La resilienza del Vietnam e la sensibilità del turista: i tunnel di Cu Chi

Palazzo del Municipio, Ho Chi Minh City (Saigon)
Emblema dell’ingegno e della tenacia dei Viet Minh, i tunnel di Cu Chi costituiscono per il visitatore un'esperienza piuttosto controversa...

Il villaggio Cu Chi si trova a circa 50km da Saigon. Durante la guerra, su questo suolo si ergeva una base americana; al di sotto – a una profondità di 3, anche 4 metri – si ramificava un impressionante sistema di stanze (cucine, infermerie, magazzini) e gallerie, alcune delle quali, lunghe oltre 200km, arrivavano sino in Cambogia.

Fu in questi tunnel che le popolazioni locali vissero e combatterono per settimane, mesi, anni, vedendo raramente la luce del sole. Facevano la vita del topo – tunnel rats li chiamavano gli americani con disprezzo – ma da disprezzare non c’è proprio nulla. La determinazione, il coraggio, il desiderio di libertà che animavano i guerriglieri vietnamiti non possono che suscitare ammirazione.

Parte dei tunnel di Cu Chi è oggi aperta al pubblico: immersi nella giungla, rientrano nel contesto di un insolito parco a tema. E il tema, naturalmente, è la guerra.

Senza una parola di biasimo verso il nemico ma con tanto orgoglio nei confronti della sua gente, Tchan, la nostra guida, ci illustra con passione l’assurda cornice che ci ospita. Intorno a noi, nel folto della vegetazione, sono stati disposti ordigni dimenticati e autentici carrarmati, manichini in divisa e riproduzioni di bivacchi militari. Nel terreno, talvolta si aprono enormi voragini: sono i vuoti lasciati dalle esplosioni. Devastata da napalm e agente arancio oltre che dall’artiglieria pesante, questa parte del Delta del Mekong è stata definita da un documentario BBC la zona più bersagliata dell’intera storia bellica mondiale.

Privo di grandi mezzi e tecnologie, a trionfare è stato però il Fronte di Liberazione Nazionale: com’è stato possibile? Ampiamente sottovalutati dal nemico, i Viet Minh – chiamati dall’esercito statunitense Charlie o Vietcong – hanno condotto con successo la cosiddetta ‘guerra della pulce’. Consapevoli della scarsità dei propri armamenti, hanno optato per tattiche di sfinimento, sferrando attacchi numerosi e ripetuti – violenti, senza pietà – volti a minare il morale del nemico. Si muovevano con il favore della notte, amavano l’effetto sorpresa. Si materializzavano dal nulla, uccidevano velocemente e altrettanto rapidamente sparivano.

Fisicità e forma mentis hanno giocato un ruolo di primo piano: i giovani americani, l’esercito del surf, erano ragazzoni alti, robusti e spesso ingenui. Molto di loro non sapevano nulla della guerra, non ne capivano a fondo i motivi, né sapevano come comportarsi. Poco avvezzi al mimetismo, lasciavano dietro di se il puzzo delle sigarette e, quando riuscivano a lavarsi, il profumo del sapone o del dopobarba. I Viet Minh, invece, di guerra ne sapevano fin troppo. La rete di Cu Chi era stata scavata e utilizzata già durante la resistenza contro i francesi e, nel conflitto americano, fu sufficiente apportavi alcune migliorie: in quei tunnel stretti, alti poco meno di un metro, i minuti guerriglieri vietnamiti riuscivano a muoversi rapidi e sicuri.

Sbucavano all’aria aperta da botole che mimetizzavano con fogliame e terriccio. Un addetto al parco ce ne mostra una; la apre e scende al suo interno. Nel gruppo di turisti che lo osserva, cerca un volontario disposto a imitarlo. Nessuno si fa avanti e così – figuriamoci – sceglie me. Per entrare, devo tenere le braccia alte sulla testa: ci sto giusto in piedi. Il coperchio si richiude sul mio capo e, per qualche istante, resto al buio, sepolta in un parallelepipedo di terra. La botola ha il solo scopo dimostrativo e, poco più tardi, realizziamo che è stata adeguatamente modificata per consentire l’esperienza al visitatore. Quelle vere sono rettangoli la cui altezza corrisponde al mio piede; la base non arriva a due.

esperienza tunnel cu chi

Avevano grande inventiva i Viet Minh. Tchan ci mostra i loro sandali, ricavati da copertoni e camere d’aria e costruiti in modo da ingannare chiunque si fosse messo sulle loro tracce. La suola, più larga in punta che sul tallone, lasciava infatti intendere una direzione opposta a quella effettivamente presa. Rudimentali, quasi primitive, erano invece le trappole tese al nemico, le stesse impiegate per catturare gli animali nella giungla. Tanto semplici quanto letali, non erano che caditoie camuffate da un pannello basculante, buchi della morte con le pareti rivestite di chiodi e paletti appuntiti. Un passo falso e si piombava nel più atroce dei dolori, i puntelli pensati per trafiggere specifiche parti del corpo. Ora le gambe, ora il torace, ora l’addome: un soldato ferito richiede più risorse di uno defunto.

Ci viene poi offerto del khoai mì (manioca bollita), cibo di fortuna sempre presente sul menu di guerra e pretesto per comprendere il funzionamento delle cucine sotterranee. Fumi e vapori venivano convogliati in tunnel specifici, per poi uscire da sfiatatoi situati a diversi metri di distanza, sempre con l’obiettivo di depistare il nemico. Đi không dầu, nầu không khói, nói không tiếng, dicevano i guerriglieri. Cammina senza lasciare tracce, cucina senza fare fumo, parla senza emettere suono.

esperienza tunnel cu chi

A questo punto, non ci resta che vedere i tunnel veri e propri. Ai visitatori viene data l’occasione di percorrere qualche metro al loro interno. Massimo 100, con possibilità di uscita ogni 20. E’ un’esperienza ai limiti della claustrofobia, ma il fatto che questa brevissima sezione sia stata ampliata rispetto all’originale mi conforta: ci provo. L’entrata è relativamente larga; è dopo aver percorso qualche metro che mi pento della decisione che ho preso. Si procede in fila, sempre a schiena chinata, a volte a carponi. L’angustia del cunicolo impedisce di fare dietrofront, per cui si può solo avanzare. Manca la luce, c’è solo qualche faretto ogni tanto e la torcia di chi procede con il cellulare acceso. Anche di aria ce n’è ben poca; sento il cuore che batte forte, comincio a pensare che se la persona davanti a me avesse un attacco di panico bloccherebbe tutti e… no, meglio non pensarci. All’uscita dei 60 metri, non esito a tornare in superficie, respirando a pieni polmoni, grata per il sole e persino per quell’umidità pazzesca che ha caratterizzato l’intero nostro viaggio. Mio marito porta a termine il percorso: nell’ultimo tratto, dice, ci si muove allungati sui gomiti.

Lo ripeto, questa sezione è stata modificata a scopo turistico. Oggi non ci sono (troppi) insetti, non c’è terriccio a sporcarti mani e ginocchia, non c’è la guerra. Quando c’era, qui sotto hanno vissuto centinaia di famiglie. Nei tunnel di Cu Chi sono venuti al mondo bambini, che sotto terra hanno mosso i primi passi e pronunciato le loro prime parole. Migliaia di persone qui dentro hanno non solo lottato ma anche dormito, cucinato, mangiato, pianto, pregato il loro dio. Forse, qualche volta, hanno trovato il tempo e la voglia di sorridere.

Mentre ci avviciniamo all’uscita del parco, nell’aria risuonano degli spari. Un fuoco continuo. Penso venga proiettato un video, ma con sgomento capisco che si tratta di un poligono di tiro, situato proprio accanto al negozio di souvenir. Chi lo desidera, può testare la sua mira con un AK-47 russo (Kalashnikov) o un M-16 americano; in dotazione, una manciata di proiettili da scaricare su di un bersaglio di cartone.

Come avrai capito, quello di Cu Chi è un parco sui generis. Non è un museo, non è un memorial park e non è – concetto che fa orrore solo a scriverlo – un parco divertimenti. Eppure su Tripadvisor si trovano recensioni come “Lo consiglio vivamente a tutti coloro che amano le avventure!”, con tanto di punto esclamativo.

Ecco, io no: se hai intenzione di giocare al Vietcong, quel che fa al caso tuo è un campo da paintball. Spesso durante la visita, ho avuto l’impressione che qualcosa stonasse. A cominciare da quella ragazza che, per una foto ricordo, è rimasta quasi incastrata in una delle botole di cui ti parlavo poco fa: troppo grassa per il pertugio, ha certo sudato freddo quando, al momento di uscire, il suo sedere non è sgusciato immediatamente dietro al busto. E che dire di tutte quelle pose ambigue dinanzi all’entrata dei tunnel? Sorrisi a mille denti, sguardi ammiccanti, baci alla fotocamera, grugni alla Rambo. E’ davvero il caso? E, soprattutto, quale assurdo motivo spinge il turista a imbracciare un mitra dopo che un vietnamita si è sgolato per ore a raccontare cos’hanno passato i suoi compatrioti?

Non so perchè il parco sia stato strutturato in questo modo. In genere, ritengo l’interattività un’idea vincente, utile per avvicinare un pubblico più vasto o più giovane a un soggetto complesso; in questo caso credo però che la situazione sia leggermente sfuggita di mano. Certo, l’ultima parola spetta al visitatore: c’è chi coglie unicamente l’aspetto ludico; chi, al pari di altri luoghi della guerra, vede Cu Chi come occasione di apprendimento e riflessione, chi un mix di entrambi. Credo però che ci sia una soglia da non varcare, quella, se non del rispetto, quantomeno del buon gusto. Dove sia questa soglia, solo la sensibilità del singolo lo può dire.

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3 Comments

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  1. Per certi aspetti, le tue riflessioni finali sono le stesse che abbiamo fatto io e Claudia la scorsa estate quando abbiamo visitato lo stesso posto. E la cosa strana sono proprio le persone che visitano questi luoghi con leggerezza, come se fossero in un qualsiasi luogo esotico del mondo dove non è accaduto nulla di tutto ciò che invece è accaduto in Vietnam.
    Ma forse è proprio questo che vuole il governo: prendere il passato con leggerezza (fatta eccezione per il dominio francese) e guardare avanti per un Vietnam sempre più prospero

    1. says: Cris

      …mah, veramente mi chiedo quale sia l’obiettivo di questo ‘parco’. Capisco come dici tu il voler guardare avanti, però trasformare una guerra in gioco mi pare assurdo. Prima di entrare qui bisognerebbe farsi un giretto al museo dei residuati bellici, chissà che vedendo certe immagini passi almeno la voglia di sparare. Grazie per il tuo commento 🙂

      1. Credo che il loro scopo sia proprio quello di attirare quanti più visitatori possibili per far girare l’economia e, allo stesso tempo, fare propaganda mostrando come sono stati furbi pur avendo meno “muscoli” (Davide e Golia) attraverso le guide.
        Un’ottima operazione di marketing