Grandiose e decadenti: le haveli dello Shekhawati

cosa sono le haveli
Tripudio di arte e fantasia, le haveli sono il gioiello dell'architettura rajput

Indossa un sari vermiglio con ricami d’oro e una lunga treccia bianca le batte sui fianchi a ogni passo. Il bindi che porta sulla fronte le apre il terzo occhio, ma la sua saggezza traspare nella lentezza dei gesti, nelle rughe che le segnano il viso. Come una principessa mai salita al trono, l’anziana hindu ci apre le porte del suo palazzo, certa che, tra la polvere, riusciremo ancora ad individuarne l’antico splendore.

E’ in una haveli di Fathepur che comincia questa storia. Siamo nello Shekhawati, zona poco battuta del Rajasthan, non troppo lontana dal deserto del Thar. Nota per aver dato i natali a Krishna, avatar di Vishnu, questa regione si sta sbriciolando sotto il peso della modernità, della globalizzazione: il governo non se ne cura, i giovani l’abbandonano, i vecchi fanno quel che possono. Peccato, perché è qui che si trovano alcune delle haveli più autentiche e raffinate dello stato, gioielli artistici e architettonici che hanno dell’incredibile.

Cosa sono le haveli

Cosa sono le haveli
Tradizionalmente, le haveli sono le antiche case dei mercanti, costruite nel XVII secolo come avamposto sulle rotte carovaniere. Le trovi un po’ in tutto il Rajasthan: da Jaisalmer a Jaipur, sono abitazioni imponenti, tutte cortili, balaustre e balconi finemente cesellati, tanto da dare l’impressione di essere intagliate nel legno più che scolpite nella pietra.

Le haveli dello Shekhawati hanno però una caratteristica distintiva: gli affreschi. Se è noto che nella terra dei maharaja l’uso dell’affresco è piuttosto comune, è altrettanto vero che, solitamente, esso è destinato ad ambienti di corte o amministrativi. Qui, invece – a Fathepur, Mandawa, Jhunjhunu, Nawalgarh – lo si trova ovunque, letteralmente in ogni singola abitazione. Era così, a colpi di colore e fantasia, che i cittadini si sfidavano: l’ingaggio dell’artista più costoso o semplicemente più stravagante, era direttamente proporzionale alla ricchezza e al successo del committente.

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Ecco che allora, passeggiando nei villaggi insieme ad anziani, pavoni e zebù dalla gobba flaccida, si possono ‘leggere’ sui muri le grandi epopee indiane, quella di Ramayana e di Mahabharata, storie di guerriglie e conquiste, di divinità e di tigri. Hanuman, il dio scimmia, si inchina al passante mentre il buon Ganesh sorride sotto la proboscide. Cortei di elefanti bianchi e dromedari rossi avanzano una parete dopo l’altra, insieme a servi stremati sotto il peso di una portantina e odalische intente a suonare un tamburello. Non mancano scene un po’ più audaci, con protagonisti sovrani e concubine: siamo pur sempre nella terra del kamasutra.

Se questo è ciò che si vede da fuori, gli interni sono forse ancor più stupefacenti. Un ragazzo con un grosso mazzo di chiavi si offre di farci da guida e di aprire per noi alcune porte: il suo inglese non gli consente di raccontare al meglio quanto vediamo, ma le haveli parlano da sé. Varcata la soglia, ci troviamo in un primo cortile, una sorta di anticamera al grande patio centrale, cuore dell’abitazione. Un pozzo raccoglie l’acqua piovana dal quadrato di cielo che si apre sopra le nostre teste; una nicchia accoglie Vishnu o forse un altro dio; bastoncini di sandalo bruciano su di un altarino. Su ogni lato del cortile si aprono numerose porte di legno, disposte su due e fino a cinque piani e, esattamente come all’esterno, non mancano gli affreschi. In un’ascesa da capogiro, le pitture partono dal suolo e arrivano al soffitto: figure umane e divine, ma anche fiori, frutta, piante e animali affollano lo sguardo.

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Un mondo in declino
E’ tutto bellissimo, è tutto decadente. Hanno qualcosa di grandioso e insieme di miserabile queste abitazioni: le mura sono in rovina, scrostate, presentano chiari segni di abbandono. I colori sono sbiaditi dal sole, maltrattati dal monsone. La pittura viene via con una folata di vento, mutilando poco alla volta pachidermi e divinità. La maggior parte di queste case sono vuote: i proprietari affidano le chiavi a una guida per guadagnarci su qualcosa finchè possibile, ma sono ben lungi dall’intraprendere costosi lavori di restauro. Molte haveli scompaiono inoltre dal giorno alla notte, abbattute dalla speculazione edilizia o ricoperte da una mano d’intonaco che le trasformerà in scuole o minimarket.

Solo alcune di esse sono ancora abitate, vive di una vita alquanto precaria: l’anziana dalla treccia bianca che abbiamo incontrato all’inizio di questo post, abita lì da sempre; attinge ancora l’acqua dal suo patio e ogni giorno rivolge una preghiera all’azzurro Krishna e alla sua sposa Rādhā. L’haveli appartiene alla sua famiglia da generazioni ma, con figli e nipoti lontani, non sa che cosa ne sarà in futuro. Se passi da queste parti, vai a trovarla: sarà contenta di aprirti le porte di casa sua e, di fronte alla tua meraviglia, un lampo di orgoglio le illuminerà gli occhi.

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