Varanasi, città della morte

cremazione varanasi
Burning ghat e cremazione: sulle rive del Gange, il più sacro dei rituali induisti

In un post precedente ti avevo parlato del lato più luminoso di Varanasi: le cerimonie legate al sole, le abluzioni nel Gange, l’emozione dell’ārtī. Nella città splendente si lavano via i peccati, ci si ricongiunge al divino e, soprattutto, ci si libera dall’infinito ciclo di reincarnazioni, raggiungendo così il moksha (quello che i buddisti chiamano nirvana).

Ecco perché, per un fedele, non esiste privilegio più grande che spegnersi qui: a Varanasi si viene anche per morire.

I burning ghat e la cerimonia di cremazione
La scelta di trascorrere sulle sponde del Gange la fase finale della propria vita trascende ogni condizione e classe sociale; come ultimo sacrificio agli dei, molti decidono scientemente di abbandonare famiglia e proprietà per ritirarsi in un misero dharamsala della città e vivere delle offerte della gente. Altri – lebbrosi, storpi e vagabondi – si trascinano invece sin qui per mendicare fino all’ultimo giorno. Asceti e infermi condividono però un’unica speranza: quella di essere cremati sulle rive del fiume, di modo che le proprie ceneri ricadano nelle acque sacre.

E’ questo il motivo per cui i burning ghat, le piattaforme su cui vengono allestite le pire, lavorano senza sosta. A qualunque ora del giorno e della notte, a Varanasi ci sarà una catasta in fiamme, la cenere che vola alta, l’aria pervasa di un odore indefinibile.

Ma come brucia un corpo? Quanto ci impiega? Sono interrogativi che inevitabilmente affiorano alla mente ma che al nostro orecchio suonano sbagliati, indelicati, quasi morbosi. Eppure Akash, che ci fa da guida, ne parla con estrema naturalezza: la morte fa parte della vita e, quello della cremazione, è pur sempre un business.

Tre sono i ghat adibiti al rituale funerario: l’Harishchandra, il Jalasayn Ghat e il noto Manikarnika, nei pressi del quale – così dice la leggenda – Shiva è ancora alla ricerca dell’orecchino smarrito da Parvati, sua moglie. Quello di Manikarnika è il principale ghat crematorio della città: ogni giorno, vengono arse fino a 300 salme provenienti da tutta l’India. Metto via la macchina fotografica – buon senso e rispetto dicono che proprio non è il caso – e osservo la cerimonia a una certa distanza; la voce cantilenante di Akash ci illustra le fasi del rituale.

cremazione varanasi

Per bruciare un corpo adulto occorrono circa tre quintali di legna, faggio e sandalo le qualità più pregiate. Nelle vie che portano ai ghat, i tronchi si ammassano in cataste altissime; l’impressione è che in quelle stradine strette e scure sia stata stipata un’intera foresta. Ci sono delle bilance: serviranno a pesare il legno e a determinarne la prezzatura. Ci sono dei barbieri: hanno il compito di radere a zero il primogenito del defunto (o il parente maschio più stretto). Non ci sono le donne. Le più devote delle madri, delle mogli e delle figlie non sono ammesse ai funerali per vari motivi: perché potrebbero gettarsi sulla pira per la disperazione, replicando l’antico rituale del sati oggi fuori legge; perché durante la cerimonia non sono concesse manifestazioni di dolore (evidentemente si dà per scontato che il sesso femminile sia incapace di trattenersi); perché sono donne e, in India, tanto basta.

Mancano i veri deus ex-machina della situazione, ma li vediamo sopraggiungere da lì a breve: trasportano una lettiga di bambù con un corpo avvolto in un sudario arancio e intonano un canto gioioso, il Ram Naam. No, non sono i parenti o gli amici del defunto; sono i dom, una sottocasta dei dalit, gli intoccabili. E’ a loro che viene affidato il compito ‘impuro’ ma fondamentale di maneggiare i cadaveri, allestire la pira e, da ultimo, raccogliere le ceneri. Emarginati dalla società eppure richiestissimi, i dom sono i veri ricchi di Varanasi, tanto che i proprietari dei ghat, gestori del giro d’affari del legname e dei riti crematori, si auto-definiscono domraja (da maharaja).

Giunti alla riva del Gange, i dom bagnano il corpo nel fiume e lo adagiano poi sulla pira. A questo punto il figlio maggiore, vestito di bianco e rasato di fresco, appiccherà fuoco alla salma che, precedentemente cosparsa di oli profumati, arderà per almeno tre ore. Mentre Shiva sussurra il canto di liberazione (tarak) all’orecchio del defunto, gli astanti attendono il momento supremo del rito: l’esplosione del cranio, simbolo della liberazione dell’anima. Terminata la cerimonia, le ceneri verranno riversate nel Gange e inizieranno il proprio viaggio verso l’aldilà.

E’ tutto molto poetico, o quasi. Perché talvolta succede che i corpi non ardano a dovere; cominciano invece a gonfiarsi dando la truce impressione di sollevarsi dalla pira. Allora i dom devono intervenire spaccando le membra a colpi di bastone. Altre volte, il legname acquistato non è sufficiente o è di scarsa qualità, il che significa che il falò si esaurirà prima del previsto, lasciando parti del corpo ancora intatte. Quegli arti non bruciati verranno gettati nel Gange con la speranza di non offendere gli dei o, in alternativa, finiranno contesi da cani randagi o sotto le froge di una mucca, insieme ai fiori putridi di una ghirlanda scampata al rogo.

cremazione varanasi

Il Gange, un malato taumaturgico
Ma parliamo del Gange: divinità a tutti gli effetti nata dai capelli di Shiva, la Grande Madre è anche uno dei fiumi più inquinati (e abusati) del pianeta. E non solo a Varanasi, ma lungo gli oltre 2500 chilometri che dalle vette dell’Himalaya scendono fino al Golfo del Bengala. Rifiuti industriali, agricoli e organici ne insozzano costantemente le acque, con ripercussioni facilmente immaginabili sull’ambiente, le specie animali e, non da ultimo, l’uomo.

Già negli anni ’60, nel suo L’odore dell’india, Pasolini scriveva: “Nell’acqua del Gange si immergono i cadaveri prima di bruciarli, nell’acqua del Grange si buttano, non bruciati ma sistemati tra due lastroni di pietra, i santoni, i vaiolosi e i lebbrosi, nell’acqua del Gange galleggiano tutti i rifiuti e le carogne di una città che praticamente è un lazzaretto, perché la gente ci viene a morire”.

E’ vero: in acqua non solo finiscono le ceneri dei defunti di Varanasi e di tutta l’India venuta in pellegrinaggio, ma marciscono i cadaveri di coloro che sfuggono alla cremazione: bambini, donne incinta e santoni (considerati senza peccato), i morti per morso di un serpente (manifestazione di Shiva), i lebbrosi (considerati impuri). A loro, vanno ad aggiungersi le vacche che, in quanto sacre, non vengono né bruciate né lasciate alla mercé dei cani randagi.

Prosegue Pasolini: “Ebbene in quest’acqua, si vedono centinaia di persone che si lavano accuratamente, tuffandosi beate, restandovi immerse fino alla cinta, a sciacquarsi mille volte, a lavarsi la bocca e i denti”. Le abluzioni mattutine a cui abbiamo assistito testimoniano che oggi ben poco è cambiato, anzi: c’è persino chi del Gange, confidando nei suoi poteri taumaturgici, è solito bere alcune gocce. Possibile che nessuno (o per lo meno la stragrande maggioranza degli hindu) tema un’infezione? Non solo la fede in Shiva vince ogni paura, ma si fa strada anche un’altra convinzione, forte come un mantra: il Gange si autopurifica. Le sue acque si dice contengano un concentrato di elementi chimici, cloro in primis, in grado di neutralizzare i batteri: ne è convinto anche Akash. Viene da chiedersi se in futuro cambieranno mai le cose, ma siamo onesti: come si fa ad immaginare l’India senza il più sacro dei suoi rituali?

Un’ultima riflessione
Non è la prima volta che assisto al rito della cremazione: mi era già capitato a Kathmandu, al tempio di Pashupatinath. Adagiato sulle rive del Bagmati, affluente diretto del Gange, questo sito è uno dei più sacri del Nepal induista. Confesso che, a Varanasi così come a Kathmandu, quel che mi ha scioccato maggiormente non è stato l’odore acre che pervadeva l’aria, né il cielo grigio di fumo, né quella quieta, passiva accettazione nei confronti della morte. Sono stati gli animali. Cani e mucche in India, scimmie in Nepal, mi si è chiuso lo stomaco a vederli profanare quei luoghi sacri, indugiare tra la fuliggine, defecare, accoppiarsi, banchettare. Poi da qualche parte ho letto una frase; diceva che in questi posti non c’è differenza tra sacro e profano perché tutto è sacro. E il Gange – alla volta madre, cimitero, divinità, discarica, vasca da bagno – ne è la dimostrazione più lampante.

Anche la cerimonia crematoria, priva di sentimentalismi manifesti, si fa portatrice di questa mescolanza, di questa continuità. A riguardo, sempre Pasolini scrive: “[Essa] bastava a trasformare l’intollerabilità della morte in uno dei tanti disperati, ma tollerabili, atti della vita”.

Leave a comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.