New Delhi, un viaggio (anche) tra le religioni

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Qutb Minar, Nuova Delhi
Un itinerario nella capitale alla scoperta di cinque fedi minori e altrettanti luoghi di culto

Con quasi 30 milioni di abitanti, New Delhi è una delle città più popolose al mondo, un mosaico da capogiro composto da centinaia di tessere: tanti sono i dialetti, le culture e le religioni che colorano la capitale.

Guardando al solo lato spirituale, se la maggioranza dei fedeli è induista, non mancano minoranze più o meno consistenti di musulmani, cristiani, buddisti, ebrei, testimoni di Geova, sikh e persino piccoli, interessanti credo religiosi quali il jainismo, lo zoroastrismo e il bahá’í. Rappresentato da altrettanti luoghi di culto, quello di oggi sarà un viaggio attraverso cinque fedi minori di Delhi e dell’India, che prende il via da un giro in rickshaw nell’affollatissimo Chandni Chowk, cuore della Vecchia Delhi.

Islamismo: Jama Masjid (e Qutb Minar)
Quando si pensa all’India, di solito vengono in mente divinità a più braccia, le pire infuocate di Varanasi o il volto impassibile del Buddha. Eppure, anche la radice islamica è alquanto marcata: iniziato nel 1200, il dominio musulmano si protrasse fino all’occupazione britannica del 1858; poco meno di un secolo dopo, quando l’India ottenne l’indipendenza, i seguaci di Maometto costituivano quasi il 40% della popolazione totale.

Oggi si attestano intorno al 14% ma, con oltre 300.000 luoghi di culto, l’India è il Paese con la maggior concentrazione di moschee al mondo, una delle quali si trova all’interno del Taj Mahal, orgoglio nazionale nonchè una delle Sette Meraviglie del Mondo. Non solo: Nuova Delhi è nota come città dei djinn, ossia dei geni, figure della mitologia araba citate anche nel Corano che si ritiene abitino forti, sepolcri e rovine islamiche.

Per vedere la Delhi di Maometto ti suggerisco due luoghi: il primo, vicinissimo a Chandni Chowk, è Jama Masjid, una delle moschee più grandi della nazione con una capacità di circa 20.000 fedeli (poco meno della Sultan Qaboos, la principale moschea d’Oman). Tutta in arenaria rossa, è accessibile per una visita a ogni fede. Situato in uno splendido complesso archeologico a sud della capitale, trovi invece il Qutb Minar, il minareto in mattoni più alto del mondo (72mt. – foto di copertina). Ancora oggi oggetto di controversia, la sua edificazione – siamo agli inizi del 1200 – coincise con un atto di grande prepotenza religiosa: per costruirlo, vennero rasi al suolo oltre venti templi induisti.

Jainismo: Sri Digambar Jain Lal Mandir
Il jainismo è una setta antichissima – VI secolo a.C. – che oggi conta circa 6 milioni di adepti. Al pari del buddismo, si basa sull’ahiṃsā, il principio di non violenza, ma non ha alcuna divinità specifica di riferimento. Oggetto di venerazione sono 24 profeti che hanno saputo vivere secondo i precetti della dottrina e, per tanto, sono divenuti tirthankar, letteralmente i “vittoriosi”. Sono rappresentati da figure bianche dagli occhi scurissimi, sul petto e sul capo un simbolo che li distingue uno dall’altro.

Obiettivo di ogni jainista è lasciare il samsara, il ciclo delle reincarnazioni e riuscirci è impresa tutt’altro che semplice. Particolarmente severa è la vita di chi intraprende la carriera ecclesiastica: oltre a sposare principi quali autocontrollo, castità e moralità, un monaco jainista deve sopportare una serie di austerità (tapas). Non può ad esempio stare fermo nello stesso luogo troppo a lungo: deve spostarsi, ma non eccessivamente. Quando si muove, deve indossare una pezzuola davanti al viso per evitare l’ingestione di microorganismi o insetti e, per lo stesso motivo, deve far precedere ogni suo passo da uno scopino o una piuma di pavone che sgombri il terreno. La sua dieta non è meramente vegetariana: può mangiare solo frutti caduti dagli alberi e solo alcune verdure (non certo quelle a bulbo, dato che l’estirpazione porterebbe alla morte della pianta). Aglio e cipolla sono inoltre vietati a prescindere dato che, per il loro sapore pungente, vengono considerati eccitanti e dunque in grado di risvegliare sentimenti negativi quali rabbia, odio e gelosia.

I jainisti più estremi vestono inoltre poveramente o, addirittura, vanno in giro nudi proprio come il monaco che abbiamo incontrato appena fuori Jaipur: camminava di buona lena spazzando il suolo, dietro di lui una lunga fila di fedeli.

Meno rigorosa è la vita degli adepti laici: la dieta è la stessa ma, per lo meno, non sono aggiogati alla ramazza né alla pezzuola. Hanno però l’onere di mantenere i religiosi e il divieto di praticare alcune professioni. Se caccia, pesca e agricoltura sono off-limits, moltissimi jainisti divengono commercianti o banchieri, il che li rende una minoranza molto agiata e per questo influente. Ecco perché i loro templi sono splendidi: tutti intarsi e cesellature, sono tra i più raffinati d’India. Oltre allo Sri Digambar Jain Lal Mandir di Delhi, ti consiglio di visitare i templi del deserto a Jaisalmer e, soprattutto il tempio di Ranakpur, grandiosa meta di pellegrinaggio dei monti Arvalli, a metà strada tra Udaipur e Jodhpur.

Buddhismo: Vishwa Shanti Stupa
Filosofia di vita prima ancora che religione, il buddhismo nasce in India con la figura di Siddharta Gautama, un giovane principe che decide di lasciarsi alle spalle una vita di agi per cercare la verità, ossia una risposta al quesito che lo attanagliava: perché gli uomini soffrono e come liberarsi dal dolore? Attraverso anni di peregrinazioni e di profonda meditazione, egli arriva a capire che la sofferenza è intrinseca alla vita stessa ed è causata dal desiderio: di ricchezza, di salute, di potere. Solo distaccandosi da quanto è materiale sarà possibile rimuovere la frustrazione generata dalla brama e il dolore che ne consegue. Con questa consapevolezza, Siddartha raggiunge l’illuminazione e diviene così il Buddha, termine che in sanscrito significa “il risvegliato”.

Durante i miei viaggi ho avuto modo di visitare templi buddisti incredibili – dal Nepal al Bhutan al Giappone; ma in India, più precisamente a pochi km da Varanasi, in Uttar Pradesh, sono stata in un luogo speciale: Sārnāth. Nel 527 a.C., è qui che Siddharta tenne il suo primo sermone, svelando ai discepoli le quattro verità della dottrina. Laddove il sutra venne esposto, fu eretto uno stupa, il tipico monumento buddista a base tonda che simboleggia il ciclo delle reincarnazioni.

Ed è proprio uno stupa, il Vishwa Shanti, che ti propongo di vedere qui a Nuova Delhi. Inaugurato dal Dalai Lama nel 2007, è una delle tante Pagode della Pace sparse in giro per il mondo, una costruzione pensata per ispirare l’unione tra i popoli, ponendosi come punto di riferimento per gente di tutte le fedi e tutte le razze. Lo trovi all’interno dell’Indiraprastha Park, nel cuore della città.

Nota curiosa: sebbene l’India sia la culla del buddismo, solo lo 0.8% della popolazione dichiara di appartenere a questo credo.

Bahá’í: Lotus Temple
Quello bahá’í è un culto piuttosto recente: nato in Iran nella seconda metà del XIX secolo, afferma l’esistenza di un’unica religione universale i cui profeti, durante i secoli, hanno semplicemente cambiato nome e forma, manifestandosi ora come Maometto, ora come Cristo, come Buddha, Krishna e così via. La più recente di queste manifestazioni divine è Bahá’u’lláh, fondatore del credo che da lui prende il nome.

In tutto il mondo si contano circa 7 milioni di adepti e una dozzina di case di culto, alcune delle quali vincitrici di ambiti riconoscimenti architettonici: se il tempio di Santiago del Cile somiglia a un bocciolo di rosa, quello di Nuova Delhi ha invece le sembianze di un fiore di loto, sacro a numerose religioni. Costruito negli anni ’80, il Lotus Temple è composto da 27 petali marmorei che si schiudono armoniosamente, rivelando al loro interno la sala principale.

Poiché lo scopo ultimo della fede bahá’í è la pace universale e l’unità del genere umano, al tempio possono accedere persone di ogni religione: che tu voglia pregare, meditare, o semplicemente riflettere, sei il benvenuto.

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Sikhismo – Gurdwara Bangla Sahib
Piuttosto recente è anche il sikhismo, nato alla fine del XV secolo in Punjab, regione dell’India settentrionale. Attualmente seguito da 25 milioni di persone (circa il 2% della popolazione indiana), ha visto avvicendarsi negli anni ben dieci guru; oggi la sua dottrina è raccolta nel Granth Sahib, un testo sacro considerato un guru a tutti gli effetti al pari di quelli che lo furono in carne e ossa.

Il perfetto sikh è colui (o colei) che prega e lavora non solo per il proprio bene ma per quello della comunità intera. Per rafforzare il concetto di identità collettiva, tutti gli uomini del credo sikh sono tenuti a osservare le cinque K (kakaar), ossia a portare sempre con sé: 1) Kara, un braccialetto in metallo, simbolo dell’unione col guru; 2) Kirpan, un pugnale a difesa della verità; 3) Kanga, un pettine di legno segno di autocontrollo; 4) Kachera, braghette alle ginocchia, emblema di disciplina morale; 5) Kes, barba e capelli – questi nascosti sotto a un turbante – che, mai tagliati in vita, simboleggiano l’accettazione della volontà di Dio. Inoltre, al momento del battesimo, ogni uomo aggiunge al proprio nome quello di Singh (leone) e ogni donna Kaur (principessa).

Spinti dalla ricerca della giustizia e dell’impegno a favore della comunità, i sikh sono spesso votati al servizio militare: oggi come in passato, il soldato sikh è noto per la sua risolutezza, coraggio e lealtà.

Meta di pellegrinaggio di ogni fedele è il Tempio d’Oro di Amritsar, sul confine col Pakistan; qui a Delhi, possiamo invece visitare il Gurudwara Bangla Sahib. A questo tempio lego un ricordo particolare: all’ingresso, noto una dozzina di omoni indicare e guardare con insistenza me e mio marito. Mentre a disagio mi domando il perchè, vedo che uno di loro si avvicina alla nostra guida: vengono dal Punjab più remoto, ci spiega, e non gli capita spesso di incontrare degli occidentali. Non è che potremmo fare una foto insieme a loro? E fu così che quello scatto tutto barbe e turbanti, divenne uno dei più bizzarri selfie della mia vita.

Tornando al tempio: accessibile a tutti, purchè a piedi nudi e capo coperto (una bandana arancione viene offerta ai visitatori all’ingresso), il Gurudwara comprende il santuario vero e proprio, sovrastato da una cupola d’oro; un sarovar, una grande piscina per le abluzioni e un langar, una sorta di mensa gratuita presso la quale chiunque – ricco o povero, hindu o cristiano – può consumare un pasto caldo (in questo post, un’immagine dei volontari mentre preparano il pane).

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Sono ricche di belle parole, di buoni propositi queste religioni: convivono serenamente e parlano di pace universale, di fratellanza, di uguaglianza tra gli uomini. Eppure, non tutto è così idilliaco come sembra. Prendiamo lo stesso langar: come raccontavo qui, nel variegato spicchio di umanità presente in sala, non ho notato nemmeno una persona a cui questa mensa avrebbe fatto effettivamente comodo. Le caste sono state abolite nel 1947 ma, forse, solo sulla carta.

E ancora: l’equilibrio tra induismo e islamismo si fa ogni giorno più delicato. Il governo Modi è tra i più fondamentalisti di sempre; incapace di riconoscere nella multiculturalità la vera forza dell’India, esso auspica un Paese in cui ci sia posto per i soli hindu ed è pronto a stringere in una morsa le altre minoranze, quella islamica anzitutto. Lo slogan elettorale del premier è Hindu first – Prima gli Hindu. (Che ricorda qualcuno, ma sorvoliamo).

Infine, in questo calderone in cui – per ora – galleggia un po’ di tutto, qualcuno che risulta indigesto c’è. L’ateo. “Le persone senza fede sono considerate aride e tristi. Nel peggiore dei casi prive di cultura e moralmente degenerate”, scrive la reporter Julia Lauter nel volume The Passenger dedicato all’India. Perchè come si può essere senza dio nel paese della spiritualità? Come dubitare dell’esistenza di un’entità suprema, di un fine ultimo della vita quando ti vengono offerte così tante opzioni, così tanti credo? E’ proprio questa la parola chiave: credo. Nel Paese del dio con la testa di elefante, dei guru seduti sotto ai ficus, dei mazzetti di peperoncini appesi alle porte delle case, si crede e basta; cercare di capire è blasfemo. Il razionalismo non è accettabile e guai a smascherare i miracoli: Sanal Edamaruku, attivista che svelò pubblicamente il trucco dietro a un Gesù piangente, divenne bersaglio di gruppi estremisti e scelse di esiliarsi all’estero dove risiede tutt’ora. Sorte peggiore toccò all’amico Narendra Dabholkar, assassinato in strada. Atei e razionalisti tendono a nascondere la propria condizione, a celare le proprie idee: ben difficile sarebbe per loro trovare un partner e, prima ancora che dalla società, verrebbero isolati dalla propria famiglia.

Nel paese della tolleranza si può credere a tutto ma, in niente, evidentemente no.

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