Le città colorate del Rajasthan

Nella Terra dei Re, un tour variopinto sulle tracce degli antichi maharaja

Rajasthan significa letteralmente “Terra dei Raja”, ossia dei re. Ricchi, ricchissimi, spesso stravaganti, i maharaja erano anche uomini d’armi, costantemente occupati a difendersi dall’invasore arabo che, a partire dall’undicesimo secolo, penetrò il territorio indiano. In una perfetta commistione di utile e dilettevole, i sovrani rajput presero così a costruire palazzi fortificati ma sontuosi, cittadelle che sintetizzavano in un’architettura nuova e raffinata gli stili hindu e moghul (arabo). Tutt’intorno si allargava il loro regno, che oggi si traduce in quell’India-bazar, caratterizzata da un fluire continuo di gente, vacche e tuk tuk, perfetto per chi, di un luogo, ama osservarne la vita e i colori.

Udaipur, la città bianca
Fondata nel 1568 dal Maharaja Udai Singh II, Udaipur sorge sulle sponde del Lago Pichola, un piccolo bacino artificiale. Queste acque calme e il candore dei suoi edifici le conferiscono un aspetto diverso rispetto agli altri centri abitati: quasi sognante, etereo. La nostra visita comincia dal Palazzo di Città, un complesso di residenze, padiglioni e giardini ancora attualmente abitato dal maharaja che, sebbene privo di potere politico, rimane comunque uno degli uomini più potenti della regione.

La zona aperta al pubblico è un susseguirsi di sale tutte intarsi, broccati e specchi colorati, veneziani; le porte sono molto basse e per passare da una stanza all’altra, è necessario chinare in avanti la testa. “Così, se il nemico riusciva ad entrare, mozzargli la testa con una sciabolata era più semplice” – racconta la guida. Tante sale parlano di elefanti: ci sono delle howdah, portantine da posizionare sul dorso, ankush, pungoli con cui i conducenti stimolavano diversi punti del cranio, ciascuno corrispondente a un comando, e svariate foto, la più bizzarra delle quali ritrae una ‘battaglia’ tra pachidermi, gioco di corte molto in voga. Separati da un muretto e intrecciate le proboscidi, il primo a indietreggiare perdeva lo scontro.

Sempre gli elefanti, questa volta in pietra, attorniano il Jag Mandir, il palazzo delle feste costruito su di un isolotto del lago. In giovane età, ha qui trovato protezione un maharaja destinato a passare alla storia: Shah Jahan, artefice del Taj Mahal. Dopo l’escursione in barca sul Pichola, facciamo un giro al bazar con sosta al Jagdish Mandir, tempio intitolato a Vishnu: a restarmi impressi sono gli occhi sbarrati del dio Garuda, capostipite della stirpe degli uccelli, nonché cavalcatura dello stesso Vishnu. Lo vedi qui sotto, avvolto in un panno fluo.

I souvenir
# Udaipur possiede un ricchissimo patrimonio artistico. Molti tra i più importanti miniaturisti del passato e del presente si sono formati qui, per cui, se ne hai la possibilità, entra in uno dei loro laboratori: saranno lieti di mostrarti non solo le loro creazioni, ma anche come vengono prodotti i colori, i supporti su cui vengono stesi – dalla stoffa all’osso – e le tecniche utilizzate. I soggetti sono molteplici: scene di vita di corte, i grandi epos indiani (Ramayana o Mahabharata) e molto altro ancora.

# Il kathputli è uno dei simboli dell’artigianato rajput. Si tratta di un burattino (a voler fare un accostamento, ricorda un po’ il pupo siciliano), realizzato in legno, pietra e argilla e poi rivestito in panno. Molti alberghi organizzano brevi spettacoli gratuiti e durante il nostro viaggio ci è capitato di vederne più di uno: proprio come accadeva in Sicilia, il teatro dei burattini degli albori non era un mero intrattenimento per bambini, ma un modo per insegnare e trasmettere storie e storielle. Se ti piace il genere, Udaipur è il luogo migliore per acquistare un kathputli: che ne dici di un classico incantatore di serpenti con tanto di cobra?

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Jodhpur, la città blu
Il blu è quello di Navchokiya, quartiere un tempo abitato dai bramini. Devoti a Vishnu, dio dalla pelle azzurra, i sacerdoti dipinsero le proprie abitazioni dello stesso colore. Oggi, il blu è soprattutto quello della plastica e le case vestono svogliatamente questa tinta soprattutto per tenere lontani insetti e zanzare. In tutta onestà, al camminare all’interno del quartiere, ho preferito il colpo d’occhio dall’alto, sia di giorno che di notte.

All’altezza della sua fama è invece la residenza di corte, il forte di Meherangarh che, costruito su di un’enorme rocca, si innalza a strapiombo in centro città. Anche il mausoleo di Jaswant Thada è molto interessante: terreno di cremazione della famiglia reale, è una sorta di Taj Mahal locale e, al suo interno, troverai foto e dipinti dei maharaja che si sono succeduti nei secoli. Noterai che tutti condividono la stessa caratteristica: folti baffoni arrotolati. Oltre che come città blu, Jodhpur è anche la moustaches city per eccellenza, sebbene il baffo sia diffuso in tutto il Rajasthan senza distinzione di età o ceto sociale.

A seguire, un giro al caotico Sadar Market, il bazar che si allarga intorno alla torre dell’orologio simbolo dell’Old Town, una cena con il miglior murgh makhani (butter chicken) di sempre e, infine, una folle corsa in tuk tuk per tornare in hotel.

I souvenir
# Non si può lasciare l’India senza una pashmina e qui a Jodhpur ho fatto qualche buon affare. Originaria del Ladakh, freddo territorio a nord del Paese, la pashmina è ottenuta dall’eccezionale lana delle capre changthangi, o meglio dal loro sottogola. Proprio così: questa lana incredibilmente calda e resistente si ricava da una minima parte del vello ed è anche per questo che risulta particolarmente pregiata. Un’alternativa meno costosa ma pur sempre valida è invece il kashmir.

# Le spezie. La cucina è sempre il mio capitolo preferito e potrei parlarne per ore. Per il momento, ti basti sapere che il bazar di Ghanta Ghar di Jodhpur offre tutto quello che desideri (curcuma, curry di Madras, chiodi di garofano, cannella, zafferano) e che non sai di desiderare: mix profumati come il garam masala, spezie per tandoori e i peperoncini rossi di Mathaniya, protagonisti insieme al montone di quello che è diventato il piatto indiano di mio marito, il Laal Maas.


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Jaipur, la città rosa
Nella capitale del Rajasthan, le cose da fare e vedere sono tantissime. Si comincia con il Palazzo Reale, parzialmente aperto al pubblico in quanto, nel cosiddetto Padiglione della Luna, vive ancora oggi il maharaja con la sua famiglia. Jai Singh, uno dei suoi predecessori, era appassionato di stelle: fece costruire nell’India del nord ben cinque osservatori, uno dei quali qui a Jaipur. Non farti trarre in inganno dalla parola osservatorio: il Jantar Mantar è in realtà una specie di parco a tema, dove puoi passeggiare tra meridiane altissime (fino a 30 metri) e decine di giganteschi, sofisticati strumenti che il maharaja fece realizzare per predire eclissi, calcolare segni zodiacali e ascendenti e altro ancora. Tutti sono ancora perfettamente funzionanti.

C’è poi il forte di Man Singh (o forte di Amber) che, arroccato su di una collina, è la location perfetta per un album di nozze: fasciati nei loro abiti più belli, diversi sposini posano qui per servizi fotografici. Lo si raggiunge inerpicandosi in jeep o a dorso di elefanti dal muso dipinto, opzione quest’ultima che sconsiglio caldamente. Trovo che, al giorno d’oggi, addestrare pachidermi a veicolo sia un atto anacronistico, sciocco e insensibile. Purtroppo, in molti non la pensano così.

Infine, non perderti il caleidoscopico Patrika Gate, l’enorme bazar di Johari (che vende veramente di tutto, incluso lo street food: se i chioschetti ti ispirano, assaggia samosa e pakora) e il bellissimo Hawa Mahal o Palazzo dei Venti (foto di copertina) con le sue 953 finestre traforate: dietro ad esse, le principesse rajput osservavano Jaipur senza essere viste.

Ah, perché città rosa? Basta fare un giro per l’Old Town per rendersene conto: gli edifici sono ancora di quel color pesca che, forse, non si discosta troppo dalla sfumatura con cui, a inizio ‘900, il maharaja Ram Singh fece tinteggiare i palazzi per offrire un benvenuto speciale al principe di Galles, il futuro re Edoardo VII.

I souvenir
# Se per un vasetto di spezie farei pazzie, gemme e gioie mi lasciano completamente indifferente. Tuttavia, per amor di cronaca, va detto che, se ami le pietre preziose, a Jaipur sei nel posto giusto. Esperti tagliatori incideranno per te rubini, agate, ametiste, smeraldi e quant’altro per poi incastonarli in un monile a tua scelta. Molto più di semplici accessori, i gioielli indiani – indossati tanto dalle donne quanto dagli uomini – costituiscono una vera e propria carta d’identità: spesso, denotano infatti stato sociale, stato civile, provenienza geografica e religiosa.

# Non saprei esattamente come abbinarle, ma una lettrice più fashionista di me forse sì: le juttis sono una tipologia di scarpe decisamente… indiane. Senza tacco, la base in pelle, sono ricoperte da una quantità di ricami coloratissimi, a cui spesso si aggiungono specchietti colorati, frammenti di conchiglie, perline in ceramica o persino campanelli. Tutto dipende dalla fantasia dell’artigiano! Nota simpatica: le juttis da uomo hanno la punta che gira all’insù, a imitare i baffi.


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Jaisalmer, la città d’oro
Situato a pochi chilometri dal Pakistan, nei pressi del deserto del Thar, Jaisalmer è il più antico centro abitato del Rajasthan. Definita la città d’oro per via dei suoi edifici scolpiti nell’arenaria, Jaisalmer è stata per centinaia di anni il fulcro di scambi di ogni genere: tappeti, zafferano, argento, broccati, cannella, gemme, oppio. Nel 1200, la città si trovava proprio al centro dell’antica Via delle Spezie ed era perciò costantemente battuta da carovane e mercanti; l’intenso traffico commerciale andrà a scemare solo nel XVIII secolo, con l’avvento della Compagnia delle Indie e l’apertura di nuove rotte.

Poco alla volta, Jaisalmer verrà abbandonata. Cadrà in isolamento e, forse, col senno di poi, questa sarà la sua fortuna: come cristallizzata, la città odierna non è poi così diversa da quella di un tempo. A guidarci per le sue strade dorate è Anand: occhi vispi e allegri (il suo nome significa ‘felice’), i capelli semi nascosti da un bizzarro berretto di lana, la pancia importante. Ci conduce innanzitutto al forte che domina la città, edificato nel 1156 per volere del maharaja Rawal Jaisal: circondato da 99 bastioni, è un museo a cielo aperto all’interno del quale vive ancora oggi circa un quarto degli abitanti, per lo più i discendenti delle antiche caste di bramini e guerrieri. Come cesellato dal più bravo degli artigiani, il cuore di Jaisalmer è un alternarsi di delicati templi jainisti e ricche haveli, eccentriche case di mercanti, decorate con trine di pietra.

I souvenir
# Jaisalmer è la città degli argentieri: dai bracciali ai portaspezie, dai fermacapelli ai pugnali, troverai un po’ di tutto. Interessante il modo in cui la mercanzia viene presentata all’acquirente: uno o più garzoni fanno la loro comparsa insieme a pesanti sacchi di yuta, che vengono svuotati del loro contenuto su di un tappeto. A questo punto, il venditore procederà a disporre ordinatamente i gioielli e, in breve, tutto il pavimento sarà coperto d’argento.

# Siamo nei pressi del deserto: oggi come un tempo, è in questa zona dell’India che si concentra il maggior numero di cammelli. Con le loro ossa – recuperate al decesso – i mastri artigiani realizzano oggetti bellissimi ed elaborati: portagioie, vasi, pezzi di scacchi, statuette votive. Io ho comprato un ‘portable temple‘: due mani giunte in preghiera che, aprendosi, rivelano in un palmo la miniatura di Ganesh, il dio protettore dei viaggiatori e nell’altro quella di Lakṣmī, dea dell’abbondanza.

Buona scoperta dunque, e buoni acquisti! Non sono solita dare consigli per lo shopping, ma in questo caso proprio non ho potuto esimermi dato che, dal Rajasthan, mi sono portata via la qualunque (aiuto!). Adatta a ogni tasca, la produzione artigianale è pressochè infinita e, come vedi, spazia in ogni campo, dal tessile alla cucina ai preziosi. All’elenco di questo post, aggiungerei però ancora due cose: incensi e oli essenziali (di cui ho fatto incetta a Varanasi) e il the (Masala, Assam, Darjeeling le miscele più note). Ecco, ora dovrebbe esserci tutto (o quasi)!

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