Sette ‘personaggi’ che potresti incontrare in Giappone

figure folklore giapponese
Un gigantesco manekineko nel quartiere di Shinsekai, Osaka
Dai Daruma agli Yokai, ecco alcune delle figure più importanti del folklore nipponico

I giapponesi vanno pazzi per le mascotte. Ogni prefettura, città – talvolta persino quartiere – ne ha una propria: bambolini, robottini, funghetti, animali di ogni genere spuntano praticamente ovunque e, per questo, tenerne traccia è pressochè impossibile. Ci sono però alcuni personaggi ricorrenti che, durante il tuo viaggio, avrai sicuramente modo di incontrare più e più volte. Da non confondere con le moderne mascotte, le figure elencate qui di seguito rientrano nel folklore locale e, a ciascuna di esse, sono associati virtù e significati ben precisi.

I Daruma
Il Daruma è un personaggio tondo tondo, generalmente di colore rosso. Sembra non avere braccia nè gambe ma, in realtà, la sua forma riproduce le fattezze di un monaco – nientemeno che il fondatore del Buddismo Zen, Bodhidharma – seduto nella posizione del loto (padmasana). Caratteristica distintiva del Daruma sono i suoi occhi, orbite bianche prive di pupille. Prima la leggenda: si dice che Bodhidharma trascorse 9 anni a meditare in una caverna e, al settimo, chiuse accidentalmente un occhio (nb: la meditazione zen si fa ad occhi aperti). Frustrato, si strappò dunque le palpebre, in modo che questo spiacevole incidente non dovesse più accadere.

Da qui, il rituale: quando si acquista un Daruma, solitamente a inizio anno, è usanza esprimere un desiderio e disegnare con l’inchiostro nero una pupilla. Se nell’arco di dodici mesi l’obiettivo viene raggiunto, allora il proprietario potrà colorare anche l’altra; in caso contrario, dovrà portare il feticcio a un tempio dove verrà bruciato (mai darò il mio alle fiamme, sia chiaro!).

Se un tempo ci si poteva procurare i Daruma solo presso un santuario, oggi sono divenuti così popolari da essere venduti ovunque: oltre ai classici modelli in cartapesta, i negozi di souvenir li propongono nei materiali più disparati (persino di peluche!). Qui sotto li puoi vedere in forma di ema, le tavolette in legno che i fedeli appendono nei templi dopo avervi scritto su le proprie preghiere: in questo caso le pupille sono già state dipinte.

A Kyoto c’è un luogo interamente dedicato ai Daruma: si tratta del tempio di Horin-ji (detto anche Daruma-dera, per non confonderlo con il più famoso Horin-ji di Arashiyama), che accoglie circa 8000 esemplari donati dai credenti. 

I Jizo
Divinità di origine buddista, i Jizo sono tecnicamente dei bodhisattva, coloro che, pur avendo raggiunto l’Illuminazione e dunque la possibilità di uscire dal ciclo delle reincarnazioni, decidono di rinunciare al Nirvana per restare sulla terra ad aiutare altri esseri umani. In Giappone, vengono raffigurati come sorridenti monaci di pietra; sono figure amiche e dolcissime. Solitamente ‘vestiti’ con un berretto rosso fatto all’uncinetto e una sorta di bavaglino dello stesso colore, sono i protettori sia dei viaggiatori sia dei bambini mai venuti al mondo. Dei viaggiatori, perché anticamente venivano posti a segnalare bivi o crocicchi ed erano dunque punti di riferimento per i viandanti; dei bimbi non so bene il perchè, ma si dice che siano le madri mancate a cucire per loro bavette e copricapi.

Solitari o in gruppo, rannicchiati nel proprio tempietto o semplicemente posti sul ciglio della strada come pellegrini in sosta, i Jizo che più mi hanno emozionata sono stati quelli di Nikko, cittadina di montagna a circa due ore da Tokyo. Lungo il sentiero di Kanmangafuchi, immerso nella natura, ne troverai circa settanta, quasi interamente coperti di muschio: ho scelto un monaco più sorridente di altri e, nelle sue mani di pietra, ho lasciato cadere qualche yen (e pure qualche lacrima).

A Kyoto c’è un negozietto che vende Jizo in miniatura, in ceramica o terracotta. E’ un posticino delizioso, con un’anziana signora alla cassa che parla solo giapponese e ti offre caramelle. Qui trovi il link all’account instagram e, in particolare, al Jizo che ho acquistato per me, con la mantellina rosa sakura. 

Gli Shichifukujin
Sono i miei preferiti in assoluto! Scesi in terra dal paradiso a bordo della takarabune, la magica nave del tesoro, le Sette Divinità della Fortuna sono: Daikokuten (raffigurato come un contadino, è il Dio dell’abbondanza e della ricchezza), Bishamonten (un guerriero, Dio della guerra), Benzaiten (l’unica donna, Dea della bellezza, della musica e di tutto ciò che scorre), Ebisu (un pescatore, Dio del cibo quotidiano), Fukurokuju (un anziano dalla testa spropositatamente allungata, Dio della buona sorte e della lunga vita), Jurōjin (un eremita, Dio della conoscenza e della longevità) e Hotei (un Buddha sorridente, Dio della felicità). 

Nonostante il loro culto sia associato principalmente allo shintoismo, le 7 divinità sono spesso venerate anche nei templi buddisti giapponesi e sono popolari in Cina, Taiwan e alcune zone dell’India: tra loro, l’unico dio propriamente nipponico è Ebisu; tre sono di origine hindu (li riconosci dal suffisso -en), mentre i restanti provengono dalla Cina. Gli Shichifukujin sono inoltre protagonisti del pellegrinaggio (meguri) di inizio anno, un rito propiziatorio che consiste nel visitare sette templi a loro dedicati; è una delle cose che voglio assolutamente fare quando tornerò in Giappone!

Qui di seguito vedi la rappresentazione delle divinità presso il tempio di Senso-ji, uno dei luoghi di culto più antichi e suggestivi di Tokyo (quartiere Asakusa). Non ricordo più dove li ho invece trovati sotto forma di omikuji, i bigliettini-oracolo da estrarre nei templi. Io ho pescato Ebisu (figurati se non mi capitava il dio del cibo!) che, durante il mio on the road, ho ‘incontrato’ sulla ruota panoramica di Osaka e… su svariate lattine di birra, la Yebisu.

I Manekineko
Forse, il nome – letteralmente ‘il gatto che chiama’ – non ti è famigliare, ma di sicuro ti sarà capitato di vederne uno. Ormai popolarissimo anche al di fuori di Cina e Giappone, paesi che se ne contendono i natali, il gattino con la zampa alzata è sinonimo di buon auspicio e si trova in ogni esercizio commerciale e spesso anche nelle case private.

Creature fiere e misteriose, ben prima di divenire animali kawaii, i gatti suscitavano tra la gente una sorta di timore reverenziale. Li si riteneva dotati di poteri sovrannaturali, quali la capacità di mutare forma e di controllare i defunti: durante i funerali era (è?) usanza non farli uscire di casa. Presenti nelle stampe più antiche e scolpiti nei templi, famoso è ad esempio il gatto del santuario di Toshugu a Nikko, una statua lignea che raffigura un micio acciambellato i cui occhi, si dice, brillino con l’arrivo della pioggia.

Con queste premesse, è facile capire perchè proprio al gatto sia stato assegnato il compito di portare fortuna! Attenzione alle zampe però: se il manekineko ha destra sollevata, chiama denaro; se ha la sinistra chiama persone (clienti se lo tieni in negozio o amici fidati se lo hai in casa); se le ha entrambe su… entrambe le cose!  Oggi disponibili in varie tonalità (dal verde all’oro), i maneki originali sono quelli bianchi e rossi; particolarmente carichi di energia positiva, sembrano però essere quelli calico, che riprendono il manto tricolore (bianco, nero e rossiccio) del bobtail, razza autoctona nota per la sua coda particolarmente corta.

Questi mici ti appassionano? Allora devi assolutamente visitare il tempio di Gōtoku-ji nel quartiere Setagaya a Tokyo, che raccoglie centinaia di statuette! In quanto a me, pur detestando non amando i gatti, di manekineko ne ho due: uno giallo, comprato a Chinatown la prima volta che sono stata a San Francisco, e uno calico, giapponese doc. Eccolo qui sotto! 

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Le Kitsune
Kitsune è la parola giapponese per volpe. In questa sede, le volpi di riferimento non sono però quelle selvatiche dal pelo fulvo, bensì volpi incantante, solitamente dal manto bianco: vuole la leggenda che siano le messaggere del dio Inari, divinità shintoista (kami) del riso e, per estensione, dell’abbondanza e della prosperità. Da un punto di vista iconografico, sono spesso rappresentate in coppia, indossano un bavaglio votivo rosso (yodarekake) e reggono tra le fauci una chiave o un rotolo di scritture sacre.

Ambigue e vendicative, proprio come i gatti, anche le kitsune sono ritenute dei bakemono, ossia degli esseri in grado di mutare forma: di preferenza assumono quella di fuoco fatuo o di giovani ed avvenenti fanciulle, spesso allo scopo di smascherare o beffare lo sciocco di turno. Posseggono inoltre il dono della longevità e, ogni cento anni, spunta loro una nuova coda. Regine del folklore, le volpi sono anche maschere tradizionali del teatro noh e kabuki, oltre che protagoniste di svariati matsuri, novelle e dipinti.

Dimora delle kitsune per eccellenza è il monte Inari, nei pressi di Kyoto, e celeberrimo è il sentiero che porta alla sua sommità: 4km di scarpinata da percorrere sotto un ‘tunnel’ di cinquemila giganteschi torii rossi – i tipici portali shintoisti – ex voto donati da aziende e privati. Guardiane di questo insolito percorso sono numerosissime kitsune di pietra, che troverai sia lungo il tracciato che sparse nei boschi circostanti. 

I Tanuki
Sono anch’essi dei mutaforma ma, prima di assumere qualunque altra sembianza, sono semplicemente cani procione o nittereuti (no, nemmeno io avevo mai sentito parlare di questo animale prima d’ora: diffuso in Asia orientale, ricorda un po’ il tasso e l’orsetto lavatore). Meno subdolo di gatti e volpi, nella cultura giapponese il Tanuki è un esserino bizzarro e burlone che, talvolta, finisce vittima dei propri scherzi. Ottimo illusionista, uno dei suoi trucchetti favoriti consiste nel camuffare il denaro: acquistato il sake di cui è ghiotto, il venditore scoprirà che le monete con cui è stato pagato non sono altro che una manciata di foglie secche.

La caratteristica distintiva (e certo più bizzarra) del Tanuki sono però… i suoi testicoli. Giganteschi, si dice siano grandi come 8 tatami, ossia circa 13m²! Che se fa di questi enormi attributi? Li impiega nei modi più diversi: come tamburo (la melodia che ne esce pare faccia più o meno così: ponpoko ponpoko...), ma anche per pescare, per ripararsi dalla pioggia, per trainare oggetti pesanti… persino per impastare i mochi! A questo proposito, la serie di stampe ukiyo-e di Utagawa Kuniyoshi, artista del periodo Edo, è divertentissima!

In ceramica o terracotta, i Tanuki sono sparsi in tutto il Giappone: li ho visti in negozi, ristoranti, giardini privati e persino templi, come questo qui sotto.

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Gli Yokai
Magici, antropomorfi, più o meno malefici: gli Yokai – termine che si potrebbe tradurre come ‘mistero inquietante’ – non sono semplicemente dei ‘mostri’ come spesso vengono definiti in Occidente. Sono piuttosto un genere a sè stante che, nel folklore nipponico, si affianca a quello umano e animale. Suddivisi in molteplici categorie – dai demoni ai fantasmi ai già citati bakemono – di yokai ce ne sono un’infinità e vastissima è la letteratura a loro dedicata. In questa sede mi limito a citarti quello che, tra loro, è forse il più celebre: il Kappa.

Verde e squamoso, alto come un bambino, il Kappa ha mani e piedi palmati, un guscio simile a quello di una tartaruga e un cranio cavo in cui conserva l’acqua, fonte della sua forza. Abita le zone umide – fiumi, laghi, grotte – ed è un essere molto permaloso. Adora il sumo, i cetrioli e le interiora umane: si dice affoghi le proprie vittime e risucchi le loro viscere dall’ano. Oggi praticamente spogliato di ogni aspetto sanguinario, il Kappa è divenuto una creatura docile e amatissima, protagonista della più svariata gamma di gadget.

Molto nota è Kappabashi Dori. Questa strada di Tokyo, caratterizzata da negozi specializzati in utensili da cucina (ho comprato un bel coltello, naturalmente!), era un tempo un’area agricola, spesso soggetta a inondazioni; l’habitat ideale del kappa, insomma. Oggi, in zona, puoi vedere diverse rappresentazioni di questo yokai, come quella qui sotto.

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…e mentre qui ad Abu Dhabi sfioriamo ormai ogni giorno una temperatura di 50 gradi percepiti (!), io ti auguro una buona estate e, se vuoi, ci rivediamo a settembre!

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