Prima di diventare puro diletto, il viaggio era per l’uomo un’esigenza: si viaggiava per procacciare cibo, per arricchirsi, per ampliare i confini di un regno o, addirittura, per espiare i propri peccati. Quali che fossero i motivi, sono però pronta a scommettere che tanto il mozzo di una galea in rotta sul Mediterraneo quanto un anziano contadino in marcia sulle Ande facevano la stessa cosa: invocavano la protezione del proprio Dio.
Cristianesimo: San Cristoforo e San Giacomo il Maggiore
L’agiografia cristiana identifica in San Cristoforo il protettore dei viaggiatori e lo raffigura nell’atto di guadare un fiume con un bimbo sulle spalle. Narra infatti la leggenda che, un giorno, un bambino chiese al santo il favore di traghettarlo sull’altra riva. Leggero com’era, Cristoforo pensò semplicemente di caricarselo sulle spalle ma, al procedere, il bambino si faceva sempre più pesante. Solo una volta giunti all’altra sponda il piccolo si rivelò: “Sono Gesù Cristo”, disse. “Insieme a me, ti sei accollato tutto il peso del mondo”.
Di San Cristoforo, ho un colorato souvenir: un retablo acquistato a Santa Fé, in New Mexico. Retaggi dell’epoca coloniale, i retablos sono tavolette in legno dipinte a mano di varie dimensioni, che recano da un lato l’immagine di un santo e dall’altro la preghiera a lui dedicata. Nell’invocazione, oltre alla richiesta di protezione, c’è una frase molto bella che rappresenta un po’ lo scopo di ogni mio girovagare: May I find benefit to my body and soul.
Insieme a San Cristoforo, l’altro protettore dei viandanti, in particolar modo dei pellegrini, è uno dei 12 apostoli: San Giacomo il Maggiore, noto al mondo come Santiago. Proprio quel Santiago: del famoso cammino ho percorso l’ultimo tratto, quello galiziano, ed è un’esperienza che occupa nel mio cuore un posto speciale. Il momento più emozionante è forse stato quello qui di seguito: l’arrivo al Monte do Gozo, quando Santiago, finalmente, cominci a vederla, anche se solo da lontano. Questi due viandanti di bronzo ti viene proprio da abbracciarli!

Mitologia norrena: Frigg e Meili
Tra gli Asi scandinavi, divinità della mitologia nordica, due in particolare sembrano essere associati al tema del viaggio: Frigg e Meili, rispettivamente la moglie e il figlio di Odino. La prima era dotata di uno speciale mantello di piume di falco che, indossato durante i suoi spostamenti, era in grado di farla volare oltre che di proteggerla. Meili, figlio non di Frigg ma di Jörd, amante di Odino nonchè madre del noto Thor, è invece rappresentato con un bordone, un pesante bastone da pellegrino: il suo nome si potrebbe tradurre come ‘macina miglia’.
Induismo: Ganesh
Divinità amatissima dell’affollato pantheon induista, Ganesh è figlio di Shiva e Parvati. Inconfondibile la sua testa di elefante dalla zanna spezzata e, altrettanto riconoscibile, la sua cavalcatura: se altri dei hindu sono provvisti di tigri, tori o leoni, a lui è invece toccato… un topolino! Affabile, saggio e appassionato di dolci (in una delle sue quattro mani regge infatti il laddu, un pasticcino a base di ghee e zucchero di cui faccio sempre incetta presso l’Etihad lounge ogni volta che, da Abu Dhabi, torno in Italia), Ganesh è il dio dei nuovi inizi, del superamento degli ostacoli e, per l’appunto, del viaggio. La sua effige figura sempre sui cruscotti di camion e automobili: anche Ram, il nostro autista in Rajasthan, era solito rivolgergli una preghiera prima di mettersi al volante (e, considerata la peculiare viabilità indiana, è facile intuirne il perchè).
Rendere omaggio a Ganesh prima di partire o di intraprendere un nuovo progetto è dunque di buon auspicio, soprattutto se lo si fa il martedì, giorno a lui sacro. Nota del tutto personale: il chaturthi, ossia il periodo dedicato ai festeggiamenti per celebrare l’arrivo di Ganesh sulla terra, ha spesso luogo nel giorno del mio compleanno.

L’Animismo di aborigeni australiani e nativi americani
Molto, moltissimo tempo prima di essere ‘conquistate’ dall’uomo bianco, tribù ai capi opposti del mondo affondavano nel viaggio le radici della propria esistenza. In Australia era il Tempo del Sogno (dreamtime), ed è viaggiando in lungo e in largo per il mondo che gli Antenati – esseri dalle sembianze antropomorfe – hanno creato la Terra e i suoi popoli. Una volta terminata l’opera, essi si sono poi tramutati in rocce, monti, alberi e fiumi all’interno dei quali il loro spirito continua a vivere: questa attribuzione del divino a luoghi e oggetti, verrà etichettata per la prima volta sul finire del 1800 da un antropologo inglese e prenderà il nome di animismo. Il mio soggiorno nell’Outback australiano è stato breve, ma ricordo con grande emozione Uluru e i tanti luoghi sacri sparsi su quella che ho definito la mia Via dei Canti.
In un altro emisfero, accadeva qualcosa di simile. Nelle Grandi Pianure americane, numerose tribù native ascrivevano poteri misteriosi a vari elementi naturali: la Stella del Mattino, la Pioggia, alcune piante, ma anche oggetti come i totem e animali quali il bufalo, il corvo e il coyote. Centrale nell’animismo americano era la ciclicità della natura: una delle leggende più note racconta di come il Sole, uscito una volta a caccia, restò fuori così a lungo che la Luna, allarmata, andò a cercarlo, viaggiando circa tre settimane prima di trovarlo. Da allora non ha più smesso e, ogni venti giorni, la Luna riprende il suo peregrinare.
Affascinantissime, le tribù indigene di Australia e Stati Uniti, condividono inoltre riti iniziatici il cui fulcro è proprio il viaggio: se da un lato gli aborigeni partivano fisicamente per il walkabout, settimane in solitaria nel deserto per provare alla comunità il proprio valore, i nativi americani prendevano parte a cerimonie che spesso portavano a stati di trance, in cui a partire non era il corpo bensì lo spirito.
Mitologia greca/romana: Hermes/Mercurio e Poseidone/Nettuno
Era ovviamente il messaggero degli dei, il protettore dei viaggiatori. Dotato di elmetto e sandali alati, Hermes era l’unica divinità in grado di muoversi velocemente tra il mondo mortale e quello divino. Curiosamente, forse proprio per la sua rapidità, è anche il patrono dei ladri che, si sa, devono essere ben lesti!
Poichè all’epoca i viaggi erano soprattutto via mare, era anche buona norma cercare di ingraziarsi l’indiscussa divinità delle acque: Poseidone (Nettuno nell’antica Roma). Ulisse ne sa qualcosa: è proprio per aver accecato Polifemo e scatenato dunque l’ira del dio suo padre, che il re di Itaca rimase in balia delle correnti per ben dieci anni.
…e pensare che per scongiurare i pericoli della navigazione, i pescatori maltesi non facevano altro che disegnare due occhietti sulla prua dei loro luzzi!

Civiltà precolombiane: Yacatecuhtli, Xaman Ek e Inti Illapa
Rimaste isolate dal vecchio mondo per lunghissimo tempo, le civiltà precolombiane hanno sviluppato credenze basate su cosmologie complicate, di certo tra le più interessanti della storia. L’energia che emanano luoghi come Machu Picchu in Perù o il meno noto Tiwanaku in Bolivia è palpabile ancora oggi. Incentrata sul culto del Dio Sole, Inti, e della Dea Madre, Pachamama, la religione inca riconosceva in Inti Illapa, il Tuono, il dio viaggiatore. Egli si spostava infatti in lungo e in largo nella volta celeste e suo era il compito di attingere l’acqua da versare sulla terra, ossia di scatenare piogge e tempeste.
Per quanto riguarda le popolazioni mesoamericane, tra le divinità protettrici dei viaggiatori abbiamo invece Yacatecuhtli, azteco, raffigurato con un fastello di bastoni da passeggio, e Xaman Ek, maya, dio dei mercanti e delle direzioni.
Mitologia del Pacifico: Kanaloa
Selvagge e remote, le antiche tribù del Pacifico seguivano un culto politeista e fortemente legato alla natura, in particolare al mare. Leggende hawaiane e polinesiane parlano di un dio in particolare, Kanaloa, figura dalle proprietà taumaturgiche, spesso invocata prima di affrontare lunghi viaggi. Dio del mare, Kanaloa era in grado di assumere diverse sembianze (kinolau): piovre, delfini, balene o persino l’oceano nella sua interezza. Oggi, una stella marina porta il suo nome.
Shintoismo: Jizo e Bujikaeru
Divinità di origine buddista, i Jizo sono tecnicamente dei bodhisattva, coloro che, pur avendo raggiunto l’Illuminazione e dunque la possibilità di uscire dal ciclo delle reincarnazioni, decidono di rinunciare al Nirvana per restare sulla terra ad aiutare altri esseri umani. In Giappone, vengono raffigurati come sorridenti monaci di pietra; sono figure amiche e dolcissime, solitamente ‘vestiti’ con un berretto rosso fatto all’uncinetto e una sorta di bavaglino dello stesso colore (ma non sempre: quelli qui sotto sono bianchi ad esempio!). Sono i protettori dei viaggiatori e, anticamente, venivano posti a segnalare bivi o crocicchi; li trovi sparsi per tutta la nazione e, se ne incontri uno, lascia cadere nelle sue mani un’offerta di qualche yen come buon augurio.
Oltre ai jizo, a portare fortuna sono anche i bujikaeru, piccole ranocchie verdi, in plastica o peluche che vengono in genere regalate a chi si accinge a partire. In giapponese, la parola kaeru significa infatti non soltanto ‘rana’ ma anche ‘fiorire’ e ‘tornare’, accezioni che alludono dunque a un viaggio proficuo e a un felice rincasare.

Antico Egitto: Khonsu
Anche ai tempi delle Piramidi c’era un dio con la valigia: Khonsu. Rappresentato come un uomo dalla testa di falco sormontata dal disco lunare, è associato al trascorrere del tempo, alla guarigione e alla virilità. Il suo nome significa ‘colui che attraversa il cielo’ o, secondo altre fonti, semplicemente ‘il viaggiatore’. Di lui e di altri dei ti parlerò non appena tornerò dal Cairo, dove mi trovo ora.
Quale di queste divinità ti affascina di più?
