La (mia) idea dell’India

idea dell'india
Impressioni di viaggio tra ragione e sentimento (e la spocchia di Moravia)

Ho sempre letto molto dell’India. Da piccola, troppo per cimentarmi con un libro ‘vero’, mi sono lasciata trasportare dalle copertine del ciclo indo-malese di Salgari: la giungla, le tigri, le scimitarre. Anni dopo, ho ritrovato la stessa fascinazione nelle parole di Jules Verne: il passaggio tra Bombay e Calcutta di Phileas Fogg è per me una delle pagine più belle del romanzo d’avventura. Poi sono venuti Rushdie e Dalrymple, La Pierre e Roberts, Swarup e Ghosh, Pasolini e Moravia. Di quest’ultimo, celebre è il dialogo seguente:

M: Ho fatto un’esperienza.
– Quale esperienza?
M: L’esperienza dell’India.
– E in che cosa consiste l’esperienza dell’India?
M: Consiste nel fare l’esperienza di ciò che è l’India.
–  E che cos’è l’India!
M: Come faccio a dirtelo? L’India è l’India.

Risalente agli anni ’60, questo breve scambio è ancora attualissimo. A dare un senso a un viaggio simile non sono le bellezze architettoniche, artistiche o naturali: in India si va, appunto, per ‘fare esperienza dell’India’, ossia di quello che è il suo lato puramente umano, il suo quotidiano.

L’aspetto forse più peculiare di questo Paese – palese sin da subito – è la moltitudine, la quantità di gente che affolla ogni strada, ogni tempio, ogni ristorante, ogni moschea: con il suo miliardo e quattrocento milioni di abitanti, l’India ha superato persino la Cina, diventando la nazione più popolosa del mondo. Camminare in una strada indiana significa venire travolti da un’ondata di sete, turbanti, pance brune che sbucano sotto a sari colorati, capelli oliati, baffi arricciati, tilak vermigli, ricami d’hennè, monaci dal cranio rasato e santoni dai lunghi rasta grigi. Mancano solo le figure che, ai suoi tempi, Moravia ebbe ancora occasione di incontrare: fachiri, incantatori di serpenti e domatori d’orsi, saltimbanchi da semaforo a caccia di qualche rupia.

A questa umanità così composita, si va ad aggiungere una fauna altrettanto colorita: mucche, cani, scimmie e pappagallini verdi (in Rajasthan persino cammelli) invadono ogni dove, con inevitabili conseguenze sul traffico. Niente elefanti, per fortuna: ai pachidermi in carne ossa si sostituiscono quelli riprodotti sulle facciate di alcune case, murales antichi e moderni di varia grandezza. Insolito compagno di viaggio, è stato per me l’elefantino che un miniaturista mi ha dipinto sull’unghia dell’anulare.


Perfetto contraltare alla moltitudine terrena è il fittissimo pantheon induista: ben 33 milioni di divinità, su tutti il potente Shiva dalla pelle blu, dio-celebrità il cui volto è prestato anche al marketing (mi è capitato di vederlo persino su di un cartellone pubblicitario, serafico testimonial di una bibita!). E la natura? Neanch’essa sfugge all’horror vacui: il banyan, albero sacro e simbolo nazionale, non si erge su di un unico, solido tronco come, chessò, una quercia. No: questa pianta è dotata di insolite radici aeree che, dai rami, raggiungono il terreno per poi avvinghiarsi al fusto originario. Di conseguenza, il suo tronco appare come un insieme di alberelli fitti, membruti e – ovviamente – numerosi.

Almeno la notte si respira – penserai. Dipende. Dipende da dove sei e in quale periodo dell’anno. Metti di essere a Varanasi nella stagione dei matrimoni, ad esempio. Metti che, dopo il bagno di folla quotidiano, ti sei appena bevuto la tua tazza di chai masala bollente e stai per andare a letto. A quel punto, senti una musica sempre più forte provenire dalla strada accanto all’hotel; ti avvicini alla finestra e, nel mentre, vedi l’esplosione di alcuni fuochi d’artificio. Guardi giù: un corteo con baldacchini e tamburi segue un tizio a cavallo vestito come un maharaja; tutt’intorno, gente che balla. Sembra un film di Bollywood ma, come scopriremo il giorno seguente, è ordinaria amministrazione: trattasi di uno sposo diretto alla casa della sua bella in vista delle nozze. Come non amare tutto questo piacevole trambusto? E’ l’India che il turista spera di trovare: colorata, spensierata, caotica e, ciononostante, estremamente pacifica.

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Peccato che, parallela a questa dimensione, ce ne sia però una seconda di tutt’altro genere. Intanto, va da sé che una simile quantità di persone e animali crei una misura non indifferente di rifiuti. A quanto ho potuto vedere, non c’è – o per lo meno non è manifesto se non in alcuni quartieri di New Delhi – un senso dell’ecologia, una cultura ambientale. Plastica, carta, avanzi di cibo ed escrementi inondano come una marea tossica i bordi delle strade, alimentando rigagnoli che, durante il monsone, divengono fogne a cielo aperto. Quel che non finisce lungo la via, si ammucchia a formare grandi discariche dove animali e non solo rovistano alla ricerca di qualcosa di ancora commestibile. Le (pur sacre) vacche sono libere di vagare e di ingerire la qualunque, qualunque che verrà poi trasmessa al latte e, in ultimo, all’uomo. I cani senza padrone sono presenti a decine: rachitici, zoppi, senza un orecchio, senza un occhio, rabbiosi, rognosi. Timidi, si accucciano con il loro stuolo di pulci accanto ai negozi, a una mucca o a un’automobile, fino a che un improperio o una pedata non li allontana.

Se sporcizia e randagismo sono evidenti, le problematiche generate da barriere culturali e sociali balzano meno all’occhio ma non per questo sono di minor conto. Anzi. Il gender gap, ad esempio, è ancora fortissimo: dopo essere stata per anni in cima alla lista dei paesi peggiori al mondo in cui nascere donna, l’India ha fatto qualche passo avanti ma è ancora lontana dal garantire la parità dei diritti alle sue figlie. Stupri (anche di gruppo), aborto selettivo, matrimoni infantili, violenze domestiche, abbandono della scolarizzazione, divieto di entrare in determinati templi durante il ciclo mestruale sono solo alcune delle piaghe che affliggono il genere femminile, soprattutto nelle aree (e negli strati sociali) più poveri del Paese.

Che la mentalità sia eccessivamente, stupidamente maschilista me ne sono resa conto, nel mio piccolo, anche io. Due esempi: come sempre, sono io a organizzare il viaggio e dunque tutte le prenotazioni risultano a mio nome. Eppure, solo in un paio di casi, al momento del check-in in hotel, sono stata invitata a compilare i documenti. Automaticamente i papers venivano dati a mio marito: era lui che, sebbene tutto fosse intestato a me, doveva firmare a garanzia del soggiorno. E Ram, il nostro autista – persona gentilissima, spiritosa e loquace – non mancava mai di chiedere: Did you sleep well, Sir? Was the food to your liking, Sir? All’inizio non ci facevo caso e rispondevo anch’io; poi ho smesso. Se non irrilevante, il mio parere era puramente accessorio. E’ dell’uomo che si ricerca l’approvazione. 

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E poi, c’è la questione caste. Abolite per legge nel 1947, sono tutt’ora un argomento spinoso. Un episodio in particolare mi ha fatto riflettere: in visita al tempio sikh di Gurudwara Bangla Sahib, a New Delhi, la nostra guida ci spiega che ogni giorno (o forse ogni domenica, non ricordo) viene allestita una mensa a cui tutti possono sedere: ricchi, poveri, sikh, hindu, mussulmani. Insomma, uno splendido modello di inclusività. Che bello – dico, ma proprio tutti? Sì, proprio tutti, conferma la guida. Andiamo a vedere. Nel solito caleidoscopio di gente, non noto però un abito più logoro di altri, non noto una persona a cui quella mensa farebbe effettivamente comodo. Ma i mendicanti non ci sono? – chiedo. Bhe no, loro… loro no – è la risposta. Ah, ecco.

Non esistono dunque più le caste? No, ma i cognomi ne rivelano l’ovvia appartenenza; tante le guide orgogliose di sottolineare i loro natali bramini. Non esiste più il veto di sposarsi fuori casta? No, ma soprattutto nei villaggi è meglio evitare, pena il rischio di venire emarginati. Non esistono più gli intoccabili? No, ma esistono ad esempio i manual scavengers, persone che sturano le fosse settiche a mani nude, che si calano tra le esalazioni più malsane per staccare merda con le dita. (Qui il movimento che da anni lotta per l’eliminazione di una mansione tanto degradante).

Insomma, l’India va sulla Luna ma dell’ambiente non ha gran cura. Il Taj Mahal è dedicato a una donna, ma la donna ha il valore che ha. Scienza e tecnologia hanno fatto passi da gigante, ma trovare un’alternativa alla disostruzione manuale delle fogne sembra impossibile. Figlia di un dualismo atavico e profondo, questa nazione mescola colori e sozzura, vivacità e miseria, spiritualità e ingiustizia.

Lo si nota bene leggendo Pasolini e Moravia, compagni di un viaggio che porterà alla stesura di due volumetti opposti e complementari: Pasolini scrive il suo Odore dell’India travolto dai sensi, dalle passioni; Moravia redige invece Un’idea dell’India con una razionalità a tratti spietata, arrivando a dire – con condivisibile spocchia – che “L’India vista con gli occhi del turista ignorante può essere una delusione”. Così come non ci si può fermare a tratteggiare unicamente la bellezza dei sari, ha ben poco senso spendere parole e parole sulla sporcizia, sulle cacche di mucca in mezzo alla strada, sul ‘menomale che avevo dietro dei cracker e la mia federa del cuscino’. Mai come in questo Paese, idee e odori – ragione e sentimento – vanno a braccetto, inscindibili.

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2 Comments

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  1. che bello questo articolo ho tante cose da dire in merito forse perché ho tanta voglia di tornare, dopo nove anni, in india. tu quando e dove sei stata… grazie roberta #gamberetta

    1. says: Cris

      Ciao, grazie per essere passata di qui. Sono stata in Rajasthan e Uttar Pradesh lo scorso dicembre – fresca fresca. Trovi il mio itinerario in un post precedente. Un saluto!