Miyajima, l’isola più sacra del Giappone

L'O-torii che sembra fluttuare sulle acque è uno dei Nihon Senkei, le tre vedute più belle della nazione

C’è un’isola in Giappone in cui è proibito nascere e morire. E’ un luogo puro, mistico, spesso avvolto da una foschia generata – si dice – da tre divinità femminili, dee del mare e della tempesta. Per il credo shintoista è un suolo sacro e dunque, al pari di un santuario, per accedervi è necessario attraversare un portale d’ingresso. A differenza di un tempo, quando le navi si spingevano tra i suoi pilastri, oggi tale passaggio è soltanto ideale ma non per questo meno affascinante: il torii rosso di Miyajima, impressionante struttura che sembra fluttuare sulle acque, è uno dei tre panorami più belli del Giappone.

Il Mare Interno di Seto e Hayashi Gahō
Miyajima è un’isoletta del Mare Interno di Seto (Setonaikai), un braccio d’oceano stretto tra le isole di Honshu e Shikoku. Punteggiato da circa 300 terre emerse – alcune delle quali piuttosto note, come Naoshima, Inujima e Teshima – e progressivamente abbandonato a favore delle città, questo paesaggio si identifica oggi con un Giappone remoto e un po’ malinconico.

Ne restò affascinato anche il filosofo confuciano Hayashi Gahō che, nel XVII secolo, percorse a piedi la nazione e inserì Miyajima e il suo torii tra le tre vedute più belle del Paese (Nihon Sankei), insieme alla Baia di Matsushima e al lungo banco sabbioso di Amanoshidate.

Piccola nota: sulle guide, spesso ci si riferisce a Miyajima come ‘Itsukushima’. Sono due nomi diversi che indicano però lo stesso luogo: il primo significa ‘isola del santuario’; il secondo, più antico, ‘isola degli dei’. Tale sacralità preclude l’accesso e la permanenza sull’isola alle donne prossime al parto e ai malati terminali che, se residenti, ne vengono ahimè allontanati.

Itsukushima-jinja e il torii galleggiante
La storia di Miyajima affonda le radici nel mito. Amaterasu, dea del sole ritenuta tutt’ora progenitrice della famiglia imperiale, aveva un fratello scomodo: Susanoo, un kami (divinità) irrequieto e violento che, per le sue gesta sprezzanti, venne esiliato sulla Terra. Prima di abbandonare per sempre il Cielo, il dio consegnò la propria spada alla sorella che, spezzandola in tre parti, gli diede così tre figlie: Ichikishima-hime, Tagitsu-hime e Tagori-hime, altrimenti note come le tre dee Munakata.

E’ proprio a loro che è dedicato il principale santuario dell’isola. Edificato nel 593, distrutto e ricostruito più volte, l’Itsukushima-jinja si affaccia sul mare ed è la casa di quelle fanciulle che, delle acque e di chi le solca, sono le protettrici.

Il suo torii è ancorato al fondale: alto 16 metri e largo 24, funge da ingresso non solo al santuario in sè ma all’isola tutta; ecco perchè è stato costruito in acqua. Laccato di rosso vermiglio, tinta beneaugurante per tenere a bada gli spiriti maligni, il torii di Miyajima gioca con le onde: se durante l’alta marea dà l’impressione di galleggiare, il ritirarsi delle acque ne svela il segreto e una vasta distesa di sabbia consente di raggiungere a piedi le sue fondamenta (o quasi!). Io ho camminato sulla baia in notturna ed è uno dei ricordi più belli che ho del mio primo viaggio in Giappone.

Anche il santuario di Itsukushima è costruito in egual modo e poggia su di sistema di palafitte. Si tratta di un’ampia struttura tutta stanze e corridoi al cui interno non c’è nulla di particolare da vedere ma… molto da osservare, chiamando a raccolta tutti i sensi. Ascolta il secco battito di mani con cui i fedeli avvertono gli dei della loro presenza, inspira il profumo del mare che schiuma sotto al pavimento, accarezza i pilastri lucidi e perfetti che si allineano uno dopo l’altro, segui con lo sguardo i monaci impegnati nelle loro attività quotidiane.

miyajima escursioni

I monaci e l’arte della pulizia
Preghiera, meditazione e non solo: al mattino, i religiosi sono alle prese con la pulizia del tempio e no, non è una mera faccenda domestica. “Sin dai tempi antichi i giapponesi hanno considerato le pulizie qualcosa di più che una semplice e rozza mansione. In Giappone, nelle scuole elementari e medie, sono gli scolari a occuparsi della pulizia dei locali, cosa che, all’estero, non accade assolutamente” – scrive Keisuke (Shoukei) Matsumoto, bonzo del tempio Komyoji di Tokyo, nel suo Manuale di pulizie di un monaco buddhista. “Ciò si verifica perché nel nostro paese fare le pulizie è un concetto che non si riferisce semplicemente a togliere lo sporco dalle superfici, ma è in stretta relazione con lo spazzar via le nubi che oscurano la nostra anima”.

Secondo le religioni orientali, il tempio – così come casa propria – è lo specchio del proprio essere e prendersene cura nel modo migliore è un gesto di amore e rispetto non solo verso sè stessi ma anche verso gli ospiti. La devozione, la scrupolosità con cui un monaco tira a lucido un pavimento o cura un giardino sono esemplari: la pulizia è purezza e la purezza è una delle massime virtù a cui si possa aspirare.

Oltre agli hakama turchesi dei monaci, nel santuario ti capiterà di veder volteggiare anche larghi pantaloni rossi: a indossarli sono le miko. Quelle che un tempo erano le ‘vergini dell’altare’ oggi sono giovani donne per lo più volontarie o lavoratrici part-time, responsabili delle mansioni più diverse: vendono omamori ed ema, assistono i sacerdoti nelle funzioni, eseguono canti e danze rituali e, ovviamente, non sono esenti dalle pulizie. Qualche miko famosa? Rea, la Sailor Mars del manga/anime Sailor Moon (tutti lo conosciamo!) e Mitsuha, protagonista del fortunatissimo Your Name di Makoto Shinkai (ancora non so decidere se ho amato di più il libro o il film…).

La Gojunoto pagoda e il suo riflesso
Nelle immediate vicinanze dell’Itsukushima-jinja si trova la Gojunoto pagoda, un’impressionante costruzione scarlatta che, con i suoi 5 piani, raggiunge quasi trenta metri di altezza. In piedi dal 1400, l’edificio è incredibilmente riuscito a sopravvivere a incendi e terremoti, segno che, evidentemente, il colore rosso è davvero di buon auspicio!

Di questa pagoda ho un ricordo molto particolare, del quale ti avevo già parlato qui: siamo approdati a Miyajima sul finire di una giornata di pioggia scrosciante che ci ha dato tregua solo nel dopo cena. Privi di stelle ma finalmente all’asciutto, ci avviamo verso la baia per poi salire alla Gojunoto, che troviamo illuminata tra i fiori di ciliegio ancora gocciolanti. Voltandomi casualmente, resto di sasso: la fitta coltre di nubi che ancora non si era diradata aveva steso un drappo in cielo e, su di esso, si stagliava una seconda pagoda fatta d’ombra, le fondamenta poggiate su di una nuvola. Pura magia.

Il Monte Misen e i suoi cervi
Troppo spesso associata unicamente al suo torii, Miyajima è in realtà una meta di tutto rispetto per chi ama camminare in mezzo alla natura. Le possibilità di trekking sono numerose, a cominciare dal Monte Misen, la montagna più alta dell’isola che, ricoperta da una foresta vergine, si innalza a poco più di 500metri sul livello del mare. Alla sommità puoi arrivarci a piedi o in funicolare: da lassù godrai di una vista magnifica sul Mare Interno di Seto.

Meno impegnativa è invece una passeggiata nel Momijidani, un grande parco piantato ad aceri e non solo. Sebbene il periodo migliore per ammirarlo sia l’autunno – durante il kōyō (foliage), quando gli alberi si accendono di rosso – ho però il sospetto che sia un luogo eccezionale in qualunque momento dell’anno. Io ci sono stata in primavera durante la fioritura dei ciliegi e certo non mi lamento!

Ah, sappi che in giro per l’isola ci sono circa 500 cervi in libertà. Non sono assolutamente molesti ma vanno osservati a distanza; non tentare di attirarli a te con biscotti o altre cibarie perchè tanto, a differenza dei più famosi esemplari di Nara, vicino a Kyoto, non ti faranno alcun inchino.

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Buddha e il tempio di Daisho-in
Se hai intenzione di salire al Monte Misen, incontrerai lungo il cammino diversi templi, il più spettacolare dei quali è senza dubbio il Daisho-in. A differenza del santuario di Itsukushima, qui da vedere c’è tantissimo: io sono rimasta al suo interno oltre due ore! Daisho-in è il più antico tempio dell’isola ed è consacrato alla corrente buddhista Shingon, iniziata dal monaco Kobo Daishi, figura alquanto celebre in Giappone.

Il tempio è strutturato in varie aree, molto diverse l’una dall’altra: c’è un santuario dedicato agli Shichifukujin, le sette divinità della fortuna di cui ti avevo parlato qui; una grotta illuminata da centinaia di lanterne, la Henjyokutsu Cave, in cui risuonano continuamente i sacri mantra; c’è un sentiero costeggiato da 500 diverse statue di rakan (i fedeli buddisti) ciascuno con il proprio copricapo rosso cucito all’unicinetto; ci sono buffi jizo in pietra che giocano a go, un grosso Buddha sdraiato con centinaia di statuine che lo attorniano e decine di altre icone: daruma, tanuki, effigi di monaci e così via. Offri loro 5 yen, la moneta portafortuna, scrivi le tue preghiere su di un’ema, o scopri cos’ha in serbo per te la sorte con un omikuji: è il posto giusto per farlo,

Omotesando e street food
Anche l’isola sacra ha un suo lato “profano”. E’ lungo la bella Omotesando, la via che collega il porto con la zona dei templi, che ci si può abbandonare ai piaceri, dello shopping e della tavola! In Giappone si mangia benissimo ovunque e ogni città o distretto sembra avere le sue specialità. Qui a Miyajima vanno alla grande due doni del mare: l’anago (il grongo, una sorta di murena), solitamente grigliato e servito insieme a un onigiri o una ciotola di riso; e le kaki, ossia le ostriche, molto più grandi (ed economiche!) rispetto alle cugine italiane o francesi. Non aspettarti però di mangiarle fresche con il solito goccio di limone: qui si consumano bollite, grigliate oppure fritte e sono un ottimo street food.

Le creature viscidelle non fanno per te? Passa allora direttamente al dolce e assaggia i momiji manju, biscotti a forma di foglie d’acero (momiji) ripieni della classica confettura di azuki (fagioli rossi), ma anche di crema o cioccolato. Ne esistono due versioni: una cotta in forno e morbidina, perfetta anche come souvenir, e un’altra deep-fried, da consumare subito per goderne la croccantezza.

Info utili
# L’isola di Miyajima si trova a circa quindici minuti di traghetto da Hiroshima; il porto è a pochi passi dalla stazione Miyajimaguchi. Le corse sono molto frequenti (circa quattro ogni ora) e due sono le compagnie che effettuano la traversata: la JR West (inclusa nel Japan Rail Pass) e la Miyajima Matsudai Kisen.

# Poiché estremamente facile da raggiungere, in molti scelgono di visitare Miyajima in giornata: un’assurdità! Trascorrere sull’isola almeno una notte (ma anche due o tre) ti consente non solo di viverla al meglio, ma di ovviare a due spiacevoli inconvenienti: 1) il maltempo. Le piogge non sono infrequenti in Giappone e, non giriamoci intorno, visitare Miyajima con la pioggia… no, non è affascinante nè drammatico, è solo una gran seccatura; 2) la folla. Proprio perché considerata una destinazione mordi e fuggi, durante le ore centrali del giorno l’isola è invasa da orde di turisti che, inutile dirlo, tolgono al luogo molta della sua poesia. Verso sera e, soprattutto la notte, potrai invece goderti un paesaggio semideserto.

# Un luogo tanto iconico è la cornice perfetta per vivere un’esperienza quanto più giapponese possibile: alloggia dunque in un ryokan e prenota una cena kaiseki, magari con un menù a base di ostriche come abbiamo fatto noi. Durante il giorno, se non ami scarpinare per i boschi o se il tempo non è dei migliori, puoi invece prendere parte a una cerimonia del the, a una lezione di calligrafia o cimentarti con l’ikebana.

 

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