 anni. Ma soprattutto c’è tanto sangue, e sono grata che le foto siano in bianco e nero.

Qualcuno sostiene che questo museo sia troppo di parte; incentrato sui crimini commessi dagli Stati Uniti, trascura le (altrettanto innegabili) atrocità compiute dai vietnamiti. Non sono d’accordo: personalmente, di fronte a tanto orrore, ho trovato difficile tracciare una linea netta tra aggressore e aggredito.

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I tunnel di Cu Chi
Emblema dell’ingegno e della tenacia dei Vietcong, i tunnel di Cu Chi sono parte dell’ampia rete sotterranea in cui i guerriglieri vissero e combatterono durante la guerra. Lunghi fino a 200 km, sono un’esperienza ai limiti della claustrofobia: te ne parlo in questo post.

La guerra del Vietnam è ufficialmente terminata nel 1975, ma suoi effetti si sono trascinati negli anni a venire e, come hai letto, in alcuni casi perdurano ancora oggi. Circa il 30% delle mine sganciate è rimasto silente durante il conflitto, esplodendo anni dopo e continuando a mietere vittime. Alcune zone del Paese sono tutt’ora off-limits, come l’area intorno alla base aerea di Bien Hoa, nei pressi di Saigon, e le foreste di My Son, il complesso di templi patrimonio Unesco non lontano da Hoi An. Troppi vietnamiti conducono una non-vita, resi ciechi, sordi o paralizzati dai veleni nebulizzati.

Durante la sua presidenza, Obama aveva promosso uno stanziamento di fondi per la bonifica e lo sminamento del Paese; il programma è poi stato ridimensionato dal mandato Trump. Doveva finire in quaranta giorni, essere una guerra lampo. La guerra del Vietnam è stata invece uno dei più grandi errori di valutazione della storia americana e mondiale, uno dei più drammatici conflitti fratricidi, uno dei peggiori esempi di crudeltà – e stupidità – umana.

“Io ora credo, guardandomi indietro, che non abbiamo combattuto contro il nemico. Abbiamo combattuto contro noi stessi e il nemico era dentro di noi”
– Soldato Chris Taylor, Platoon.

 

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