24 ore a Osaka (e attenzione alla pronuncia!)

osaka in un giorno
Un intenso itinerario tra luci, street food e atmosfere retrò

Prima capitale del Giappone e oggi terza città per numero di abitanti, Osaka è una metropoli abbagliante e caotica. Di giorno lavora sodo – si trova in uno dei distretti industriali e portuali più fiorenti del Paese – ma di notte, si scatena: i quartieri dedicati alla nightlife, con le loro scintillanti insegne dal gusto retrò, trovano rivali solo a Tokyo. Ottima base per numerose escursioni, Osaka è vicinissima a uno dei maggiori aeroporti della nazione, quello del Kansai (KIX), ed è per questo che tanti turisti – me compresa – tendono a relegarla alla fine del proprio viaggio, negandole l’attenzione che merita. 24ore sono infatti pochine per godersi la città, ma cercheremo di sfruttarle al meglio.

Ah, prima di cominciare, ancora una cosa: la pronuncia. Molto probabilmente, hai sempre letto il nome di questa città in modo affine al verbo ‘osare’, giusto? L’intonazione giapponese è invece completamente diversa: la O è infatti molto lunga e, di conseguenza, accentata. Invece di Osàka, la pronuncia corretta suona più o meno così: Òoooosaka! La trovo buffissima, anzi: super kawaii! 

figure folklore giapponese

Mattino: Osaka-jo Koen e Shinsaibashi
La nostra giornata inizia di buon’ora in uno dei principali edifici storici del Giappone: il castello di Osaka, uno splendido maniero cinquecentesco. Alto cinque piani, decorato con foglia d’oro, i tetti spioventi, i fossati a proteggerlo… da un momento all’altro ci si aspetta di vederne uscire un rōnin o una principessa in abiti feudali! Contribuisce a quest’aura di fascino anche la sua ubicazione: il palazzo non solo è circondato da un’oasi verde di oltre 100 ettari, ma sorge su di un altopiano che lo innalza rispetto al resto della città. Se in passato  questa scelta era stata fatta per ovvi motivi strategici, oggi si rivela di grande impatto scenografico.

Passare di qui in primavera è un ulteriore bonus: durante l’hanami fioriscono oltre 4000 ciliegi e il parco diventa un pullulare di bancarelle di street food e picnic all’ombra dei sakura. Per godere di quest’atmosfera, sacrifichiamo la visita all’interno del castello, ma sappi che è comunque un’opzione disponibile.

Proseguiamo ora verso una tappa di tutt’altro genere: il quartiere di Shinsaibashi. Non è il mio preferito e uno stop te lo consiglio solo se, dopo settimane in Giappone, non hai ancora esaurito la tua voglia di shopping (!). Lo Shinsaibashi Parco (che non è un’area verde ma un enorme centro commerciale) è il posto giusto in cui dar fondo ai tuoi ultimi yen, specie se sei fan di anime e cultura J-Pop. Al suo interno, ti segnalo in particolare il sesto piano, dove troverai shop a tema dedicati a Godzilla, Ultraman e allo Studio Ghibli (adoro!).

Pranzo: Kuromon Ichiba
Soprannominata Tenka no Daidokoro, ossia la cucina della nazione, Osaka è da molti considerata la capitale culinaria del Giappone. Tantissimi gli stellati Michelin, ottimo lo street food: non si contano gli stand che friggono, grigliano e cuociono a ogni angolo di strada. Per pranzo, visitiamo il mercato coperto di Kuromon Ichiba, dove oltre 170 bancarelle offrono gli assaggi più diversi: manzo di Kobe, fragole laccate, anguille arrosto, soba, pregiati tagli di o-toro, dolcini ripieni di azuki… Se non sai cosa scegliere, vai sul sicuro: sono almeno tre i piatti che, sebbene diffusi in tutta la nazione, si dice siano originari di Osaka. Eccoli qui:

# Kushikatsu: è uno spiedino di carne (solitamente pollo o maiale), frutti di mare o verdure, coperto da una spessa panatura di panko (pangrattato giapponese) e poi fritto a doratura. La parte più goduriosa è la salsa in cui va intinto: la tonkatsu sauce si potrebbe paragonare a una Worcester con un tocco di ketchup. Oltre ai kushikatsu più classici, esistono anche versioni da dessert che infilzano tocchetti di banana, palline di gelato o mochi, morbidi dolcetti di riso glutinoso.

# Okonomiyaki: letteralmente significa ‘tutto ciò che vuoi alla griglia”, ed è esattamente questo. Dimentica le traduzioni fuorvianti che trovi sul web – pancake, omelette o addirittura ‘pizza giapponese’ – l’okonomiyaki non è che un mix di listarelle di cavolo, uova, farina, patate, carne, pesce, formaggio (insomma davvero di tutto), compattato e appiattito su piastra e poi condito con salse, maionese e polvere d’alga. Due sono le città che se ne contendono i natali: Hiroshima e Osaka. Le ricette variano leggermente: nella versione di Osaka tutti gli ingredienti vengono uniti nella pastella, mentre in quella di Hiroshima vanno ad aggiungersi uno sopra l’altro direttamente sulla griglia e, spesso, prevedono l’aggiunta di noodle. Sebbene a Hiroshima mi sia imbattuta in un okonomiyaki spaziale con tanto di ripieno di ostriche, il più buono l’ho però mangiato a Kyoto. Sorry Osaka!

# Takoyaki: sono polpettine di pastella, polpo, cipollotto e zenzero. Vanno cotte in uno strumento apposito, una sorta di piastra in ghisa dotata di semisfere, che darà loro la caratteristica forma tonda (eccola in foto qui sotto). La preparazione richiede una certa manualità: appena cominciano a formare la crosticina da un lato, vanno rapidamente capovolte con le bacchette per evitare che si brucino. Presenti a ogni festival che si rispetti, i takoyaki vengono serviti in porzioni da 6-8 palline e conditi con maionese e katsuobushi (fiocchi di tonnetto essiccati che, per effetto del calore, prenderanno vita accartocciandosi su se stessi). Sono il mio street food preferito e quello più odiato da mio marito e non certo per via del gusto: la temperatura interna dei takoyaki è praticamente pari a quella del magma terrestre e, dunque, mangiarli senza ustionarsi è impossibile (no, non attenderai MAI che si freddino).

Pomeriggio: Shinsekai e Namba Yasaka Shrine
Shinsekai è un quartiere dalla storia interessantissima. Il suo nome significa ‘mondo nuovo’ ma, se sei un nostalgico, è il posto giusto per te. Ti spiego: questo distretto è stato progettato all’inizio del secolo scorso, subito dopo che Osaka ospitò, nel 1903, la National Industrial Exhibition (una sorta di Expo). L’idea era di costruire una città del futuro, estremamente all’avanguardia rispetto agli standard del tempo; a fungere da modello, ambientazioni quali Parigi e Coney Island (NY). Architetti e ingegneri riuscirono nell’impresa: con quelle insegne gigantesche e quell’atmosfera gioiosa, trasognata, Shinsekai era davvero quanto di più incredibile ci si potesse aspettare per l’epoca. Venne persino costruita una torre, la Tsutenkaku Tower che, con i suoi 64 metri, era nel 1912 il secondo edificio più alto d’Asia.

Col passare degli anni però il quartiere subì una lenta decadenza e il secondo conflitto mondiale gli diede il colpo di grazia. Da scintillante città del futuro, Shinsekai divenne un’area povera, malfamata: negli anni ’50 nessuno si prese più la briga di restituirle il lustro perduto e venne così adibita a quartiere operaio, frequentato dai manovali che, poco alla volta, ricostruivano Osaka dopo i bombardamenti.

Da allora Shinsekai si conserva praticamente intatta e, oggi, somiglia a uno di quei deliziosi luna park dalle atmosfere vintage. C’è ancora la Tsutenkaku Tower (appena più alta), e ci sono numerosi ristoranti di fugu, il temibile pesce palla, mortale se mal sezionato. L’arredo urbano è palesemente fuori moda ma è proprio la nota malinconica delle sue insegne a rendere il quartiere così affascinante: sicuramente, è il primo posto in cui tornerei se dovessi ricapitare in città.

osaka in un giorno

La nostra prossima tappa è il Namba Yasaka Shrine, di cui ti avevo già parlato brevemente qui. Si tratta di un santuario shintoista noto soprattutto per la Shishiden, una sala di preghiera sormontata da una gigantesca testa di leone (12 metri di altezza per 11 di larghezza). Si dice che le sue fauci spalancate abbiano il potere di inghiottire – e dunque dissipare – i peccati di chiunque abbia il coraggio di venire qui a pregare. Durante i festival, la Shishiden si trasforma in palcoscenico e viene utilizzata per danze rituali e rappresentazioni di iaidō, un’arte marziale incentrata sull’arte dell’estrazione della spada.

Purtroppo, sono arrivata al santuario troppo tardi e ho trovato le porte chiuse: come vedi però, la testa del leone è talmente grande che i suoi occhi fiammeggianti spuntano anche dietro al torii d’ingresso!

Mentre il sole annega in un tramonto arancione, ci avviamo verso il quartiere di Dōtonbori, dove questa intensa giornata si concluderà. Prima, però, ancora una sosta veloce a Hozenji yococho, un vicolo pittoresco che ospita l’omonimo tempio intitolato a Mizukake Fudo, kami (divinità) della rabbia. Si dice che spruzzare un po’ d’acqua sulla statua porti fortuna e, dato che la scultura è interamente rivestita di muschio, direi che sono in tantissimi a crederci.

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Sera: Dōtonbori
Pochi passi ed eccoci finalmente a Dōtonbori, fulcro della vita notturna di Osaka. Lungo le sponde e sui ponti che attraversano il Dōton, il canale che scivola nel cuore del quartiere, si raccoglie una quantità impressionante di gente: turisti e giovani del posto, spesso abbigliati secondo la ultime, pazze tendenze in fatto di street fashion.

Illuminato praticamente a giorno, Dōtonbori splende delle luci di centinaia di insegne, una più grande e stravagante dell’altra. Il granchio meccanico dei ristoranti Kani Dōraku si staglia su di un palazzo mentre un vivace polpo rosso allunga i suoi tentacoli su di un altro; schermi psichedelici mandano flash pubblicitari a rotazione, altri trasmettono le esibizioni dei gruppi pop più in voga. Il Glico Man, simbolo del quartiere oltre che dell’azienda dolciaria Glico (la produttrice dei Mikado), corre a braccia levate: installata nel 1935, è una delle insegne più amate della zona, tant’è che scattarsi una foto ‘insieme’ a lui, posando con le braccia al cielo, è praticamente d’obbligo. E ancora, il buon Ebisu, una delle Sette Divinità della Fortuna, ridacchia abbracciando Donpen, il pinguino blu mascotte di una delle principali catene di discount store del Paese, il Don Quijote (o Donki). Brilla all’interno dell’ovale di una ruota panoramica che, dall’alto dei suoi 77metri, ti promette una visuale privilegiata su Dōtonbori (niente di adrenalinico, non preoccuparti!).

Come a Tokyo, il contesto è inverosimile: totalmente in balia delle luci, della gente, dei suoni, delle voci, ho l’impressione che il mondo reale si fonda con uno virtuale, quello di un videogame o di un anime ambientato nel futuro. Il Giappone è anche questo, ed è uno dei lati che amo di più.

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Non ti resta ora che concludere la giornata cercando un localino in cui cenare: a Dōtonbori avrai sicuramente l’imbarazzo della scelta. Buona serata!

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