Una notte nel Quarto Vuoto: il deserto del Rub’ al-Khali

notte Rub Al Khali
Tramonto al Rub' al-Khali
Secondo per estensione solo al Sahara, è uno dei deserti più grandi e inesplorati del pianeta

La magia del deserto è difficile da raccontare. Non esiste niente di più avventuroso e affascinante e al tempo stesso di più struggente, crudele, impietoso. Durante i miei viaggi ho avuto la fortuna di vederne diversi (e non solo di sabbia) e ogni volta mi lascio ipnotizzare, completamente in balia di questi spazi.

A circa tre ore d’auto da Abu Dhabi, comincia uno dei deserti più grandi del pianeta: secondo per estensione solo al Sahara, il Rub’ al-Khali occupa circa un quarto dell’Arabia Saudita, allungandosi negli Emirati, in Oman e Yemen, per una superficie totale di oltre 650.000 km².

Rub’ al-Khali significa ‘quarto vuoto’ e il suo nome è legato alla credenza secondo cui, al momento della creazione, Allah divise il mondo in quattro settori: in uno ci mise il cielo, in un altro la terra, in un altro ancora il mare. Il quarto restò vuoto ed è lì che cominciò ad accumularsi la sabbia.

Ad oggi, è una delle zone più inesplorate e sconosciute della Terra: nei secoli, persino le tribù beduine si sono limitate a sfiorarne esclusivamente i bordi, questo perché, a differenza del Sahara, nel Quarto Vuoto le falde acquifere sono quasi totalmente assenti. Ad eccezione dell’Oasi di Liwa, una mezzaluna verde ancora oggi abitata e coltivata, non c’è altro che sabbia.

Le dune cominciano poco alla volta: acacie e palme da dattero spariscono gradualmente fino a lasciare il posto a sporadici cespugli, sterpaglie che fungono da riparo e nutrimento a rettili e roditori. La terra si fa sempre più fine e basta un poco di vento affinchè la strada, litorale d’asfalto, venga inondata da una risacca rosseggiante e polverosa. Siamo a circa 20km dal confine saudita, ed è in un campo tendato che trascorreremo due giorni. Le tende sono quelle casine bianche – poco più che puntini – che vedi nella foto qui sotto, scattata dalla cima di un’alta duna arancione.

Per innamorarmi del Rub’ al-Khali, a me basta questo: l’aura di misticismo che lo circonda, la distesa apparentemente infinita di colline d’oro, le geometrie che il vento disegna e poi scompiglia a suo piacimento. Per questo, sono rimasta un po’ basita quando la sera, al telefono con un diverso fuso orario, ci è stato chiesto “e cosa sareste andati a fare fin lì?”.

Il sarcasmo insito nel condizionale la dice lunga: dobbiamo essere proprio sciocchi per sbatterci fin quaggiù solo per vedere della sabbia! Da qui, l’idea per questo post: cosa si fa nel deserto?

… si ascolta
Si ascoltano storie di vita, di vite diverse dalle nostre. Come quella di Salem, il proprietario del campo: kandoora bianco, occhiali a specchio, la barba che comincia a ingrigire, proviene da una famiglia beduina e ha vissuto in tenda sino ai quattordici anni. Ci racconta che fino a quell’età, era ben raro per lui mettere dei sandali ai piedi e che la prima volta che ha visto la città – una Abu Dhabi diversissima da com’è oggi – è stato un vero e proprio shock. Nella fresca intimità del majlis, quella stanza squisitamente araba tutta divani e cuscini, Salem ci parla del suo Paese e dell’amatissimo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, primo presidente degli Emirati, nonchè uomo d’affari e politico estremamente illuminato.

Si ascoltano leggende: quella della città perduta di Ubar ad esempio, una sorta di Atlantide della sabbia, distrutta da Dio per punire l’arroganza dei suoi abitanti. Sulle sue tracce si mise persino Lawrence d’Arabia che, invano, la cercò a lungo. Ancor più singolare, il mito legato al canto delle dune, che vuole che spiriti maligni sussurrino parole incomprensibili alle spalle dei viaggiatori per portarli alla perdizione fisica e mentale. Chi le ha udite, paragona queste voci al basso vibrare del didgeridoo (il lungo strumento a fiato dell’Australia aborigena).  Inquietante e seducente, questa leggenda è per me l’essenza del deserto.

Infine, si ascolta il silenzio. Che, dove tutto è immobile, diventa assordante.

… si prova un brivido
L’emozione ti percorre la schiena quando, seduto sulla duna più alta che riesci a scalare, osservi il calar del sole. Non ti muovi più di tanto, perché non vuoi sporcare con le tue impronte quel paesaggio ondulato e perfetto. Prendi allora posto come al cinema e ti limiti a osservare il sole che affonda da qualche parte a ovest, i colori che cambiano, la sabbia che via via si raffredda al tatto e nei toni. E prima che scenda definitamente il buio, scendi anche tu, a piedi da quella duna altissima, i talloni che affondano, minuscoli granelli che si insinuano nelle scarpe e i tra i capelli.

Una scossa di adrenalina è quella che invece ti dà il dune bashing. Salem ci consegna degli occhialoni – tipo maschera da sci – e ci fa salire su di un’agile dune buggy; leggera e molleggiata, le sospensioni robuste, è il mezzo perfetto per calcare il volubile profilo delle dune. La corsa, con il vento che ti sferza la faccia, è pari al più audace degli ottovolanti: discese quasi verticali, balzi, risalite, l’auto che si inclina pericolosamente a seguire fragili orli sabbiosi. Rallentare più di tanto non è possibile: come le onde del mare, le dune vanno cavalcate a una certa velocità per evitare di affondare o, peggio, di ribaltarsi.

Proprio qui al Rub’ al-Khali si trova tra l’altro una delle dune più alte del mondo, la Moreeb Dune, la ‘montagna spaventosa’. Con i suoi 300 mt di altezza e un’inclinazione di circa 50 gradi, è protagonista di una gara decisamente stramba: ogni febbraio, un gruppo di spericolati ne tenta l’ascesa in 4×4; vince chi si spinge più in là e in meno tempo!

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… si ridefinisce il concetto di bellezza
In arabo, il termine jamal (o gamal) ha due accezioni: significa ‘cammello’ ma anche ‘bello/elegante’. Una bizzarria semantica? Non proprio: nel mondo arabo, l’idea di bellezza non si limita al puro lato estetico, ma si riferisce anche ai comportamenti, alla moralità, al valore intrinseco di qualcosa o qualcuno. Da sempre sostentamento delle tribù beduine, il cammello è un animale prezioso, imprescindibile per la sopravvivenza. Da qui, la sua “bellezza”.

Incontriamo durante il nostro dune bashing una piccola mandria bardata con un drappo rosso: le ciglia lunghe, il collo sinuoso, la lana quasi setosa al tatto. Incredibilmente pacifici, questi cammelli – come ci spiega il loro guardiano in groppa a un esemplare nero – sono piccole star. Appartengono infatti alla famiglia reale e sono destinati ai concorsi di bellezza. Proprio così: i beauty contest con protagonisti gli animali (cammelli, falchi, addirittura capre) sono piuttosto popolari nella penisola araba.

Ogni anno vi partecipano migliaia di purosangue che verranno valutati in base a parametri quali dimensioni di occhi e testa, lunghezza di collo e ciglia, texture e colore della pelle. Due curiosità. La prima: uno dei più costosi cammelli della storia è stato acquistato nel 2008 dal principe ereditario dell’Emirato di Dubai per circa 10 milioni di dirham (non so allora, ma oggi questa cifra corrisponde a circa 2.5 milioni di euro!); la seconda: talvolta, per distendere le rughe di espressione dei propri animali, capita che i proprietari vi iniettino del botox nel muso. Ecco, se mai avrai un cammello e avrai intenzione di partecipare a una di queste gare, sappi che è assolutamente proibito, pena la squalifica: l’allevamento è un business multimilionario e, come tale, richiede serietà!

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… si guarda da vicino un falco e si accarezza un saluki
Rapaci e cani lavorano da sempre in sinergia per supportare l’uomo in quella che un tempo era un’attività necessaria e oggi è uno sport: la caccia. Perché nel deserto, in prossimità delle oasi ma non solo, svernano gazzelle, otarde, volatili.

La falconeria in particolare è oggi patrimonio Unesco e speciale è il vincolo che lega questo animale al popolo emiratino. Rapidi e intelligenti, i falchi sono addestrati a consegnare le prede senza ucciderle, caratteristica fondamentale in un paese islamico dove gli animali destinati al consumo alimentare devono essere trattati secondo precise disposizioni (halal). Con un prezzo che si aggira dai 20 ai 250mila dollari, i falchi sono trattati con ogni riguardo: hanno i propri gadget (cappucci in pelle a proteggerli e calmarli quando non sono in volo e potenti GPS installati sulle zampe); i propri ospedali (ad Abu Dhabi si trova il più grande falcon hospital del mondo) e sono gli unici animali autorizzati a viaggiare in aereo. E mica in stiva: “siedono” in business class insieme al loro ricco padrone.

Il saluki, anche conosciuto come levriero persiano, è invece una delle razze canine più antiche del mondo e dunque tra le prime ad essere state addomesticate. Come tutti i levrieri è un animale leggero, elegante e rapidissimo: un magrone dal manto raso, con orecchie pelose e una buffa coda a frange. Unica razza canina a non essere mai stata ritenuta impura – anche grazie al cosiddetto ‘bacio di Allah”, una macchia bianca sul petto – il saluki è un ottimo cacciatore e spesso lavora in coppia con il falco in qualità di cane da riporto.

…si assaggiano datteri e caffè (ma non solo)
Connubio indissolubile e simbolo dell’ospitalità medio-orientale, datteri e caffè vengono serviti sempre e comunque, spesso anche prima di un pasto (!). Cominciamo dai datteri: tanto calorici quanto energetici, da sempre sono parte della cultura araba e non solo da un punto di vista strettamente culinario. Come avevo appreso in Oman ad esempio, secoli fa, unito all’acqua bollente, lo sciroppo di datteri aveva uno scopo difensivo: versato sul nemico che tentava di assalire un forte, lo ustionava fino alla morte al pari della pece. Da un punto di vista religioso invece, è proprio con un dattero che si spezza il digiuno durante il Ramadan. Se ne contano almeno 250 specie diverse e pare che la varietà più pregiata sia il khalas, particolarmente appiccicosa e carnosa, di colore rossiccio e dal gusto molto vicino al caramello. A me piacciono molto i medjoul.

Contraltare perfetto alla dolcezza dei datteri è il kahwa, ossia il caffè. Diversamente da quello turco – forte e scuro – quello arabo è chiaro e speziato, spesso aromatizzato con baccelli di cardamomo, stecche di cannella o pistilli di zafferano.  Si serve nella dallah, la tradizionale caffettiera locale, allungata e dal beccuccio sporgente. Importante la gestualità del rituale: il padrone di casa versa il caffè con la mano sinistra, e la tazzina – la fenjan, piccola e senza manico – va presa dall’ospite con la destra. Lo zucchero non è previsto: ad addolcire il kahwa ci penseranno i datteri.

A tavola, la cucina beduina conta forse pochi piatti ma gustosissimi – ricette della mamma, precisa Salem: pesce alla griglia accompagnato da riso e datteri sottaceto; makbous, un riso speziato con zafferano e cardamomo nel quale vengono sfilacciati pezzi di carne di pollo; e per dessert l’umm ali, un pudding caldo a base di latte, cannella e pistacchi. Interessante la colazione, con balaleet, noodle finissimi insaporiti con zucchero, cardamomo, acqua di rose e zafferano e uovo strapazzato; chebab, pancake allo zafferano, e ragag, una sfoglia di pane sottile e croccante, da condire con una cucchiaiata di thareed, una sorta di stufato a base di carne e verdure.

… si riflette
Mi riaggancio ora alla domanda che ha portato alla stesura del post. Su questo blog, racconto da anni e senza filtri il mio amore per il mondo. Ricevo con grandissimo piacere mail di sconosciuti che mi scrivono di riuscire a viaggiare grazie a queste pagine, di vedere – attraverso le mie parole prima ancora che tramite le foto – i luoghi di cui parlo. C’è un proverbio arabo che dice “ogni occhio ha il suo sguardo” e, in effetti, è tutta una questione di punti di vista. Nessuno ha la vita perfetta, ma tutti abbiamo la possibilità di scegliere: decidere se affrontare ogni giorno con curiosità, ironia e gratitudine oppure con frustrazione e stizza, logorandosi nel tentativo di raffreddare gli entusiasmi altrui. Il deserto c’è chi lo cerca fuori e chi, invece, ce lo ha dentro.  

Se come me ami i deserti, ti rimando a questo articolo e, perchè no, anche a quest’altro.

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