Japan mon amour

japan mon amour
Un'izakaya, Tokyo
Così distante, eppure così vicino: da sempre, la mia isola che c'è.

Negli anni ’80, non sapevamo cosa fossero gli anime. Li chiamavamo semplicemente ‘cartoni’ e le quattro del pomeriggio erano il momento più bello della giornata. Avevamo in mano una fetta di pane e nutella, ma erano gli onigiri, quei semplici triangoli di riso pressato, a farci venire l’acquolina in bocca. La mia generazione era quella che sapeva piegare un futon senza aver mai dormito in un ryokan, quella che non aveva idea di cosa fosse un rituale shintoista ma era ben consapevole del fatto che, davanti a un santuario, sia buona norma battere le mani. Consideravamo perfettamente normali i capelli viola o persino bicolore; ci chiedevamo quanto fossero effettivamente lunghi i campi da calcio e credevamo nel potere di bracciali, spille e specchietti. 

Con questo bagaglio fanta-culturale, crescendo ho cominciato a percorrere mentalmente le strade del Giappone. Ho accompagnato Charlotte in giro per Tokyo, persa nella traduzione di quello che da sempre è il mio film preferito. Ho preso il treno con Chihiro e No-Face, atteso sotto la pioggia con Totoro, pianto sulla Tomba delle Lucciole. Da Mishima a Kawabata al mio amato Murakami ho scorso, credo, milioni di pagine: dei cinquanta libri che leggo mediamente ogni anno, almeno una dozzina parlano di Giappone o sono scritti da autori giapponesi.

Una delle prime cose che ho fatto in terra nipponica è stato sedermi al bancone di un’izakaya. La foto che vedi in copertina non ha nulla di speciale eppure, delle centinaia che ho scattato, è la mia preferita: è diventata subito lo screensaver del Mac. Pigiata tra sararīman in giacca e cravatta, migliori amici di una sera uniti da improbabili yakitori e troppi sake, ho finalmente visto il Giappone uscire dalla carta, dalla TV. No, uscire non è la parola adatta: ho visto il Giappone diventare quei libri, quei film. E mi sono commossa fino alle lacrime.

Un fotogramma dopo l’altro, si sono avvicendati scolari vestiti alla marinara, arzilli vecchietti in yukata, coppiette timide, bento con dentro onigiri di cui ora conosco il sapore. E il Fujisan che, con il suo cratere perennemente innevato, è scivolato via dietro al finestrino di un treno. In alcuni brevi istanti, il vento ha persino scosso i fior di ciliegio, regalandomi un assaggio di quella pioggia di petali che, almeno nei cartoni, è sicuro anticipo di un momento particolarmente romantico o di uno altrettanto triste, nostalgico.

Aver visto il Giappone durante il periodo dell’hanami è stato il regalo in più. Il rosa che sboccia non solo nei parchi ma lungo le strade, nelle vetrine, nei ninnoli, nei cartelloni pubblicitari, nel ripieno dei dolci. Ovunque ci sia un ciliegio, c’è qualcuno ad ammirarlo; anche i cani – persino i gatti (al guinzaglio)! – vengono resi partecipi di quello che senza dubbio è il momento più atteso dell’anno. In metropolitana, sbirciando sui cellulari di chi mi circonda, vedo che è tutto un inviarsi di immagini tra i sakura. Quante foto tra i ciliegi accumulerà un giapponese nella sua vita? Chissà.

Se film e libri hanno ampiamente nutrito il mio immaginario visivo, poco o nulla hanno fatto per altre sfere sensoriali. Prendi il primo ramen, ad esempio: non si può raccontare il vapore caldo che ti imperla il viso, il profumo dolciastro del brodo, lo schiocco dei noodle, il fuoco in bocca. Non si dimentica il primo, vero sushi: il wasabi grattugiato all’istante, lo chef che, con un coltello che sembra più una katana, crea piccoli capolavori a sua discrezione, omakase. Non si può descrivere la gioia di sedersi davanti a una piastra in attesa di un okonomiyaki, quella frittata (no, non era una polpetta) di cavolo, gamberi, carne e “tutto ciò che vuoi” (okonomi) che Marrabbio preparava per Andrea e Giuliano mentre, insieme a Lauro e Nonno Sam, si scagliava con ardore contro la musica rock.

E il silenzio. Metropoli con milioni e milioni di abitanti sono stranamente quiete: in strada non si suona il clacson, non si ride in modo sguaiato, non si alza la voce. I rumori molesti sono confinati all’interno di spazi precisi: un centro commerciale, le schizofreniche sale da pachinko. A lanciare grida mute sono le insegne, le luci al neon di Shinjuku, quelle di Dotonbori. Tutti gli altri suoni sono ovattati, dolci, pensati per non offendere l’orecchio. Ogni stazione della metro ha il suo jingle, ogni conbini ti accoglie con le sue note gaie e monotone non appena spingi la porta d’ingresso. E poi ci sono i cinguettii, non degli uccelli ma dei semafori che, fischiettando, ti avvisano che è arrivato il tuo turno: puoi attraversare quegli incroci enormi, quelle strisce pedonali ampie come nessun’altra, che sono divenute uno dei simboli che più amo di Tokyo.

La calma regna anche in metropolitana. In carrozza, per lo più si dorme: da seduti, il capo reclinato in avanti o sulla spalla di un vicino sconosciuto; ma anche in piedi, la testa contro il proprio braccio agganciato a una maniglia. Chi non si appisola – uomo, donna, adulto o adolescente che sia – è invece immerso nel suo mondo, impegnato a giocare sul cellulare, a guardare un anime, a leggere un manga o un libro, quest’ultimo con la copertina nascosta da una fodera perchè, si sa, la privacy è fondamentale. Sulla monorotaia diretta a Odaiba, ricordo una bimba in passeggino: ben sveglia, aveva lo sguardo fisso su mio marito, gli occhi che, come quelli di un gatto giudicante o un soggetto di Yoshitomo Nara, si chiudevano in fessure sempre più strette. Nella sua ancor breve vita, probabilmente non aveva visto abbastanza capelli ricci e, forse, pensava di avere di fronte qualche yokai, uno degli oscuri spiriti dell’amplissima mitologia nipponica.

E’ un paese magico per me il Giappone. Le volpi di pietra, i corvi grandi come bambini, i cervi che se gli dai un biscotto ti fanno un inchino. Gli shinkansen dal muso affusolato come quello di un drago, i vagoni una coda che saetta veloce. Le geishe dal volto bianco e il passo veloce, presenze eteree nella notte. Gli shichifukujin, le sette divinità della fortuna, costante divertente e amatissima del mio viaggio. I torii immensi, portali d’ingresso non solo a templi e santuari ma anche a boschi e foreste. E gli amuleti, le mascotte, gli oracoli di carta: se il destino ha in serbo un messaggio funesto, allora quel biglietto lo si lega a una apposita rastrelliera, lasciandoselo alle spalle – si spera – insieme alla malasorte.

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Ed è, naturalmente, un paese kawaii, adorabile. Le scolaresche che, indice e medio in segno di vittoria, sorridono in posa per una foto: cheeeeesu! – con quella dolcissima vocale sul finale, che approssima le parole straniere alla fonetica locale. Le code nei luoghi chiusi, che si trasformano in una bizzarra versione del gioco della sedia: a mano a mano che il proprio turno si avvicina, si avanza di posto. I panegirici – ovviamente in giapponese, come se il turista capisse qualcosa – per dire ‘grazie ecco il resto’. I locali minuscoli dove si sta così stretti che finisci per diventare amico dello chef o del cameriere, tanto che terminata la cena, questi ti accompagna fino in strada, tu sei già in fondo all’isolato e lui è ancora lì che si sgola tra un arigato gozaimazu e un bye bye. 

Tutto è buffo, anche i wc. Super tecnologici, si producono in getti d’acqua davanti, getti d’acqua dietro, persino melodie per coprire gli eventuali rumori. Talvolta sono dotati di sensori: al tuo ingresso in bagno, può essere che l’asse si alzi da solo a mo’ di saluto, o che, di notte, la tazza si illumini in modo da evitarti la ricerca dell’interruttore. Il premio per il wc più kawaii se lo aggiudica però un bagno della stazione di Nikko: wave to flush the toilet, diceva il cartello. Nessun bottone o levetta da premere dunque; per tirare l’acqua basta agitare le mani di fronte a un dispositivo. Agito agito e nulla. Ma wave significa anche ‘salutare’ e allora ecco: faccio ciao con la manina al wc. Evidentemente soddisfatto, lo sciacquone si mette in funzione. Esco con un sorriso largo così; mio marito, che aveva una turca, non saprà mai cosa vuol dire salutare la tazza del cesso dopo aver fatto pipì.

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Chiaramente, c’è anche il lato oscuro della luna. Come ogni luogo, per alcuni versi forse anche più di altri, il Giappone ha a che fare con problematiche sociali molto pesanti: il triste fenomeno degli hikikomori e l’alienazione dell’individuo; un senso del dovere estremo che, specie sul luogo di lavoro, può sfociare in scenari agghiaccianti; un nazionalismo fortissimo che impedisce agli stranieri di integrarsi per davvero (un gaijin resterà sempre un gaijin) e, ahimè, uno dei più alti tassi di suicidio al mondo. E questo, solo per citarne alcune.

Tuttavia, quando viaggio cerco sempre il bello e, qui più che altrove, mi viene naturale trovarlo. Sai, per vari motivi, da piccola non ero una bambina troppo spensierata. Ero solitaria, chiusa, mi aggrappavo ai mondi lontani di libri e cartoni animati: disegnavo e ritagliavo lo specchio magico di Stilly, il fiore dei sette colori di Lulù, Moko. Crescendo, in un fortunato processo inverso, ho acquisito leggerezza e serenità. Ho gradualmente lasciato andare le parti più malinconiche di me, quelle più rabbiose, quelle più amare. Ho lasciato andare cose e persone, ma il Giappone me lo sono tenuto stretto. E’ sempre stato la mia isola che (non) c’è: così distante, eppure così vicino.

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2 Comments

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  1. says: Claudia

    Ciao Chris, volevo solo dirti che il tuo blog è quello meglio scritto e genuinamente avvincente che conosco, e da questo articolo mi sembra di capire una cosa: forse è anche merito dei 50 libri che leggi in un anno??.. (frase che mi ha sconvolto) .. purtroppo io ho smesso di leggere, fino a una decina di anni fa leggevo molto anche io. A proposito di Giappone, letteralmente divoravo qualsiasi cosa scrivesse Banana Yoshimoto. Poi mi sono iscritta ai social, già scrivevo un blog ma da quel momento ho iniziato a leggere sempre meno libri e troppo facebook e compagnia bella, fino ad arrivare a zero libri in un anno. Oggi faccio sempre più fatica a scrivere “bene”, cioè in maniera articolata, a formulare pensieri e ragionamenti ed esprimerli con la scrittura. Penso che il motivo sia che ho smesso di leggere libri, leggo solo post e slogan sui social. Scusa lo sproloquio e grazie per il tuo blog, a proposito hai un autore che mi consiglieresti? Non necessarimente a tema Giappone, in generale.. ciao Claudia

    1. says: Cris

      Cara Claudia, grazie innanzitutto per le parole spese riguardo al mio blog: sono preziose! Capisco bene la dinamica che si è innescata causa social, purtroppo. Altre persone che conosco si dedicavano alla scrittura ed era un piacere leggerle, poi si sono ridotte a lunghe didascalie su Instagram (“cosa tieni ancora un blog a fare?”) e ora… nemmeno più quelle. Solo foto e due righe buttate giù, infarcite di hashtag e frasi fatte in stile meme.

      Quella che hai fatto su te stessa mi sembra un’analisi molto lucida e onesta, per cui se ti piace scrivere (e prima ancora leggere), riprendi! Magari comincia con un libro di Banana a cui eri affezionata o fai un giro su Goodreads per cercare nuovi autori affini ai tuoi gusti. I miei scrittori preferiti li trovi nella sezione “about” del blog (ma ti avverto che amo i classici e i mattoni 🙈). Ti lascio però qualche titolo (non pesante, promesso!) che ho letto negli ultimi sei mesi e che mi è piaciuto particolarmente: battle royale di koushun takami; lascia che il mondo giri di Colum McCann; la saga di Blackwater di M. McDowell; L’estate che sciolse ogni cosa di T. McDaniel; Rosso Parigi di M. Gibbon.

      Spero di esserti stata d’aiuto: ti auguro buone letture e, se hai voglia, fammi sapere come va!