Il Taj Mahal vale un viaggio in India?

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Esempio di perfezione architettonica ed emblema dell'amore eterno, è una delle sette meraviglie del mondo

Sorge ad Agra, in Uttar Pradesh, sulle rive dello Yamuna. Rispettivamente, uno degli stati più poveri dell’India e uno dei fiumi più inquinati del mondo. Nel suo algido splendore, il Taj Mahal non sembra però curarsi del misero contesto in cui è inserito: del resto, è una delle sette meraviglie del mondo moderno. Esempio di somma eleganza architettonica e protagonista delle leggende più disparate, sono in molti a sostenere che – da solo – l’edificio valga un viaggio in India. E’ davvero così?

Il tempio dell’amore eterno
La storia del Taj Mahal è nota per essere una delle più romantiche di sempre. Shah Jahan, quinto imperatore della dinastia moghul, uomo d’armi e di letti – guerriero cruento, dotato di un harem di oltre 3000 concubine – mostrava in realtà un cuore di burro al cospetto della seconda moglie, Mumtaz Mahal.

Bellissima e di gran carattere, Mumtaz era una donna lontana da ogni stereotipo islamico: aveva con il marito un rapporto paritario e amava seguirlo anche sui campi di battaglia, dove fungeva da consigliera personale. Padrona delle arti del piacere, si dice fosse esperta di tecniche e balsami afrodisiaci: noto è ad esempio l’unguento a base di miele, pepe nero e zenzero che applicava sulla vagina prima dell’amplesso, per massimizzare non solo il piacere del partner ma anche il proprio.

Pazzo d’amore, il feroce Shah Jahan cadde dunque nella disperazione più totale quando, nel dare alla luce il quattordicesimo figlio, la sua Mumtaz morì. Mentre barba e capelli gli si incanutivano per il dolore, l’imperatore fece alla defunta sposa una promessa: costruirle la tomba più bella del mondo. Era il 1631; architetti, orafi, artigiani e artisti provenienti da tutto il mondo lavoreranno senza sosta per oltre un ventennio. Sarà solo negli anni cinquanta che, ultimato il mausoleo, Shah Jahan potrà finalmente dire di aver mantenuto fede alla promessa.

L’edificio perfetto
Una lacrima sulla guancia dell’eternità. La più adorabile di tutte le cose. Il cancello d’avorio sotto cui passano i sogni. Un seno gonfio di latte. Sono tante le espressioni che, nei secoli, uomini di lettere e non hanno utilizzato per descrivere il Taj Mahal. Architetti e matematici si limiterebbero invece a un unico aggettivo: perfetto. Perfette sono le sue proporzioni, raggiunte grazie a complessi calcoli aritmetici. Perfetta è la prospettiva: i quattro minareti che incorniciano il mausoleo sono inclinati quel tanto che basta a dare l’illusione di simmetria da qualunque parte lo si guardi. Perfetta l’ingegneria: l’edificio è antisismico e per realizzarlo è stato sapientemente deviato il corso del fiume.

Magnifici i colori: il marmo bianco di Makrana cambia tonalità al mutare della luce del sole e della luna. Stupendi gli intarsi: 28 diverse pietre preziose sono state incastonate nel marmo a creare motivi floreali, mentre i più bei versetti del Corano, vergati dalla mano dei maggiori calligrafi del tempo, risalgono le pareti. Del Taj Mahal, è ineccepibile persino la cornice: pensato per avere il cielo come sfondo, il palazzo poggia su di una piattaforma marmorea rialzata.

Completano l’opera i giardini che, con fontane e corsi d’acqua, sono una rappresentazione terrena del paradiso. A questo proposito, un’ultima chicca prospettica: durante il suo regno, Shah Jahan si occupò della riqualificazione del Mehtab Bagh, polmone verde situato sulle rive dello Yamuna da cui, oggi come un tempo, si gode di una particolarissima veduta. Allineato con il parco, il Taj Mahal sembra infatti ergersi nel cuore di un’enorme distesa erbosa, ancora una volta chiaro riferimento all’Eden islamico.

Come vuole la tradizione musulmana, secondo cui solo Allah è perfezione, il Taj Mahal riporta un unico, voluto difetto: moderni studi ingegneristici hanno dimostrato che, sebbene invisibile a occhio nudo, la centratura della cupola principale è sfalsata di pochi gradi.

Gli interni: il cenotafio degli amanti
Nascoste al pubblico, le tombe di Mumtaz e Shah Jahan sono custodite in una cripta sotterranea. Ciò che il visitatore vede (e che tassativamente non può fotografare) sono i loro cenotafi. Un occhio attento noterà che, a dispetto delle impeccabili proporzioni del palazzo, i due sepolcri occupano la sala in modo affatto simmetrico. Questa grossolana disposizione sembra alimentare la leggenda (priva dunque di riscontro storico) secondo cui Shah Jahan progettasse di realizzare un secondo edificio in tutto e per tutto identico al primo, eccetto che per il colore: un Taj Mahal nero. Costruito sulla sponda opposta del fiume e unito a quello della moglie tramite un ponte d’oro, avrebbe dovuto custodire le sue spoglie mortali.

Quali che fossero le intenzioni di Shah Jahan, l’imperatore non aveva fatto i conti con il destino. Detronizzato dal figlio Aurangzeb, trascorse gli ultimi sette anni della sua vita imprigionato nel Forte di Agra. Dalle sue torri, il Taj Mahal lo poteva ammirare solo da lontano e, quando vi fece ritorno, fu per essere seppellito al suo interno.

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Controversie
Parallelamente all’affascinante narrazione di sovrani innamorati, di geni della matematica e mastri orafi confluiti in India da tutto il mondo, circolano sul Taj Mahal leggende di tutt’altro stampo. Secondo alcuni scritti, quel romanticone di Shah Jahan era invece un tiranno della peggior specie: come altri sovrani moghul, pare infatti avesse la depravata abitudine di intrattenersi sessualmente con le proprie consanguinee. In particolare, taluni storici lo accusano di aver ricercato più e più volte la ‘compagnia’ della sua stessa figlia, Jahanara, copia carbone della moglie defunta. Sempre il tenero Shah Jahan fu inoltre accusato di aver fatto tagliare le mani a quanti lavorarono alla costruzione del palazzo, di modo che, in vita loro, non potessero mai più produrre nulla di altrettanto eccezionale.

In quanto a leggende, anche l’orgoglio hindu ci ha messo del suo: in tempi più recenti, alcuni partiti nazionalisti hanno dubitato dell’inventiva moghul, sostenendo che l’imperatore si fosse limitato a modificare un tempio di Shiva pre-esistente. Dal canto loro, i musulmani hanno invece tentato di precludere l’ingresso a chiunque non fosse credente: non ci sono riusciti, per fortuna. 

Quando visitare il Taj Mahal?
In linea di massima, il periodo migliore per visitare la città di Agra è subito dopo il monsone: tra ottobre e febbraio, le temperature sono fresche e le precipitazioni limitate. Veniamo ora al Taj Mahal nello specifico: in molti suggeriscono l’alba, promettendo luci perfette e poca gente.

Per quanto riguarda le luci, molto dipende dalla stagione in cui si effettua la visita. Io sono stata in dicembre e, se mi fossi presentata all’alba, probabilmente del Taj Mahal non avrei visto che una debole, incerta sagoma affiorare tra la nebbia. Nei mesi invernali, la bruma che si alza dal fiume è infatti particolarmente fitta proprio nelle prime ore del giorno e non si dirada che in tarda mattinata. Per godere delle famose luci perfette serve una giornata serena e limpidissima, cosa non certo scontata in ogni mese dell’anno.

In quanto all’affollamento, il Taj Mahal è uno dei siti più frequentati al mondo, con una media di 40.000 visitatori al giorno e picchi di 70.000. Pensare di essere quattro gatti – in qualunque momento della giornata – è pura utopia. Ma poi, perché questa smania di solitudine? Perché il desiderio tanto snob di voler evitare la gente in un Paese che proprio della gente, della moltitudine, fa uno dei suoi tratti più noti e distintivi?

Io credo fermamente che la settima meraviglia del mondo sarebbe ben poca cosa senza quel vortice di sete e turbanti ad ammantare il marmo bianco. E la mia foto preferita è quella che vedi in copertina: l’India intera che preme attraverso un portale per vedere il suo monumento più bello.

Detto ciò, ogni momento è buono per una visita. Con un’eccezione: il venerdì. Il Taj Mahal è un edificio islamico e, di conseguenza, il venerdì è chiuso al pubblico e destinato ai soli fedeli.

Cos’altro vedere ad Agra?
Capitale dell’impero Moghul tra il XVI e il XVII secolo, Agra è stata il centro delle arti, della cultura e dell’architettura. Non perderti il magnifico Lal Qila (o Forte Rosso) – proprio quello in cui venne imprigionato Shah Jahan. Costruito in marmo e arenaria e pensato inizialmente come avamposto militare, è in realtà una cittadella, un labirinto di vie, palazzi e giardini. Come lo sventurato imperatore ivi recluso, puoi salire alla torre ottagonale, la Musamman Burj, e osservare il Taj Mahal che svetta da lontano.

Qui ad Agra ti segnalo anche l’Itimad-ud-Daulah, conosciuto anche come ‘piccolo Taj’. Si tratta del mausoleo funebre di Mirza Ghiyas Begh, primo ministro e nonno di Mumtaz. Costruito all’inizio del 1600, anticipa alcuni tratti distintivi del fratello maggiore: realizzato interamente in marmo bianco con intarsi di pietre dure, fu la prima tomba a sorgere sulle rive dello Yamuna. Sebbene meno imponente, resta comunque un esempio ricercato e prezioso di architettura moghul.

Il Taj Mahal vale dunque un viaggio in India?
Molto probabilmente, non vedrai mai nulla di simile in giro per il mondo. In quanto a grazia ed armonia, nessun edificio vi si può accostare: il Taj Mahal è tecnicamente impeccabile. La Storia e le storie in cui si inserisce alimentano inoltre quell’aura magica – un misto di romanticismo, avventura e mistero – che, nei secoli, ha contribuito ad accrescerne fortuna e notorietà.

Ciononostante – parere del tutto personale – ritengo che la vera bellezza dell’India sia altro. Da meta imprescindibile, il Taj Mahal ha finito per diventare una tappa piuttosto marginale del nostro on the road e, negli occhi e nel cuore, devo scavare a lungo per trovare traccia di marmi e pietre preziose. Sono invece i fumi di Varanasi e gli odori del bazar di Bikaner ad affiorare in superficie ancora adesso.

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