Jaisalmer e il Grande Deserto Indiano

Jaisalmer Deserto Indiano
Jaisalmer, Rajasthan
A pochi chilometri dal Pakistan, dune sabbiose, fortezze inespugnate e... una città d'oro

Per chi dell’India ha un’immagine rigogliosa e verdeggiante, la parte nord-occidentale del Rajasthan sarà certo una sorpresa. Il paesaggio è aspro, la vegetazione scarsa: arbusti e sterpaglie punteggiano piccoli canyon e collinette rocciose che, via via, cedono il passo a dune di sabbia chiara. Siamo nel deserto del Thar, il Grande Deserto Indiano che, appena un centinaio di chilometri più avanti, diventa Pakistan.

E’ in questo contesto inospitale – caratterizzato da fortissime escursioni termiche e aridità anche durante il monsone – che sorge Jaisalmer, uno dei centri abitati più antichi (e per me affascinanti) del Rajasthan. Paradossale, vero? Non così tanto se, per capirne i motivi, facciamo un salto indietro di alcuni secoli: nel 1200, la città si trovava proprio al centro dell’antica Via delle Spezie ed era perciò costantemente battuta da carovane e mercanti. Definita la città d’oro per via dei suoi edifici scolpiti nell’arenaria, Jaisalmer è stata per centinaia di anni il fulcro di scambi di ogni genere – tappeti, zafferano, argento, broccati, cannella, gemme, oppio – i quali andranno a scemare solo nel XVIII secolo, con l’avvento della Compagnia delle Indie e l’apertura di nuove vie commerciali.

Jaisalmer Deserto Indiano

Poco alla volta, Jaisalmer verrà abbandonata. Cadrà in isolamento e, forse, col senno di poi, questa sarà la sua fortuna: come cristallizzata, la città odierna non è poi così diversa da quella di un tempo. A guidarci per le sue strade dorate è Anand: occhi vispi e allegri (il suo nome significa ‘felice’), i capelli semi nascosti da un bizzarro berretto di lana, la pancia importante. Ci conduce innanzitutto al forte che domina la città: circondato da 99 bastioni, è un museo a cielo aperto all’interno del quale vive ancora oggi circa un quarto degli abitanti, per lo più i discendenti delle antiche caste di bramini e guerrieri.

Con passo sicuro, Anand calca ogni vicolo soffermandosi ora davanti a un tempio jainista, ora dinnanzi ai delicati intarsi di un haveli (le antiche case dei mercanti), ora di fronte a un Ganesh dipinto sul muro, buon auspicio per un matrimonio. Nonostante il suo essere città del deserto, Jaisalmer non è estranea a quella sensazione di affollamento tipicamente indiana: le città del subcontinente sono un unico grande bazar, un fluire continuo di gente, animali e tuk tuk, perfette per chi, di un luogo, ama osservarne la vita. Ecco un signore che offre del the in minuscole tazzine di terracotta, una scolaresca che si arrampica sui gradini di un tempio per una foto di gruppo, un motociclista che circumnaviga una mucca. Due giovani donne in sari rosso attraversano la strada con i braccialetti che tintinnano al polso, passano accanto a un venditore d’argento e a uno di verdura – i fagioli di Jaisalmer, dice Anand, sono qualcosa di speciale. A pranzo assaggiamo allora il ker sangri, un piatto a base di (speziatissimi) fagioli conditi con bacche di ker essiccate al sole del deserto: davvero ottimo!


Poco prima del tramonto, ci spostiamo al villaggio di Khuri, al limitare del deserto del Thar. Le sue dune ancora ‘urbane’ troveranno piena espressione solo in Pakistan, eppure, anche in questo fazzoletto di sabbia, riesco a percepire quella sensazione di pace, totalità e distacco che solo il deserto sa trasmettere. Se non che siamo in India e, persino nel deserto, il silenzio è un miraggio. Veniamo presto raggiunti da un gruppetto di bimbi muniti di tamburelli: uno di loro ha gli occhi grigio-verde, caratteristica che ho notato in diverse persone del posto. What’s your name, what’s your name – chiedono insistentemente e, avuta la risposta, si lanciano in una canzoncina di cui non capisco una parola se non, appunto, i nostri nomi. In cambio dell’esibizione, i piccoli cantori non chiedono soldi, bensì delle semplici school pen che – ahimè – non abbiamo. Accettato qualche dollaro, corrono via in direzione dei nuovi protagonisti dei loro stornelli, turisti che spero riescano stavolta a esaudire il loro desiderio.

Noi continuiamo intanto a salire le dune, tallonati questa volta da una cagnetta bianca – l’ho già detto che in India non si è mai soli? Le sue impronte, rapide e leggere, vanno ad unirsi a quelle di un dromedario bardato e di una lunga fila di mucche dirette a un villaggio vicino. Il sole scende e, nel buio, forse anche in India, il deserto trova finalmente un po’ di quiete.


Jaisalmer Deserto Indiano

L’indomani, un’ultima tappa in questa magica zona del Rajasthan: Bikaner. Raggiungiamo il piccolo centro abitato in diverse ore d’auto: oltre al solito traffico anomalo, compaiono in carreggiata anche i dromedari, da soli o al traino di un carretto. Come tante altre città rajput, anche Bikaner ha la sua fortezza: bellissima e mai violata (forse perché talmente isolata che nessuno ha mai avuto troppo interesse a espugnarla), i suoi interni ti catapultano in un libro di fiabe, di miti. Ecco Krishna che suona il flauto per la sua sposa, poi un elefante smaltato con ben sette proboscidi (più sono e più portano fortuna) e una stanza tutta blu con disegni di nuvole, dipinta per ricreare un cielo carico di pioggia in un angolo d’India che di acqua ne vede poca. E ancora, un cortile enorme dove i pachidermi sfilavano in parata, una grossa vasca in cui principesse e concubine scioglievano polveri colorate in occasione dell’holi, e i tanti – quarantuno per la precisione – alto-rilievi di mani femminili scolpiti su di una parete. Sono manine delicate, appartenute alle vedove che scelsero il sati, l’antico, controverso rituale che prevedeva l’autoimmolazione sulla pira funebre del marito. Idolatrate, quasi assurte a divinità, queste donne – Martiri? Esempio di coraggio e devozione? O più semplicemente vittime di un’ideologia assurda? – vengono costantemente ricordate con offerte di riso e fiori.

Dopo la visita al forte, scendiamo nel bazar di Bikaner; compriamo del kumkum scarlatto da portare a casa come ricordo e qualcuno ci offre un nimbu-mirchi, quel feticcio che da giorni vediamo appeso a porte, finestre e persino auto: composto da un limone e sette peperoncini, allontana malocchio e negatività. Facendoci strada nel bazar, ci rendiamo perà conto che la maggior attrattiva del giorno… siamo noi (!). La gente del posto si stupisce infatti più del dovuto al vedere due occidentali calcare le loro vie; impavido, un ragazzotto mi si avvicina: What country do you belong? – domanda con un inglese incerto. Italy non sembra dirgli granchè ma, prima di chiedermi un selfie, afferma con orgoglio I’m an Indian boy.

Jaisalmer Deserto Indiano

A fine giornata, un’ultima, incredibile esperienza: il tempio di Karni Mata, abitato da circa 20.000 ratti neri, sacri dal primo all’ultimo. Come ogni altro luogo di culto induista, prima di entrare, è d’obbligo togliersi le scarpe… ma di quest’avventura ti racconterò un’altra volta.

Leave a comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.