Uno degli aspetti più affascinanti della civiltà egizia è il suo particolare rapporto con l’aldilà. La rappresentazione del mondo ultraterreno, la descrizione dei rituali e del viaggio necessario a raggiungerlo, sono arrivati sino a noi con un dettaglio che non ha pari nella storia: del ‘vivere la morte’, gli egizi hanno fatto una vera e propria dottrina.
Prima della sepoltura: la mummificazione
Per uno strano meccanismo di associazione opposta, mi viene da pensare alle pire di Varanasi: ridotto in cenere, disperso nel vento e nel Gange, del corpo del defunto non resta traccia. Nell’antico Egitto, tutto il contrario: sede dell’anima – anzi delle anime (ib, ka, ba, ren e shut sono i cinque elementi spirituali che compongono l’uomo) – il corpo fisico continua a rivestire grande importanza anche dopo la morte. Se si fosse decomposto, le anime sarebbero infatti state prive dell’involucro in cui reincarnarsi, condannando così l’individuo a un trapasso definitivo e irreversibile. Affinata nel corso dei secoli, l’arte della mummificazione serviva proprio a questo: preservare il corpo per l’aldilà. Vediamo come avviene.
Il defunto veniva portato in appositi laboratori di purificazione: dopo aver lavato il cadavere, gli imbalsamatori provvedevano alla dislocazione della mascella (il perchè te lo dirò a breve) e all’estrazione dei visceri. Stomaco, polmoni, intestino e fegato vengono conservati, mentre il cuore (ib), sede dell’intelletto e della memoria, rimaneva nel torace. Il cervello? Rimosso tramite un uncino inserito dal naso, veniva gettato via: per gli antichi egizi, era lui la causa scatenante della putrefazione.
Le cavità corporee venivano poi disinfettate con acqua e vino di palma, e imbottite con materiali quali stoffa, sabbia, paglia ma anche licheni e cipolle: in questo modo, il corpo manteneva la sua forma. Successivamente, il cadavere veniva ricoperto con natron (un composto a base di carbonato di sodio e acqua) e spalmato di resine e unguenti; sarebbe rimasto ad essiccare per un periodo dai 15 ai 70 giorni. Trascorso questo tempo, gli imbalsamatori provvedevano al bendaggio: la mummia – un bozzolo di garze di lino abbellito con trucchi e profumi ed eventualmente una maschera funeraria – era finalmente pronta per la sepoltura.
La stessa sorte toccava agli organi interni, essiccati e fasciati per poi essere conservati nei vasi canopi, sotto la custodia dei quattro figli di Horus: Duamutef, con testa di sciacallo, proteggeva lo stomaco; Hapi il babbuino, i polmoni; Qebehsenuf il falco, l’intestino e Imset, unico con testa umana, il fegato.
A vegliare sull’intero processo di mummificazione era però Anubi, il dio sciacallo, signore delle necropoli e traghettatore dell’oltretomba. Diversi testi sacri sostengono fosse lui il primo imbalsamatore della storia: come ti raccontavo qui a proposito del tempo di Philae, Anubi riportò in vita Osiride che divenne così il dio dei morti.
La foto seguente l’ho scattata al Museo egizio del Cairo e ritrae i vasi canopi in alabastro rinvenuti nel corredo funerario di Tutankhamon. Sollevati i coperchi a testa umana, rivelano al loro interno dei sarcofagi d’oro in miniatura, contenenti le viscere imbalsamate del faraone.

La cerimonia funebre
Dopo la mummificazione, può avere inizio la cerimonia funebre. Immaginiamo di seguire quella di un faraone: deposto su di una feluca, egli compie il suo ultimo viaggio terreno; dalla riva orientale del Nilo, naviga verso quella occidentale, dove si trova la necropoli di Tebe, oggi Valle dei Re. Lo accompagna un corteo: sacerdoti, servi, buoi e persino prefiche – lamentatrici professioniste pagate per l’occasione. Il sepolcro è pronto: le pareti sono state ricoperte di immagini e iscrizioni, mentre sul soffitto, talvolta anche all’interno del coperchio del sarcofago, domina un’immagine quantomai singolare: avvolta da un cielo blu, una donna si allunga, piegata ad arco sulla terra: è Nut, dea del cielo. Racconta il mito che ogni sera Nut sia solita ingoiare il sole per poi farlo rinascere la mattina seguente in un’alba rosseggiante, reminiscenza del sangue del parto. Simbolo dell’ eterno ciclo di rigenerazione, la sua effige è di buon auspicio per il defunto.
Alle porte del sepolcro, ecco un sacerdote con la maschera di Anubi: è lui che presiederà gli ultimi rituali, tra cui il più importante di tutti, l’apertura della bocca. Con l’aiuto di specifici strumenti, il volto della mummia viene forzato in corrispondenza della cavità orale che, grazie alla mascella precedentemente dislocata, si spalanca. E’ questo il sommo rito di risurrezione, il gesto che simboleggia il recupero dei sensi che consentiranno al defunto di continuare a vivere nell’aldilà.
Ritratta nell’atto di ingoiare il sole, ecco la dea Nut così come appare sul soffitto della tomba di Ramses IV, sepolto nella Valle dei Re. Si tratta di un sepolcro eccezionale, tra i più belli che ho visto in occasione di questo mio primo viaggio in Egitto.

Dentro il sepolcro: doni e amuleti
Prima di chiudere le porte del mausoleo, gli schiavi depositano il corredo funerario, ossia tutto l’occorrente per garantire al defunto un buon tenore di vita una volta raggiunto il paradiso. Si va dai beni di prima necessità – cibo, anfore d’acqua e di vino, posate, scodelle, mobili – a oggetti che, salendo la scala sociale, divengono via via sempre più preziosi e ricercati. L’unico corredo faraonico ad esserci pervenuto intatto è quello di Tutankhamon: miracolosamente scampato ai predoni, è stato rinvenuto nel 1922 ed è oggi esposto integralmente al Museo del Cairo. Comprende articoli di straordinaria ricchezza e fattura: gioielli, gonnellini, tuniche, sandali; ma anche un trono, diversi scettri (heka), flagelli (nejej), armi e corazze. Naturalmente, il pezzo forte è la celeberrima maschera in oro battuto: magnetica, l’espressione forse un po’ malinconica, sono rimasta a guardarla negli occhi un bel po’.
Nei corredi rinvenuti nelle tombe egizie spiccano in modo particolare tre oggetti:
# Gli ushabti. Letteralmente “quelli che rispondono”, sono statuette dalla fattezze umane, solitamente in legno o terracotta, atte a rappresentare i servitori che il defunto avrà a sua disposizione nell’aldilà. Spesso scolpiti con zappe e altri utensili, più alto era il loro numero e più la vita dell’estinto sarebbe stata dolce: se nella tomba di Tutankhamon furono ritrovati 413 ushabti, in quella di Seti I era presente un piccolo esercito di oltre 1000 pezzi.
# Mummie di animali. Sottoposte alle stesse procedure di imbalsamazione umana, diverse sono le specie rinvenute all’interno delle tombe. Potevano avere una funzione puramente da compagnia (l’idea di ritrovare il proprio cane nell’aldilà la trovo splendida), oppure protettiva, in quanto ogni divinità aveva un proprio animale sacro. E così, nei sepolcri troviamo mummie di coccodrillo (collegato a Sobek, dio della fertilità), tori Api (a Ptah, dio creatore di Memphi), babbuini e ibis (Thot, re della luna), montoni (Amun, re degli dei), gatti (Bastet, dea del piacere e della bellezza) e così via.
# Il Libro dei Morti. E’ questo il pezzo di gran lunga più importante di tutti e, a mio parere, il più affascinante. Si tratta di rotoli di papiro contenenti preghiere, formule magiche e incantesimi che avrebbero aiutato il defunto a navigare indenne verso il paradiso. Il viaggio verso l’aldilà non era certo privo di insidie e procedere per tentativi era fuori discussione: solo grazie alla conoscenza contenuta nel Libro, l’individuo sarebbe riuscito a superare ogni ostacolo e giungere finalmente a destinazione. Ogni persona aveva il proprio testo: sebbene non ne siano mai stati rinvenuti due identici in tutto l’Egitto, ciascuno ripercorre però lo stesso itinerario, indicando la via verso un regno arcano, popolato da mostri e divinità.
Questo frammento del Libro dei Morti non l’ho fotografato a Luxor nè al Cairo, bensì al Museo Egizio di Torino. Nello specifico si tratta del libro di Kha, un architetto reale del Nuovo Regno: lungo circa 14 metri (!) e suddiviso in 33 capitoli, questo rotolo di papiro contiene altrettante formule magiche che aiuteranno il defunto a superare indenne i pericoli dell’oltretomba.

In viaggio con Ra
Il defunto non compirà il viaggio da solo: insieme a lui, ci sarà una legione di divinità guidate nientemeno che da Ra, dio del Sole e creatore dell’universo, forse la divinità più amata del patheon egizio. La sua immagine viene riprodotta sulle pareti di ogni tomba: la testa sormontata dal disco solare intorno a cui si avvolge il regale serpente ureo, è sempre mostrato in piedi su di una feluca d’oro. E’ questa l’imbarcazione con cui, dopo aver illuminato la Terra durante il giorno, Ra va a portare la luce anche nel mondo dei morti, navigando a occidente durante le 12 ore della notte. Quello di Ra non è che l’eterno percorso del sole: chi muore ha la possibilità di unirsi a lui in questo viaggio fantastico.
Salito sulla barca insieme al dio, nuovamente dotato di facoltà di parola grazie all’apertura della bocca e pronto a recitare le formule contenute nel Libro dei Morti, al defunto non resta che salpare. Il viaggio ce lo illustrano immagini e geroglifici scolpiti sulle pareti dei sepolcri: dopo che Maat, dea dell’ordine e della giustizia, ha schiuso le porte del buio, le prime ore della notte scivolano via relativamente tranquille, in un paesaggio in tutto e per tutto simile all’Egitto terreno, Nilo compreso.
Le insidie cominciano nella quarta e quinta ora: il verde scompare per lasciar posto a un deserto brulicante di demoni e serpenti alati. L’unico squarcio di luce è quello prodotto da pericolose lingue di fuoco. Superato il deserto, è la volta di un lago oscuro in cui, in una perenne dannazione dal sapore dantesco, annegano i dannati. Nella settima ora, Ra incontra il terribile Apopi, serpente simbolo del caos. A trafiggerlo ogni notte ci pensa Seth, dio della violenza ma anche della forza.
Il peggio è passato e l’alba è ormai prossima: un secondo serpente, stavolta benevolo, avvolge la barca traghettandola veloce alla dodicesima ora della notte. Shu, dio dell’aria, sigilla la porta del mondo dei morti e il sole è pronto a rinascere nella forma di scarabeo, luce del mattino (complimenti a Ra che ogni notte si sottopone a tutto questo!).
E’ proprio la parte finale del viaggio – con Ra che appare come scarabeo – che riproduce questo enorme dipinto che ho avuto modo di vedere nella Valle dei Re (tomba di Tausert/ Setnakht). Immancabile, la barca d’oro in basso a sinistra.

Il giudizio finale: la pesatura del cuore
A questo punto, per accedere all’aldilà, non resta che un’ultima prova, la più difficile: quella della pesatura del cuore. Rientra in scena una figura a noi nota, il dio Anubi. E’ lui che accompagna l’individuo al cospetto di Osiride, Dio dei Morti, e di una ‘giuria’ di ben quarantadue divinità. Al centro della stanza, una bilancia: sempre ad Anubi spetta il compito di tararla. Su di un piatto, il dio sciacallo posa una piuma di struzzo, la stessa che Maat, la già citata dea della giustizia, porta sul capo; sull’altro deporrà l’ib, il cuore del defunto traboccante di tutti i suoi sentimenti.
L’individuo rende ora la sua ‘confessione negativa’: elenca cioè i peccati gravi di cui non si è macchiato in vita (es: non ha ucciso nessuno, non ha profanato un tempio e via dicendo). La bilancia potrebbe muoversi o meno: se il cuore – dunque la condotta mantenuta in vita – pesa più della piuma (ossia della rettitudine morale), il defunto sarà spacciato. Ammit la divoratrice – un mostro con testa di coccodrillo, corpo di leone e zampe da ippopotamo – sarebbe entrata nella stanza a fauci spalancate e ben presto del malcapitato non sarebbe rimasto più nulla: niente paradiso per lui, solo la condanna all’oblio. Se invece il cuore pesava quanto la piuma, buon segno: l’individuo aveva vissuto la vita dei giusti e meritava quindi la ricompensa eterna. Per lui si sarebbero presto aperti i cancelli dei campi Aaru.
Sebbene il suo ruolo e le sue fattezze possano sembrare un po’ inquietanti, Anubi era in realtà una divinità molto benevola. Il suo compito non è solo quello di vegliare sull’imbalsamazione del defunto ma anche di infondere fiducia e coraggio allo stesso. Proprio per questo, sulle pareti dei sepolcri, viene spesso raffigurato nell’atto di tenere saldamente per mano l’individuo che si appresta a compiere il viaggio con Ra, come nella tomba del principe Amonchopeshf, figlio di Ramses III (foto di copertina). Qui sotto, trovi invece Anubi nelle sembianze di uno sciacallo: come i vasi canopi, anch’esso fa parte del tesoro di Tutankhamon conservato al Museo del Cairo.

I campi Aaru, il paradiso egizio
Per gli antichi egizi, la vita nell’aldilà era a tutti gli effetti una copia della vita terrena, anche se con una nota spirituale in più. Diversi dipinti rinvenuti nelle tombe illustrano i campi Aaru come distese di giunchi e di grano, solcati da corsi d’acqua dolce. Sono luoghi in cui i defunti conducevano una vita serena, ma non oziosa alla stregua di un Eden cristiano: uomini e donne vengono rappresentati nell’atto di arare, seminare e mietere le messi, lavorando nella grazia di Ra e di Osiride. Per tutto il resto, c’erano pur sempre gli ushabti 😉
