Varanasi, città della vita

aarti varanasi
Durante l'ārtī, la cerimonia della luce
Dove tutto ha inizio: il Gange, i rituali del mattino e le cerimonie della sera

L’impressione è quella di essere al centro della terra. Sono premuta tra un vecchio dal turbante logoro e una donna con una coperta a quadretti blu gettata sul sari; nelle narici ho un vago sentore di fritto, nelle orecchie il suono di un risciò che scampanella forte, nella mano la mano di mio marito. Che se ci perdiamo qui, ci ritroveremo solo in hotel.

Varanasi è l’ultima tappa del nostro viaggio ma, a guardarsi intorno, sembra più il punto d’arrivo di un cammino millenario. L’idea che avevamo dell’India, della sua gente, di cosa sia una folla va ridefinita: se nessun Paese al mondo è come l’India, in India niente è come Varanasi.

Il regno di Shiva, la più sacra delle città del subcontinente nonché una delle più antiche del pianeta, sorge alla confluenza di due affluenti del Gange: il Varuna e l’Asi. Per lungo tempo si chiamò Kashi, ‘la splendente’, e poi divenne Benares, storpiatura di quel nome che gli inglesi non riuscivano a pronunciare. Tornò ad essere Varanasi solo con la fine del colonialismo ma, ancora oggi, è conosciuta come la città della luce, della vita.

Qui il cerchio si chiude: ci si purifica dai peccati, ci si ricongiunge al divino e, finalmente, ci si libera. Si mette fine non solo alle sofferenze presenti ma anche a quelle future: morire a Varanasi è per i devoti il più grande dei privilegi, perchè consente di uscire per sempre dal ciclo delle reincarnazioni e raggiungere così il moksha (o nirvana, secondo la religione buddista). Ma di morte parleremo un’altra volta. Questo post, di Varanasi, racconta e celebra la vita.

La pūjā del mattino
Se dovessi descrivere in poche parole una qualunque città indiana, la definirei una sorta di caos pacifico: uno spazio in cui vite diverse si incrociano e si fiorano ma dove ciascuno – l’impiegato, il contadino, il venditore ambulante, persino la mucca – persegue la propria meta, la propria destinazione. Non Varanasi. No: qui la gente si muove in massa compatta; impiegato, contadino, ambulante e persino la mucca, hanno un’unica direzione, la stessa di migliaia di altre persone venute in pellegrinaggio da tutta l’India, da tutto il mondo hindu. E la direzione, ovviamente, è il sacro Gange.

Usciamo al mattino presto, ancor prima dell’alba. Non servono cartine: basta seguire l’insolito affluente umano che si ingrossa quanto più si avvicina ai ghat, le lunghe scalinate in pietra che scendono al fiume. Sui gradini, l’umanità più diversa: sadhu raccolti in preghiera, donne dal cranio rasato (hanno offerto i loro capelli al Gange – ci viene detto), uomini vestiti di un semplice dothi bianco, sacerdoti pronti a officiare ogni genere di rituale. E ancora, gente con lo spazzolino da denti, con una candela, con un pettine, con una macchina fotografica, con una corona di fiori. Ci sono bambini, anziani, gruppi di giovani. Grande assente è il sole, troppo pigro per bucare la foschia che pesa su quelle acque grigie e un po’ torbide.

Gli uomini si spogliano per metà, le donne si immergono vestite: i loro sari diventano pozze colorate nel fiume scuro. E’ dicembre e immagino che l’acqua sia gelida; le movenze dei fedeli me lo confermano. C’è chi entra con solennità, riscaldato dalla devozione; chi con ironia, sollevando schizzi diretti all’amico più freddoloso. Con le abluzioni cominciano i rituali del mattino, la prima pūjā. L’acqua viene raccolta a mani giunte e versata sul capo; con i palmi bagnati ci si terge poi gli occhi, la gola, il petto. Alcune persone scelgono di immergersi completamente per qualche secondo; altre dirigono un getto d’acqua al cielo per salutare il sole nascente; altre ancora bevono qualche goccia o riempiono un piccolo contenitore da portare a casa o in offerta a un tempio. Qualche devoto affida alla corrente candele di burro, corone di crisantemi, incensi fumanti. Dopo la preghiera, alcuni si dedicano alla cura del corpo: si fanno uno shampoo, si lavano i denti. Un bagno nelle acque della Dea Ganga – il fiume è visto come una divinità a tutti gli effetti – purifica animo e fisico (anche se su quest’ultimo è lecito avanzare ben più di qualche dubbio).

In navigazione
Una signora con un baracchino ci avvicina; vende per poche rupie piattini di cartone appena più grandi del palmo di una mano, colmi di petali di rosa e noci di ghee. Un’offerta per il Gange e, senza dubbio, anche per lei. Ne acquistiamo due prima di salire sulla chiatta che ci farà scivolare lungo i 4km di fiume che costeggiano la città. Lungo la riva si delinea uno skyline insolito, fatto di templi dalle cupole aguzze, antichi palazzi signorili per lo più disabitati (costruiti da chi sulle rive del Gange voleva sì morire ma con ogni comodità), onesti dharamsala dove i pellegrini meno abbienti trovano accoglienza e, naturalmente, i ghat, ben 84. Molto curioso il contrasto tra la riva occidentale, sacra e brulicante e quella orientale, arida e vuota, considerata impura.

Su di una gradinata siedono in posizione meditativa diversi monaci; ai piedi di un’altra qualcuno lava dei panni. Ogni ghat ha la sua storia o la sua funzione: ce n’è uno particolarmente antico, edificato per volere di un maharaja; un altro ad uso delle vedove, destino in India particolarmente sfortunato; un altro ancora dove si possono osservare i marcatori delle piene durante la stagione del monsone. E poi ci sono i burning ghat: il fumo dei corpi cremati sale dalle pire.

Tra lo stridio dei gabbiani e il rumore sordo del motore, si ode di tanto in tanto un brusio: sono le litanie mormorate dai fedeli o forse è Shiva che, si dice, sussurri nelle orecchie dei defunti un canto di liberazione.

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L’ ārtī della sera
Complementare alla pūjā del mattino, è l’ārtī della sera; se il primo rituale celebra il sorgere del sole, il secondo ne saluta il tramonto. La massa di pellegrini e visitatori, dispersa nel pomeriggio, si ricrea spontaneamente mettendosi di nuovo in marcia verso il fiume. Stavolta la meta è un ghat preciso, quello di Dasaswamedh, dove ogni sera si tiene la cerimonia della luce. Manca oltre un’ora all’inizio del rituale ma la maggior parte delle gradinate è già occupata, così come le sedute sulle barchette arrangiate di fronte ai palchi. Noi prendiamo posto su di un balcone, forse appartenente a un negozio o a una casa privata che, quotidianamente, affitta il proprio prezioso spazio. Sette brahmini in veste zafferano – colore benaugurale – occupano altrettante piattaforme; il Gange è ormai diventato tutt’uno con la notte.

Dà il via alla cerimonia un soffio dentro a una conchiglia: è una delle armi di Vishnu e si dice contenga al suo interno il suono om, al vibrare del quale è stata creata la terra. Cembali, campane, gong e mantra scandiscono una dopo l’altra le fasi del rituale: i sacerdoti bruciano incensi di sandalo disperdendo volute di fumo, poi gettano al cielo petali arancioni, accendono torce di canfora e infine innalzano candele di burro, muovendole in cerchio di fronte alla dea Ganga. Avvolto in un turbine di profumi e bagliori, il pubblico rende grazie intonando canti devozionali. Non c’è nulla di lugubre, di nero: i toni sono concitati ma gioiosi, il contesto è buio ma la luce è la protagonista assoluta; quello che si ode è un inno alla vita e non bisogna essere induisti per capirlo.

Ho sul viso un sorriso quieto e mi trovo a pensare all’assurdità della situazione: è proprio in uno dei posti più chiassosi e affollati del pianeta che riesco a far splendere un momento di vera pace interiore. Provo in questo istante una immensa, profonda gratitudine dovuta semplicemente all’esserci, qui e ora.

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Perchè basta voltare il capo a sinistra per vedere, lontane ma non troppo, le lingue di fuoco che avvolgono le pire. Varanasi è anche la città della morte ma, di questo suo aspetto, te ne parlerò un’altra volta.

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