Guidare in India: che Ganesh sia con te!

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Sulle strade del Rajasthan
Good horn, good brakes, good luck: guida semiseria alla viabilità indiana

C’è un detto, in India, che sostiene che per guidare sulle strade del Paese siano necessarie tre cose: good horn, good brakes and good luck. Ossia, un buon clacson, dei buoni freni e… una buona dose di fortuna.

La patente? Un dettaglio. Perché l’India sfugge a qualunque codice della strada. Certo esiste una normativa ufficiale, ma ben più importante è quel codice non scritto che solo la gente del posto conosce e sa applicare con cognizione di causa. Fermo restando che la guida è all’inglese (niente di cui stupirsi, dati i trascorsi coloniali), ogni altra regola è puramente accessoria e oppugnabile. I sensi unici sono un’utopia così come le basilari nozioni di sorpasso e precedenza, le strisce pedonali rappresentano un mero elemento decorativo e la circolazione in carreggiata è aperta a tutti.

Ma proprio a tutti.

Automobili, tuk tuk, motorini, autobus, camion, barrocci trainati da asini, biciclette, greggi di capre, tir con rimorchi fuorimisura, vacche, risciò a pedali, carretti trainati da cammelli, motociclette, trattori. Più o meno qualunque cosa dotata di gambe o ruote. Mezzi immatricolati e non si muovono in ogni direzione, cercando di infilarsi in uno di quei varchi che, miracolosamente, talvolta si aprono nel traffico (e la scelta dell’avverbio non è casuale: sarà per questo che Ram, il nostro autista, ogni mattina prima di mettersi in marcia rivolgeva una preghiera al Ganesh in miniatura che teneva sul cruscotto).

La pazienza è l’imprescindibile virtù non solo del conducente ma anche del passeggero: le strade sono in buone condizioni, ma è quella viabilità tanto peculiare a rendere la guida più lenta e difficoltosa del dovuto. Tuttavia, non temere: è solo questione di abitudine. Nel giro di pochi giorni, we’ll eventually get there – accompagnato da un energico ciondolio della testa – diventerà il tuo mantra e quella smania di arrivare tutta occidentale svanirà come per magia. Sulle strade di Rajasthan e Uttar Pradesh abbiamo percorso circa 1700km e, te lo assicuro, non ci siamo mai annoiati.


Good horn
Re della strada è il camion. Grande o piccolo che sia, ha una caratteristica imprescindibile: deve essere bello. E bello in India significa colorato, vistoso, rumoroso. Come una donna carica di gioielli tintinnanti, il truck indiano è volutamente appariscente e si fa veicolo non solo delle merci ma anche della cultura della propria regione o città. Le fiancate sono dipinte a colori vivacissimi, patchwork compositi in cui figurano rappresentazioni più o meno artistiche di divinità, star di Bollywood, fiori, pavoni, tigri, cantanti. Le cabine, volto di questi bestioni a quattro ruote, sono adornate con glitter, pashmine, nappe, statuette, giardini di plastica, pon pon. Dallo specchietto retrovisore pendono invece uno o più pennacchi: rigorosamente neri, più grandi sono e meglio è, dato che ricoprono una funzione fondamentale, quella di allontanare pericoli e malocchio. Li aiuta in questo arduo compito uno degli dei della trimurti autostradale: il clacson. Sono gli stessi veicoli ad invitare a farne uso: praticamente tutti i camion riportano sul retro del cassone – ben visibile e a caratteri cubitali – la scritta “Blow horn please!”. E di effetti sonori ce n’è tutta una gamma: dalla classica tromba alle musichine più complesse, roba che la General Lee ti fa un baffo.

Fare a meno del clacson è di fatti impossibile: ne sa qualcosa il guidatore che si accoda a uno di quei carri dal carico strabordante – cotone, latte, scatoloni, paglia compressa – che ostruiscono completamente la visuale. O il conducente che si accosta a un fumoso jugaad, uno dei mezzi più bizzarri (pericolosi?) che io abbia mai visto. Come una specie di Frankenstein della strada, il jugaad è un veicolo composto da pezzi di recupero assemblati insieme: le ruote di un tir, il volante di un trattore, il tavolo della cucina, una lamiera abbandonata, il motore di una pompa di irrigazione. Spesso decorato alla stregua di un truck, questo Transformer domestico procede lento (ma neanche troppo: 60-70km/h) e calca ogni terreno, completamente privo di targa e assicurazione. Spesso guidato da individui bizzarri quanto lui, il jugaad ha un gran difetto: è noto per avere freni decisamente poco affidabili tanto che, molte volte, al guidatore non resta che saltare in corsa (spero che il signore qui sotto stia bene).

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Good brakes
Fondamentali su ogni strada del mondo, i freni in India servono per scansare le insidie più diverse. Ad esempio, quel motorino con su quattro persone (così disposte: bambino numero 1, padre, bambino numero 2, madre) che ti taglia la strada. O quel tuk tuk che, forse con l’intento di entrare nel Guinnes dei Primati, invece di tre individui ne ha caricati una dozzina e ora ha esalato il suo ultimo respiro nel bel mezzo alla carreggiata. O ancora, quel signore all’apparenza persino distinto, che attraversa a piedi l’autostrada, o quella famigliola di macachi, spinta dal bisogno irrefrenabile di raggiungere il lato opposto a quello in cui è stata fino a due minuti fa. Perché sia mai che capiti di investire un essere vivente, uomo o animale che sia: il bad karma per la prossima vita sarebbe assicurato.

Good luck
In questo bailamme motorizzato, mondo parallelo dove ogni logica si perde a favore del caos più totale, c’è però qualcuno che mantiene la calma. Tutta la calma di questo mondo. L’andatura indolente, le palpebre socchiuse, i fianchi oscillanti. Serafica, zen come un Buddha, è la mucca. Che tanto è sacra e dunque – lo sa – può fare quello che vuole. Può attraversare lenta, lentissima una strada all’ora di punta; può prendere posto con i suoi simili sugli spartitraffico, come una signora al bar con le amiche; può accucciarsi ai semafori con occhio vigile (haha); può fare i suoi bisogni dove meglio crede, impiegandoci tutto il tempo che desidera. Nessuno le dirà nulla; persino il famigerato clacson spesso tace.

Tuttavia, al di là del colore che queste vacche errabonde aggiungono alle strade indiane, la loro presenza è alquanto pericolosa; scontrarsi con un manzo di 4 o 5 quintali non è certo come investire un gatto. Noi stessi siamo stati testimoni di un incidente: un motorino lanciatosi al sorpasso di uno dei grossi camion di cui sopra – naturalmente senza visibilità – ha avuto una collisione con una mucca in transito. Nessuno si è fatto male per fortuna, grazie ai good brakes del camion e alla good luck dei soggetti coinvolti. Persino il bovino si è rialzato e, un po’ acciaccato, è andato via sulle sue gambe.

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Se hai in programma un viaggio in India, evita dunque rischi inutili: l’unica cosa che ti servirà davvero è un good driver, esperto, attento e prudente. Dedico questo post al nostro preziosissimo Ram!

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