Si dice che a salvarla fu la sua bellezza.
Henry Stimson, membro dell’amministrazione Truman che Kyoto conosceva e amava, si adoperò fortemente affinchè la città venisse risparmiata dall’atomica e, pur con il tremendo sacrificio di Nagasaki, riuscì a sottrarla alla guerra. Insieme a Kyoto, Stimson mise in salvo tanti degli elementi più affascinanti della cultura nipponica: vie buie e struggenti del periodo Edo, foreste di bamboo e volte di ciliegi in fiore, torii scarlatti sorvegliati da volpi di pietra e antiche tea house in cui, ancora oggi, pallide geishe spariscono lasciando dietro di sé null’altro che il sordo scalpiccio dei loro geta di legno.
Kyoto è bella da spezzarti il cuore e, per questo, mi è impossibile ridurla a un mero elenco di cose da fare o da vedere. Ciò che segue sarà quindi non una guida ma una sorta di educazione – sentimentale, come direbbe Flaubert – alla città e alle emozioni che suscita.


Sono in un ryokan, la tipica locanda giapponese. Ho lasciato le scarpe all’ingresso e un paio di ciabatte di pelle spuntano sotto l’orlo del mio yukata, il leggero kimono che ogni albergo tradizionale offre in dotazione ai propri ospiti. Stringo l’obi in vita, muovo un passo e già sento la stoffa che tira. Tutti – in Giappone ma in particolare a Kyoto – sembrano essere leggiadri, minuti, delicati. Quello goffo e sgraziato sei tu e, a rivelartelo, è il primo yukata che indossi. Aderente al corpo come una fasciatura, la veste ti costringe a un incedere fatto di passi brevi e leggeri; tutto l’opposto dei miei, pesanti e sempre frettolosi. Ricalibro dunque l’andatura e scendo all’onsen, che la giornata – come al solito – è stata lunga.
Sulle orme del professor Nishida Kitaro che ne ha ispirato il nome, ho percorso almeno un paio di volte il Tetsugaku no michi, il sentiero del filosofo. Questa dicitura potrebbe far pensare ad un viale ampio, grandioso. Niente di tutto ciò: si tratta invece di un viottolo lastricato, che corre per circa 2km lungo un corso d’acqua altrettanto modesto. Suggestiva in ogni momento dell’anno, questa passeggiata lo è in particolar modo in primavera, quando diventa la via dell’hanami per eccellenza; decine e decine di sakura ombreggiano il canale creando scorci degni di un quadro. Ne osservo i soggetti: giovani coppie in kimono, gatti al guinzaglio, shiba e barboncini abbigliati per l’occasione con maglioncini confetto. Anziani in yukata contemplano assorti i rami e madri sorridenti immortalano il primo hanami dei loro bimbi. In acqua e in terra, iniziano ad accumularsi petali caduti che presto, a quel mondo rosa, faranno da tappeto.


Porte ideali di questo magico sentiero sono due templi. A Sud, il Nanzen-ji con, poco distante, quel parco meraviglioso costruito intorno a binari abbandonati, il Keage Incline. A nord, il Ginkaku-ji, il Padiglione d’argento, una costruzione dal tetto plumbeo immersa in un’oasi di aceri, muschi e bamboo. Si affaccia sul ‘mare di sabbia’, un giardino zen che al chiaro di luna luccica come una distesa argentata.
A fargli da contraltare, un altro padiglione: quello d’oro. Il Kinkaku-ji è un po’ fuorimano, ma non per questo va trascurato: da molti ritenuto ineguagliabile per eleganza e armonia, è uno dei templi più famosi del Giappone. Così lo descrive Yukio Mishima, vate della letteratura giapponese: “Simile ad una luna sospesa in un cielo notturno […], esso mostrava la sua raffinata struttura sopportando in silenzio le tenebre che lo circondavano”. Di questo tempio si ‘innamorò’ un monaco che, per preservarne la bellezza, lo incendiò in un ossimorico delirio. Erano gli anni ’50 del secolo scorso e quella che vediamo oggi è una ricostruzione fedelissima di quel che il Kinkaku-ji fu prima di allora.
Stringo tra le mani l’ofuda che mi è stato consegnato all’ingresso e giro intorno al laghetto in cui l’edificio si riflette, incantata. “Quando i raggi del tramonto avvolgevano il Padiglione d’oro, era proprio lo specchio dell’acqua che lo faceva apparire come se magicamente fluttuasse nell’aria ad ali spiegate. Erano quei riflessi ondeggianti che annullavano le asperità delle sue strutture e lo facevano risultare come costruito di materiali aerei, d’aria, d’acqua, di fuoco, e in costante movimento. La bellezza del Padiglione d’oro era senza pari”.


Eppure, è difficile dire quale dei 1500 luoghi di culto che punteggiano Kyoto sia il migliore. Forse quello che non si è ancora visitato, perché contiene la promessa del ritorno. Quello che hai trovato per caso, piccino e semideserto, tutto tuo. O più semplicemente, quello a cui hai legato i ricordi più vividi, le esperienze del cuore.
Al Fushimi Inari, ho scarpinato tra i boschi, in salita sotto la fuga arancione di 5000 torii. Mi sono fermata a guardare gli occhi di pietra delle kitsune, volpi messaggere del folklore shintoista, e conservo l’origami dalle orecchie a punta con cui mi ha omaggiata un signore.
Al Ryoan-ji, mi sono seduta a contemplare il celebre giardino zen: si dice che le 15 pietre che lo compongono siano posizionate in modo che, da qualsiasi punto le si guardi, non si possano mai vedere tutte insieme. Ho provato a contarle da diverse angolazioni e – come tutti – sono arrivata a 14, la quindicesima appannaggio di un fatidico terzo occhio.
Al Myoshin-ji, ho svuotato la mente. Un monaco zazen, lo sguardo buono e vispo, ci ha guidato in una pratica di meditazione con tanto di kyosaku, il ‘bastone dell’avvertimento’ utilizzato per fugare le distrazioni. Ascoltare il proprio respiro è una delle cose più difficili del mondo.
Al Kyomizudera sono salita in cerca di un tramonto luminoso che non c’è stato. C’era molto altro, però: una fonte sacra, un terrazzo teso sul vuoto, giovani in kimono con i fiori tra i capelli. E, ai nostri piedi, la città intera.


Kyoto è circondata da montagne sui tre lati ed è alle pendici di una di esse che si trova il distretto di Arashiyama. Arashiyama è il Giappone che vedi nelle pellicole di Miyazaki, sulle stampe di Hokusai, nelle scenografie di un’opera kabuki. E’ quel Paese fatto di yokai astuti, di vigili statue di pietra, di foreste che sussurrano. Non a caso il fruscio dei boschi di bamboo rientra tra i 100 paesaggi sonori della nazione: ne fanno parte anche lo scorrere dei fiumi, il canto dei grilli, lo scricchiolio della sabbia.
Ascoltando il vento, seguo con lo sguardo le lunghe canne protese verso il cielo e… eccolo. Il komorebi. Komorebi è una di quelle parole-concetto irresisitibilmente giapponesi, intraducibili se non con una lunga parafrasi; in questo caso ‘la luce che filtra tra le foglie degli alberi’. Tutti, forse da bambini più che da adulti, ci siamo soffermati a guardare i giochi che il sole fa con la natura. Nessuno, Giappone a parte, ha mai pensato di darvi un nome. Osservo i raggi penetrare tra i bamboo, tra gli aceri, tra i ciliegi che chiazzano di rosa le montagne. Me ne sto sempre col naso all’insù e, forse, mi perdo qualche kitsune che sgattaiola via.
Camminando nel verde raggiungo piccoli templi: Tenryu-ji, dove un’ema, la tavoletta votiva, accoglie le nostre preghiere. Gio-ji, che immagino in autunno, acceso del rosso del kōyō. Adashino Nembutsu-ji con il suo cimitero buddista, e Otagi Nenbutsu-ji, che ospita oltre 1200 rakan di pietra, i fedeli illuminati, ciascuno con un’espressione diversa.
Prima di proseguire, ancora due cose deliziose: la prima è una stradina risalente al periodo Meiji, Saga Toriimoto, che allinea case rurali, chioschi di dango appiccicosi e il negozietto in cui ho comprato le calze con su il Monte Fuji. La seconda è la villa di un attore anni ’40, Denjirō Ōkōchi, che ti dà accesso a uno dei parchi-giardini più belli della zona. All’ingresso ci viene consegnato un biglietto: “We hope you can meet Buddha here today”.


Può essere più bella di così Kyoto? Bhe, non l’hai ancora vista di notte. I ciliegi, innanzitutto. Pallidi e delicati sotto il sole, grazie a sapienti giochi di luci e a musiche incalzanti, acquistano con il buio toni vivi e drammatici, colorandosi ora di un rosa intenso, ora di viola, ora di indaco. Si illumina il meraviglioso ciliegio piangente del parco di Maruyama, si illuminano i soffitti fioriti delle vie intorno al fiume Shirakawa e i giardini di templi e castelli: al Kodai-ji ero praticamente in lacrime.
E tuttavia, quel che di Kyoto amo più di ogni altra cosa sono le sue strade buie. Nulla è struggente quanto la notte fonda di Gion, il quartiere antico della città. Quando i riverberi fiochi delle lanterne proiettano fantasmi sulle pareti delle machiya, le case in legno risalenti al periodo Edo. Quando Sannen-zaka e Ninnen-zaka, vie affollatissime di giorno, trovano finalmente respiro e la Yasaka Pagoda, alta sui tetti neri, allunga la sua ombra austera. Quando i corti noren dei locali restano immobili e tu ordini l’ultimo on the rocks al Finlandia Bar. Sospeso in un’altra dimensione, Gion è un seducente inganno allo scorrere del tempo e la geisha dal volto argenteo che ti sta passando accanto certo non ti aiuta a ristabilire il contatto con la realtà.


In hotel, distesa sul futon, osservo la luce della strada che attraversa lo shoji, il sottile pannello in carta di riso. Diffonde un bagliore di luna in tutta la stanza: “E’ come dormire in una lanterna” – penso un attimo prima che il sonno mi colga.
