Il grido di pace di Hiroshima

hiroshima memoriale della pace
Il genbaku domu, l'unico edificio sopravvissuto alla bomba atomica
Dalla bomba atomica a oggi: viaggio nei luoghi della memoria

“Sapevamo che il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Qualcuno scoppiò a ridere, un paio si misero a piangere, ma la maggior parte di noi rimase in silenzio. Fu allora che mi tornò in mente quella frase del Bhagavadgītā, il testo sacro indù, nella quale Vishnu ricorda al Principe Arjuna i suoi doveri. Per convincerlo, il dio assume la sua forma con quattro braccia ed esclama: “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”.

A parlare è il fisico J. Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica. La sua è una storia ambigua, difficile. Mente vicina ad Einstein, leader di un team di futuri premi Nobel, fu alla volta eroe e vittima, genio indiscusso e capro espiatorio di un intero Paese. A nulla valsero le attività pacifiste per le quali si spese dopo la fine del conflitto; il mondo era cambiato e la corsa al nucleare era appena cominciata. Incapace di vestire contemporaneamente i panni di Arjuna e di Vishnu, Oppenheimer verrà indagato, diffidato, accusato di simpatie comuniste e persino deriso (‘lo scienziato piagnucolone’ – lo chiamerà Truman). Sarà solo il governo Biden a riabilitarlo ufficialmente, ammettendo le scorrettezze di un’inchiesta vecchia ormai di cinquant’anni.

Sono in aereo e sto guardando il film di Christopher Nolan. Un paio di giorni prima, ero a Hiroshima.

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Piove a dirotto. Uno di quegli acquazzoni che non ti consentono di fare nulla se non correre al riparo più vicino: un portico, un negozio, un tetto. Nel mio caso, un bus. Visitare la città a piedi come avevo in programma di fare è impossibile; approfitto dunque del passaggio fino all’Heiwa Kinen Kōen, il Peace Memorial Park.

Prima di quel 6 agosto, il quartiere di Sarugaku-cho era una zona vivace, dinamica. Artisti, artigiani e attori di teatro noh animavano le strade, muovendosi all’ombra di due grandi costruzioni: lo Shima Hospital, fondato da un medico di Osaka che aveva completato i suoi studi negli Stati Uniti, e l’Industrial Promotion Hall, un bel palazzo per le esposizioni che spiccava per l’insolita architettura austriaca. Il primo sarebbe divenuto l’ipocentro del primo bombardamento atomico della storia, il secondo l’unico edificio ad esso sopravvissuto.

Inghiottito dal fungo radioattivo, tutto quello che era Sarugaku-cho cessò di esistere in pochi secondi: la bomba distrusse, carbonizzò o polverizzò ogni cosa nel raggio di due chilometri dal punto d’impatto. Sull’enorme voragine di macerie aperta dall’esplosione, sorge oggi uno luoghi della memoria più incredibili al mondo. Il Parco della Pace occupa una superficie di oltre 120.000 metri quadri.

Ai suoi margini c’è il genbaku domu, un brandello di muro sovrastato da una struttura tondeggiante che, chissà come, quel giorno non è volata via. Quella che un tempo era l’Industrial Promotion Hall, oggi si chiama semplicemente ‘cupola della bomba’ perché non c’è bisogno di essere più specifici: anche i bambini sanno cos’è e cosa rappresenta. Anni dopo la fine del conflitto, questo edificio generò una spaccatura interna al Paese: alcuni volevano abbatterlo, desideravano solo dimenticare e ricominciare. Altri volevano invece conservarlo, ricordare e ricominciare. Monito al mondo, la cupola restò al suo posto ed è tutt’ora meta di visitatori provenienti da ogni dove. Passandole accanto, noto che tante persone aprono bottigliette d’acqua, poggiano con cura il tappo a terra e le lasciano davanti a un cippo commemorativo. Mi chiedo il perché di un’offerta così singolare; la risposta non tarderà ad arrivare.

Sotto la pioggia battente, tra le gocce che rimbalzano sugli ombrelli e lo sciaguattare dei piedi nelle pozzanghere, risuona un rintocco gentile. E’ la Campana della Pace: chiunque lo desideri, spiega un cartello, è invitato a farla vibrare con dolcezza, in memoria di quello che è stato. Arrivo poi al Cenotafio, che custodisce i nomi di tutte le vittime della bomba, e alla Fiamma della Pace. Accesa nel 1964, verrà spenta solo quando il mondo sarà libero dalla minaccia nucleare.

Non troppo distante, ecco il Monumento dei Bambini. Una figuretta stilizzata tiene tra le mani una gru di origami, pronta a farla volare. E’ Sadako Sasaki, la bimba protagonista di uno dei più famosi romanzi sull’atomica, Il Gran Sole di Hiroshima. La sua è una storia vera; al tempo dell’impatto, Sadako aveva appena quattro anni, ma sarà solo al raggiungimento del suo dodicesimo compleanno che comincerà a manifestare gli effetti delle radiazioni. Affetta da una grave forma di leucemia, Sadako trascorre le sue giornate in ospedale costruendo gru di carta, forte della leggenda secondo cui, dopo averne completate mille, guarirà. Raggiungerà il suo obiettivo, ma ahimè, la malattia non le lascerà scampo. Divenuta il simbolo di tutti i bimbi vittime della guerra, Sadako ha inconsapevolmente dato il via a un’iniziativa che mi ha commossa profondamente: le orizuru, questo il nome in giapponese delle gru, sono infatti divenute emblema di pace e chiunque è invitato a realizzarne quante desidera per poi a inviarle qui, a Hiroshima. La città tiene infatti un registro, il Paper Crane Database, che raccoglie nomi, provenienza e numero di gru costruite dai donatori: scuole, organizzazioni, enti e, naturalmente, anche privati. Ne ho piegate un paio anch’io, le vedi poco più sotto.

Il cuore già in briciole, entro finalmente nel museo. Più di qualunque fotografia o modello 3D, a parlare sono gli oggetti. Sono quel triciclo carbonizzato, la tazza da the fusa e accartocciata su stessa, le uniformi lacere e il bento con il riso carbonizzato a raccontarti l’inferno dell’esplosione. Sono i disegni dei bambini sopravvissuti all’impatto – immagini di fiamme, di persone con le braccia levate al cielo, in ginocchio, in fuga – a raccontare la paura di quella mattina. Sono gli origami piegati da Sadako, i ciuffi di capelli che la leucemia le ha staccato dalla testa e i vestiti macchiati di nero, di quella pioggia scura come la pece che investì Hiroshima subito dopo l’esplosione.

Parlano le ombre: emblematica quella della signora Mitsuno Ochi, sorpresa dalla bomba mentre saliva i gradini di una banca. Come lei, diverse persone semplicemente si dissolsero nell’aria, lasciando dietro di sé nient’altro che un alone scuro. Infine, prendono parola anche loro, gli hibakusha. Non amano essere definiti ‘sopravvissuti’. Perchè è vero che non morirono ma, dell’atomica, subirono comunque tutte le conseguenze: il trauma psicologico, l’epidermide a brandelli, le ustioni, la perdita di famigliari e amici, il sangue malato, le macchie color porpora sottopelle, la calvizie. Gli hibakusha – per utilizzare le parole di Kenzaburo Oe, uno dei massimi autori giapponesi contemporanei recentemente scomparso – sono tutti coloro che “non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo”. Le loro testimonianze le puoi ascoltare al termine del percorso museale, in una saletta attrezzata con cuffie e schermi.

Di nuovo all’aperto, riapro il mio ombrello. Non mi resta che una tappa, qui nel Parco della Pace. E’ un luogo poco frequentato, quieto, appartato. Non grida all’orrore, non più; invita invece al silenzio, alla riflessione. La Hall of Remembrance è una sala circolare sulle cui pareti ruota il panorama a 360° di un’Hiroshima ridotta in cenere. In mezzo alla stanza, al suo ipocentro, una fontana riproduce un orologio: segna – oggi e per sempre – le 8:15, l’ora del bombardamento.

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Little Boy, il primo ordigno nucleare della storia, è stato sganciato il 6 agosto 1945 dal B-29 Enola Gay. Il pilota, Paul Tibbets, aveva battezzato il suo bombardiere in omaggio alla madre. Esplosa a 600 metri da terra, la bomba atomica ha raso al suolo il 70% degli edifici di Hiroshima e ucciso circa 140.000 persone entro fine anno, numero poi destinato a salire. All’ipocentro, l’ondata di calore ha sfiorato i 4000 gradi. Negli istanti che seguirono l’esplosione, i superstiti furono colti da un’arsura senza precedenti: in cerca d’acqua, molti aprirono la bocca dissetandosi con pioggia radioattiva. Tre giorni dopo, Fat Man cadde su Nagasaki.

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Oggi Hiroshima ha un volto nuovo. I sorrisi spuntano sotto agli ombrelli trasparenti, le nuove generazioni non sono più ossessionate dal numero di leucociti nel sangue. Le carpe guizzano nei laghi, panciuti okonomiyaki ripieni di ostriche sfrigolano sulle piastre. Il bel castello medievale distrutto dalla bomba è stato ricostruito, altri edifici di valenza storica restaurati. E’ tempo di hanami anche qui e, terminato il diluvio, la città si riverserà in strada per ammirare i fiori di ciliegio.

Nonostante il divieto Onu, in base ai dati dell’IRIAD (Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo), più di 13mila testate nucleari sono attualmente sparse negli arsenali mondiali; di queste, 4mila sono operative. Simbolo di forza e rinascita, Hiroshima leva alto ogni giorno il suo grido di pace, invitando il mondo al disarmo globale.

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