Templi in Giappone: istruzioni per l’uso

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Namba Yasaka Shrine, Osaka
Quando i Kami incontrano Buddha: una storia di sincretismo religioso

Due sono le religioni più diffuse in Giappone: Shintoismo e Buddismo. Il primo è un culto ancestrale, legato alla natura e di probabile importazione cinese; non ha un fondatore né testi sacri e conta milioni di divinità, dette kami. Queste si manifestano nel cosmo nelle forme più disparate: come uomini (per lo più imperatori), ma anche animali, rocce, montagne, fenomeni atmosferici e così via. Il Buddismo approda invece in terra nipponica nel IV secolo a.C. e, ad oggi, conta diverse scuole – di cui la più nota è forse il buddismo zen – tutte accomunate da una ricerca spirituale volta al superamento della sofferenza terrena. Sviluppatisi parallelamente per secoli, i due credo hanno finito per sovrapporsi, tanto da dare vita al cosiddetto shinbutsu shugo, una sorta di ‘terza religione’ frutto del loro sincretismo. Sarà solo verso la fine del XIX secolo, con la restaurazione Meiji, che il governo cercherà formalmente di dividerli, seppure con scarsi risultati: ancora oggi, la maggior parte dei giapponesi si dichiara seguace di entrambi i culti. In questo post andremo in giro per templi insieme, cercando di capire attraverso usanze e rituali le differenze tra le due religioni.

Templi o santuari?
Sebbene presentino numerosi punti di contatto anche da un punto di vista architettonico, vi sono alcuni elementi che si possono considerare propri di un santuario shintoista (jinja) e altri di un tempio buddista (otera). I santuari shintoisti sono la dimora dei kami e, per tanto, il territorio su cui sorgono è considerato sacro. A marcare il confine con il profano ci pensa un torii, un portale enorme, ma snello e leggero. Una volta oltrepassato, si procede verso il santuario fisico, costituito da una sala principale ed eventuali ambienti collaterali. Un paio di guardiani siedono all’entrata: no, non sono persone in carne e ossa; sono per lo più leoni di pietra (komainu) o, nel caso dei santuari dedicati al Dio Inari, delle volpi (kitsune, di cui ti ho già parlato qui). Talvolta, il santuario fisico può anche non esserci: se ad esempio il kami è una roccia o un albero, questo verrà semplicemente ghermito da una corda di canapa e paglia di riso (shimenawa) dalla quale pendono, come nella foto qui sotto, strisce di carta piegate a forma di saette (shide). Altre volte ancora, il kami è talmente grande che la corda non riesce a cingerlo e, dunque, al torii non resta che incorniciarne la veduta: è il caso di spiagge, laghi o del monte Fuji (eh sì, è una divinità anche lui!). A questo proposito, emblematica è l’isola di Miyajima: oggi sede di più luoghi di culto, un tempo era considerata sacra nella sua totalità. Ecco perché il bel torii rosso che tutti conosciamo poggia le sue fondamenta nel mare!

Tra i santuari shintoisti più noti, mi vengono in mente il Meiji Jingu a Tokyo, immerso in un incredibile parco-foresta di 70 ettari; il Fushimi Inari di Kyoto con i suoi 5000 torii rossi e il Tōshō-gū di Nikko, dedicato al fondatore dell’ultimo shogunato del Giappone. Forse non celeberrimo ma decisamente scenografico è il Namba Yasaka Shrine di Osaka, che vedi nella foto di copertina: purtroppo la porta è chiusa, ma appena dietro al torii puoi intravedere la testa di un enorme leone, le cui fauci spalancate ingoieranno i tuoi peccati. Inoltre, anche se non ho avuto modo di visitarli personalmente, ti segnalo i santuari di Ise, i più sacri della nazione, e i vari sengen intitolati al monte Fuji in zona Kawaguchiko, come ad esempio l’Arakura.

Per quanto concerne gli otera, i templi buddisti, all’ingresso di norma non troviamo un torii, bensì un portale architettonico elaborato e imponente (sanmon). A fungere da guardiani ci pensano i Niō, due figure dall’aspetto antropomorfo, piuttosto minacciose! Agyō, rosso e feroce, ha le fauci aperte e articola idealmente il suono “a”, il primo che gli esseri umani emettono quando vengono al mondo. Ungyō, blu, ha la bocca serrata in un sibilo e sospira “hum”, il suono con cui l’uomo prende congedo dalla terra. Insieme, simboleggiano dunque vita e morte. Varcata la soglia, oltre al tempio principale dove siede la statua del Buddha, gli otera presentano varie altre strutture: pagode, giardini, templi minori e persino cimiteri. Alcuni luoghi di culto hanno poi annesso uno shukubo, una sorta di pensione gestita dai monaci, presso la quale soggiornare: durante il mio viaggio non avuto modo di provare questa esperienza, ma la prossima volta conto di farlo!

Tra i templi buddisti più celebri del Giappone, ci sono il Todai-ji di Nara, con il Buddha di bronzo più grande del mondo (15 metri per 300 tonnellate – qui sotto); il Senso-ji a Tokyo, nel quartiere Asakusa, uno dei luoghi di culto più antichi della nazione (nonchè uno dei miei posti del cuore: eccolo gremito di gente, in una giornata di pioggia); e numerosissimi altri templi di Kyoto, dal Kyomizudera al Padiglione d’Oro, dal Padiglione d’Argento al Kodai-ji.

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I rituali: come pregare in un tempio?
Trovo il buddismo e lo shintoismo due religioni splendide. I templi sono luoghi luminosi e aperti, spesso situati in mezzo al verde, sulle sponde di un lago, di fronte a una montagna. Ti spingono alla più totale comunione con la natura, infondendoti serenità e benessere. Nessuno è additato a peccatore, nessuno è in attesa di un giudizio universale. Nessuno ti vieta di avere altri dei, nè verrai cacciato perché non credente. Se vuoi entrare e indirizzare una preghiera silenziosa sei libero di farlo in ogni momento. Però, porta rispetto.

In un santuario shintoista, il rituale da seguire è piuttosto articolato, ma affatto complesso. Innanzitutto, è buona norma inchinarsi prima di oltrepassare il torii: stai entrando in un’area sacra. Dopodichè, probabilmente, ti si aprirà innanzi una sorta di viale (sandō, il sentiero dell’adoratore), che conduce al santuario; cerca di camminare ai lati, in quanto il passaggio centrale è riservato ai kami. Troverai poi una fonte d’acqua corrente (temizuya) dove dovrai purificarti prima di presentarti al cospetto della divinità. Con l’apposito mestolo in legno, sciacqua prima la mano sinistra, poi la destra e infine la bocca (senza bere ovviamente). Giunto all’altare, fai un’offerta – di solito 5 yen, la monetina portafortuna, quella col buco in mezzo – e gettala nell’apposita cassettina (saisenbako). Successivamente, tira il cordone che vedrai pendere da qualche parte accanto a te; suonerai così dei grossi campanelli che scacceranno i demoni. Inchinati ora due volte, batti due volte le mani per avvertire i kami del tuo arrivo ed esprimi infine la tua preghiera a mani giunte. Inchinati ancora una volta per congedarti.

Negli otera, il procedimento è molto più semplice: prima di rivolgerti a Buddha, puoi decidere se lasciare un’offerta o acquistare un bastoncino di incenso (osenko). Se propendi per quest’ultima opzione, accendilo (ma senza attingere dalla fiamma di un altro: attireresti i peccati del suo proprietario). Agita la bacchetta con la mano per spegnerla (evita di soffiare) e lasciala ardere nel grande bruciatore a disposizione del pubblico. Molti ritengono che l’incenso dei templi abbia un potere curativo; ecco perchè vedrai svariate persone dirigere il fumo verso di sè, in particolare verso le parti del corpo che desiderano sanare.

Infine, regole d’oro che dovrebbero valere per qualunque luogo sacro e qualunque religione, abbi cura di indossare un abbigliamento consono, di non schiamazzare e di evitare l’uso della macchina fotografica negli ambienti interni. I giapponesi sono un popolo molto compito e nessuno ti dirà nulla, ma un’occhiataccia di sdegno vale più di mille parole.

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Amuleti e oracoli
Un aspetto curioso che unisce shintoismo e buddismo è dato da una serie di oggetti che, seppur venduti in templi e santuari, rientrano in una sfera molto affine alla superstizione. Fortemente legato a tradizioni e credenze popolari, il giapponese cerca da sempre di propiziarsi la fortuna e lo fa attraverso amuleti, oracoli e particolari tipi di offerte. Qualche esempio?

# Gli Omikuji. Sono fogliettini di carta ripiegati su stessi al cui interno si trova nientemeno che un oracolo. Proprio così: a seconda del bigliettino che peschi – omikuji può infatti essere tradotto come ‘lotteria sacra’ – scoprirai cosa ha in serbo per te il destino. Dopo la solita offerta, puoi procedere all’estrazione: tuffa la mano in un contenitore in vetro o, se sei in un santuario più tradizionalista, agita un parallelepipedo e fanne uscire un bastoncino in bambù. Su di esso c’è stampato un numero a cui corrisponde un oracolo. Si va dal daikichi (大吉 grande benedizione) al daikyo (大凶 grande maledizione); tra gli estremi, figurano almeno altri otto livelli di fortuna. Numerosi templi offrono i propri omikuji in versione bilingue; se sono solo in giapponese, non disperare! Di certo troverai qualcuno pronto a tradurtelo (nel mio caso un vecchietto: good, mi ha detto. Poi ha pescato mio marito: biiiig fortune. You small, he big. But good. E fa pollice su). E se la sorte ti dice male? A questo punto si prende il foglietto e lo si lega a una rastrelliera o a un ramo di pino: invece di portartelo via, lo abbandonerai lì al tempio, sperando di ingannare la fortuna che, in questo modo, non ti seguirà (NB: a quanto ho capito, tutti gli omikuji con il kanji con la crocetta sono forieri di sfiga, dunque occhio!).

In alcune varianti, oltre all’oracolo, gli omikuji possono includere anche figurine in metallo che riproducono oggetti fortunati (io ho pescato una scopetta scacciaguai) o immagini di divinità come gli Shichikufujin (di cui ti avevo parlato sempre qui); altre volte, gli oracoli sono custoditi all’interno di statuette e simili (ad esempio, al Fushimi Inari è possibile acquistare piccole volpine in terracotta con un omikuji all’interno), e altre volte ancora non contengono alcuna predizione bensì estratti di testi religiosi o brevi poemi che si spera possano avere per te un significato particolare. Ne farai incetta, te lo dico – preoccupati dunque di avere sempre con te degli spiccioli!

# Gli Omamori. Questi piccoli talismani si presentano in forma di sacchettino colorato, generalmente in seta, decorato con un ideogramma, un ricamo e in alcuni (moderni) casi con personaggi kawaii come Hello Kitty o Cinnamonroll. Talvolta accompagnati da campanelle che producono un leggiadro tintinnio, tutti custodiscono al loro interno una preghiera, scritta su carta o legno. Attenzione però: non devi mai essere tentato a leggerla, altrimenti il suo potere si esaurirà. Molto specifici, ci sono omamori praticamente per qualunque ambito della vita: la scuola, la felicità, il lavoro, gli animali domestici, la sicurezza stradale, la salute, il successo, il parto e, naturalmente, il matrimonio (a proposito: ecco qui sotto una sposa shintoista!). Sottili, solitamente non più lunghi di un pollice, li puoi portare sempre con te, o meglio, per tutta la durata dell’anno in corso: allo scadere dell’anno, i talismani andrebbero infatti riportati al tempio (dove verrano poi bruciati) e tu, per perpetuare la tua protezione, dovrai acquistarne un altro. Ottimi anche come souvenir, di omamori ne ho presa una quantità industriale. Tutte le persone a cui voglio bene ne hanno ricevuto uno e, di riportarli indietro, non ci penso nemmeno.

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# Gli Ofuda. Di legno, metallo, pergamena o semplice carta, gli ofuda (“carte venerabili”) recano impresso in ideogrammi il nome di un kami o di un tempio. Piccoli o grandi, vengono chiusi in un omamori oppure appesi in casa: negli altari privati, sulla porta d’ingresso, in cucina. La loro funzione è quella di proteggere l’ambiente in cui sono inseriti e, per estensione, chi ci vive. Alcuni templi, come ad esempio il Kinkakuji di Kyoto, lo splendido Padiglione d’Oro, offrono un ofuda al posto del biglietto l’ingresso.

# Le Ema. Sono tavolette in legno su cui i fedeli scrivono le proprie preghiere, ma anche desideri o semplici ringraziamenti. Agganciate ad apposite rastrelliere e lasciate nel tempio affinchè le divinità possano leggerle, oltre alle più tradizionali (di forma pentagonale), oggi se ne trovano nelle forme più svariate: a Nara hanno la forma di cervo, a Mijayima quella del torii, altre quella di un Daruma e così via. Che fine fanno le ema? Durante precisi periodi dell’anno vengono raccolte e bruciate, in modo che il fumo innalzi al cielo la preghiera in caso non fosse ancora stata esaudita. Attirata dal malinconico rumore che producono quando il vento le accarezza e affascinata da quei desideri nudi, scritti in tutte le lingue, in ogni santuario trascorrevo davanti alle ema un buon quarto d’ora. Se alcune tavolette mi strappavano un sorriso – “quisiera dinero para tener mas viajes à Japon y para una casita” in quest’ordine (!) – altre mi riempivano gli occhi di lacrime: “I hope for an improvement of my mental health or for a swift and painless death” è quella che più mi ha straziata.

# I Sakadaru. E’ questo un modo di propiziarsi gli dei decisamente fuori dal comune. Non certo per tutti, mi piace comunque ricordarlo in questa sede. All’entrata di un tempio, potrebbe capitarti di vedere file di botti di sake accatastate, decorate con ideogrammi o raffinati dipinti paesaggistici. Sono vuote: il sake non può restare a lungo nel legno poiché ne assorbirebbe l’aroma ma, ciononostante, questi contenitori hanno un grande valore spirituale. Il perché è presto detto: da sempre si pensa che il sake abbia il dono di rendere felici le persone (proprio come il buon vino) e contribuisca dunque ad avvicinarle a uno stato di grazia, ossia alle divinità. Durante i matsuri (festival religiosi) i templi hanno bisogno di diverse quantità di sake e sono quindi proprio i produttori del ‘vino di riso’ a farne loro dono, ingraziandosi così gli dei. Nota curiosa: all’ingresso del Meiji Jingu di Tokyo, oltre ai barili di sake, troverai anche delle botti di Borgogna! Il periodo Meiji ha infatti segnato per il Giappone l’apertura all’Occidente e la Francia non ha perso tempo, omaggiando il Paese con uno dei suoi prodotti di punta. Chissà se Buddha e i kami hanno apprezzato!

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A questo punto, possiamo lasciare il tempio: non ci resta che ripercorrere il sandō e, all’uscita, fare un ultimo inchino davanti al torii in direzione della principale sala di culto.

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