Tre templi… singolari (!) da vedere in Rajasthan

Fede mistica tra le più complesse e affascinanti al mondo, l’induismo vanta un pantheon immenso. Ma hai mai sentito parlare di queste divinità?

Fede mistica tra le più complesse e affascinanti al mondo, l’induismo vanta un pantheon immenso: circa 33 milioni di divinità. Tutti hanno sentito parlare della Sacra Trimurti (Brahma il Creatore, Vishnu il Preservatore, Shiva il Distruttore); qualcuno, appena più esperto, sa identificare figure quali Ganesh, Lakshmi, Krishna o Parvati. In questa sede, ti racconto però di tre divinità sconosciute ai più e dei templi a loro dedicati in Rajasthan. Bizzarri di primo acchito, questi luoghi sono in realtà splendidi testimoni di quell’autentica, fervente spiritualità che caratterizza il subcontinente indiano.

Karni Mata, il tempio dei ratti
Credo che la parola più adatta a definire il Karni Mata – agli occhi di un occidentale, ovviamente – sia sconcertante. Innanzitutto, la leggenda: Karni Mata, avatar della Dea Madre Durga, venne invocata da una donna affinchè intercedesse per lei con Yama, Dio della Morte. Il figlioletto era annegato e lei desiderava fosse restituito alla vita. Karni Mata riuscì a convincere il dio, ma costui rianimò il piccolo nel corpo di un topo. Da allora si pensa che, prima di entrare nel ciclo della reincarnazione, i bimbi morti prematuramente divengano topolini, in modo da trascorrere ancora un po’ di tempo con le loro madri.

E fin qui, tutto ok. Veniamo ora al tempio. Come in tutti i templi indù, per entrare ti devi togliere le scarpe, ma le calze – che poi getterai via – puoi tenerle ai piedi (e il mio consiglio è che siano belle spesse, anche se fuori ci sono 45 gradi). A questo punto ti puoi mettere in coda per l’ingresso, seguendo i numerosi fedeli che, invece, procedono scalzi (anche se fuori ci sono 2 gradi). Il Karni Mata è un tempio grande e piuttosto buio, ma ciò non impedisce di percepire quanto accade al suo interno: sulle balaustre, sulle travi del soffitto, sugli altari e sul pavimento, tutto è uno squittire e uno scorrazzare. Di topi, naturalmente. Non li ho contati (!) ma si dice che ce ne siano circa 20.000: neri, pelosi, la coda lunga. In quanto sacri sono ben pasciuti: i sacerdoti del tempio dispongono di una cucina allestita appositamente per loro e, insieme ai fedeli, provvedono a nutrirli con ciotole di latte e ghee (burro), granaglie e persino zollette di zucchero.

Quel che più che mi sconvolge, tuttavia, non sono i topi; sono i fedeli. Procedono lenti, rivolgendo alla dea preghiere silenziose. Calpestano incuranti gli escrementi, si lasciano avvicinare dai musetti appuntiti – se un roditore ti balza sul piede, la sorte ti sorride – e, talvolta, si chinano a baciare il pavimento. Alcuni scandagliano attentamente le sale: si dice che tra i vari inquilini del santuario vi siano alcuni rarissimi esemplari albini che, se avvistati, portano un’immensa fortuna.

Il tempio di Karni Mata si trova nel villaggio di Deshnok, a più di 300km da Jaisalmer e il suo deserto. Non è di strada in nessun circuito turistico: ci si va apposta. Per questo motivo, e anche perché si tratta di un’esperienza decisamente forte, non mi sento di consigliarlo a tutti: è pur sempre un luogo sacro – non una prova di coraggio – e, dunque, è richiesto un comportamento adeguato (niente scenate nè urla di terrore e, soprattutto, incresciosi tentativi di scacciare i roditori: quelli che in tutto il mondo sono topi… qui sono bambini).

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Om Bana, il tempio della motocicletta
Il fatto che, a differenza delle religioni messianiche, l’Induismo non abbia un profeta o un fondatore preciso, né tantomeno un testo sacro, l’ha reso un credo dinamico, aperto cioè all’ingresso di nuove divinità nel proprio pantheon. E’ il caso di Om Singh Rathore, conosciuto come Om Bana, che alla sua morte nel 1988 è diventato oggetto di venerazione in quel di Pali, un distretto situato a circa 50 kilometri da Jodphur.

Questa la sua storia: Om Bana era un giovanotto simpatico, benvoluto da tutti. Amava due cose in particolare: la sua motocicletta e il whisky. Guida e alcool tuttavia, si sa, non vanno d’accordo e così, una notte succede il fattaccio: Om Bana si schianta contro un albero e muore. Rinvenuto il cadavere, la polizia sequestra la moto, una Royal Enfield Bullet, mettendola sottochiave nei propri garage. Senonché, il giorno seguente, di essa non c’è traccia: verrà ritrovata sul luogo dell’incidente. Pensando allo scherzo di un buontempone, la polizia la riporta così in caserma, svuotandone stavolta il serbatoio. Ma il mattino dopo accade ancora: la motocicletta – senza benzina – è nuovamente laggiù, dove il suo proprietario ha perso la vita. La cosa si ripete per diversi giorni, finchè non diventa di dominio pubblico: gente di tutta la provincia accorre a vedere la motocicletta prodigiosa e la polizia getta la spugna.

Oggi, sul luogo del misfatto, ossia praticamente sulla strada, è stato costruito un tempietto, dove non solo si può vedere – tutta inghirlandata – la mitica Bullet, ma si possono fare anche offerte al defunto Om Bana. Quali? Whisky naturalmente! Ogni giorno decine e decine di indù che passano di qui (li vedi accalcati nella foto sotto), versano su di un braciere ardente litri di liquore e, incuranti delle fiammate, invocano i favori del giovane ora divenuto protettore degli automobilisti. Manco a dirlo, ci portati qui Ram, il nostro autista, che certo non poteva esimersi dal fare un’offerta. Ho trovato tutto ciò semplicemente fantastico (parliamo, ripeto, di un rituale nato sul finire degli anni ’80)!

idea dell'india

Galtaji, il tempio delle scimmie
Quello di Galtaji è un complesso di templi dedicati ai protagonisti del Ramayana (uno dei principali poemi epici indiani). Lo trovi seminascosto tra le montagne nei pressi di Jaipur, capitale dei Rajasthan; oltre ai santuari, vanta ben sette kunds, ossia vasche adibite alle abluzioni dei devoti.

Colorato e mistico, Galtaji è il regno indiscusso di Hanuman, semidio metà uomo e metà scimmia che, narra la legenda, ebbe un ruolo di primo piano nell’aiutare il principe Rama a sconfiggere un’orda di demoni. E’ considerato simbolo di forza e lealtà poiché, per il suo signore, compì gesta incredibili: attraversò con un balzo il lembo di mare che separa India e Sri Lanka e, andato in cerca di un’erba medicinale sull’Himalaya, sradicò e fece ritorno con l’intera montagna su cui essa cresceva.

Ti accoglie al tempio il suo esercito personale: macachi dagli occhi vispi si affacciano in ogni dove, si tuffano dalle arcate, si arrampicano sulle rocce, rubano le offerte dagli altari. Fai in modo di non avere in mano o indosso nulla che possa attirare la loro attenzione: sebbene non cattivi, sono animali molto curiosi e, se susciti il loro interesse, potrebbero anche decidere di saltarti su di una spalla (o in testa)! Se ciò dovesse accadere, cerca però di non allontanarli in malo modo: a Galtaji sono esseri sacri.

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Quale di questi templi preferiresti vedere?

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