Le sette volte in cui il Giappone mi ha commossa

Sakura a Miyajima
Emozioni da questa terra meravigliosa, sognata da una vita

Aspetta aspetta che mi viene un attimo da piangere! Nelle scorse settimane, questa frase mio marito se l’è sentita dire parecchie volte. Gli occhi lucidi, piantavo i piedi in terra come una bambina che fa i capricci, mandavo giù il groppo in gola e prendevo un bel respiro.

Non è la prima volta che mi commuovo in viaggio. Mi è capitato quando ho immerso i piedi nell’Oceano Pacifico al termine della Route 66, quando ho visto la grande migrazione in Tanzania e pressoché ogni volta che faccio ritorno a Londra. In questo Giappone sognato da una vita, il cuore si stringeva però a ogni momento: mentre ammiravo un ciliegio in fiore o mi sedevo davanti a un piatto di ramen, quando incontravo un gruppo di scolari vestiti alla marinara o imboccavo uno stretto yokochō o, ancora, quando in metropolitana sorprendevo qualcuno immerso nella visione di un anime o nella lettura di un manga.

I momenti più emozionanti, però, sono stati questi:

… quando l’hostess ha annunciato “Welcome to Narita”
Sebbene l’aeroporto di Haneda sia più vicino a Tokyo, ho sempre desiderato atterrare qui: a Narita (e non so neanche bene il perché). Le parole dell’assistente di volo mi risvegliano dal torpore della lunga traversata e prendo finalmente coscienza del fatto che là fuori (!) c’è quella terra su cui ho sempre fantasticato ma che mai ho avuto il coraggio di avvicinare. Cosa strana in effetti, dati i miei trascorsi in mete ben più lontane o ardite. Credo sia un po’ come quando, da ragazzini, si contemplava da lontano quel ragazzo che ci piaceva. Si mantenevano le distanze non per timidezza ma perché consapevoli che, al primo approccio, si sarebbero potuti verificare solo due scenari: 1) l’oggetto del desiderio non si rivela all’altezza delle tue aspettative e dunque il tuo castello di carte crolla miseramente; 2) le tue aspettative le supera e pure troppo. In entrambi i casi, sei fregata.

emozioni giappone

… quando ho attraversato lo Scramble di Shibuya
Il mio film preferito è, manco a dirlo, ambientato a Tokyo. La prima volta che ho visto Lost in Translation vivevo a Londra ed ero intrappolata in una relazione simile a quella di Charlotte/Scarlett. Alla fine del film ho pianto come una fontana, ho sognato un’avventura come la sua, ho sognato Tokyo, un karaoke dove cantare più per me che per gli altri ‘you’re special, so special’ e, soprattutto, ho sognato qualcuno da cui ricevere nient’altro che un abbraccio. Un anno dopo ho conosciuto mio marito e tutto è cambiato. Ma continuo a guardare Lost in Translation e continuo a singhiozzare ogni volta che Bill Murray fa fermare il taxi. Penso a com’ero allora, a come sono adesso, a quanto sono grata per tutto quello che ho. Quando, proprio come Charlotte nel film, ho attraversato Shibuya, avevo la guancia umida. Però gocciolava, sicchè – forse – non ero io a piangere.

… quando ho pregato davanti ai Jizo di Nikko
A Nikko, cittadina di montagna ricca di templi a circa due ore da Tokyo, c’è un sentiero costeggiato da settanta statue di Jizo. Questi monaci di pietra, divinità di origine buddista, sono solitamente ‘vestiti’ con un berretto rosso fatto all’uncinetto e una sorta di bavaglino dello stesso colore. Si trovano sparsi in tutto il Giappone e, nello specifico, sono i protettori sia dei viaggiatori che dei bambini mai venuti al mondo. Dei viaggiatori, perché anticamente venivano posti a segnalare incroci o bivi ed erano dunque punti di riferimento per i viandanti; dei bimbi, non so bene il perchè ma si dice che siano le madri mancate a cucire per loro bavette e copricapi. Vedere questa lunghissima fila di Jizo mi ha emozionato molto: ho scelto un monaco più sorridente di altri e, nelle sue mani di pietra, ho lasciato cadere qualche yen (e pure qualche lacrima).

… quando ho visto il Monte Fuji dal treno
Niente, qui siamo vicini ai singhiozzi. Solo che appunto ero in treno e mi sono trattenuta. Durante il nostro soggiorno a Tokyo, a causa di un meteo avverso, abbiamo dovuto cancellare l’escursione al Fuji: per vederlo completamente coperto (ossia non vederlo), ho preferito rimanere in città e vivermela un giorno in più. Lo avevo messo in conto; del resto il Fuji si mostra solo quando vuole e anche nelle giornate apparentemente limpide non è raro che se ne stia lì, con un cappello di cirrostrati sul capo.
Se non che, in shinkansen da Tokyo a Kyoto, il cielo si rischiara e (piantoneeee!) eccolo lì. Bello limpido, accompagnato da un’unica nuvoletta bassa e innocua. Ero in pratica dentro un cartone animato: in treno, due onigiri sulle ginocchia, il Fuji-san con la sua celebre punta innevata fuori dal finestrino, così vicino da poterlo toccare. Indimenticabile.

… quando ho camminato di notte in una foresta di bambù
Siamo a Kyoto. Che è bella da spezzarti il cuore, per cui la lacrima è perennemente in bilico sulla coda dell’occhio. Tuttavia, quella sera al tempio di Kodai-ji, ha fortemente rischiato di scivolare giù. Come se l’hanami non fosse già abbastanza bello di giorno, i giapponesi pensano di renderlo ancor più spettacolare di notte. I sakura, pallidi e delicati sotto il cielo azzurro, grazie a sapienti giochi di luci e musiche incalzanti, acquistano con il buio toni drammatici e accesi, colorandosi ora di un rosa intenso, ora di viola, ora di indaco. A commuovermi non sono stati però i fiori, bensì un boschetto di bambù, inondato da una danza di lucciole artificiali. Giurerei di aver visto una kitsune fuggire via con una chiave in bocca, ma non posso esserne certa… (Qui sotto, la versione diurna).

… quando ho visto la Gojunoto pagoda riflettersi sulle nuvole
Alla fine di una giornata di pioggia scrosciante, che ha fortemente limitato la nostra esperienza di Hiroshima, abbiamo preso il traghetto per Miyajima, l’isola sacra. Raggiungiamo il nostro ryokan e, dopo cena, proviamo a mettere il naso fuori. Non c’è una stella ma, almeno, non piove più. Scendiamo fino al grande torii rosso simbolo dell’isola. C’è bassa marea e riusciamo ad andarci molto vicino: con un paio di stivali avremmo potuto toccarlo. Saliamo poi alla Gojunoto, la famosa pagoda rossa a cinque piani. Illuminata, brilla tra i fiori di ciliegio, ancora luccicante di pioggia. Voltandomi casualmente, resto di sasso: la fitta coltre di nubi che ancora non si è diradata ha steso come un drappo in cielo. Su di esso, la potente fonte di luce che rischiara l’edificio proietta la sua sagoma, creando così una seconda pagoda fatta d’ombra, le fondamenta poggiate su di una nuvola. Pura magia.

… quando il treno di Hello Kitty ci ha portati all’aeroporto del Kansai
Ultimo giorno. Un livello di magone che è inutile spiegare. Troppe immagini si affollano nella mia testa e vorrei conservarle tutte, una per una, anche se poi so che finiranno per fondersi sotto un’unica grande etichetta chiamata Giappone. Mentre lo shinkansen diretto all’aeroporto si avvicina, noto qualcosa di speciale: è quello di Hello Kitty! Di questo particolare treno, avevo sentito parlare parecchio. Non viaggia con regolarità, gli orari variano spesso e c’è chi lo prenota espressamente tempo prima pur di avere la possibilità di viaggiare con la nota gattina della Sanrio (per l’occasione vestita in kimono). A noi è capitato per puro caso e, pur non essendo fan di Hello Kitty, ho fatto salti di gioia quando l’ho visto: l’ho considerato l’ultimo regalo di questo Giappone meraviglioso.

E tu? C’è una destinazione che ti ha commosso fino alle lacrime?

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