Cheope, Chefren, Micerino: il fascino eterno delle Piramidi

Entrate nel loro quinto millennio, continuano ad affascinare il pianeta

Un vecchio detto arabo recita: “L’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le Piramidi”. Entrate nel loro quinto millennio, le piramidi – quella di Cheope l’unica tra le Sette Meraviglie del Mondo Antico sopravvissuta sino a oggi – continuano ad affascinare il pianeta.

Solitari baluardi di un nulla fatto di sabbia, la piana di Giza, oggi le piramidi sono lambite dai sobborghi del Cairo, salutate dai balconi di hotel internazionali e, presto, raggiungibili in metrò. Il lento insinuarsi della città e del progresso non ha però minimamente scalfito la loro magnificenza.

A intrigare, meravigliare e – perché no – intimorire il visitatore è sufficiente il loro aspetto: semplice, semplicissimo, eppure proprio per questo vagamente inquietante, quasi minaccioso. “Terribile” – scriveva già Flaubert a seguito di un viaggio in nord Africa.

Perchè quello scorcio che in foto abbiamo visto migliaia di volte, dal vivo, è tutta un’altra cosa.

Saqqara: prove tecniche a gradoni
Sono circa 80 le piramidi che, nell’arco di 500 anni, i faraoni fecero erigere nel lembo di terra compreso tra Giza e l’oasi del Fayyum. Non tutte sono giunte fino a noi: sbriciolate dal tempo e dagli agenti atmosferici, alcune non erano altro che bozze, modelli grossolani e imperfetti, destinati però a perfezionarsi nei secoli.

Prima di visitare Giza, può essere interessante vedere da vicino questi ‘tentativi’: per farlo, dirigiti a Saqqara, una sorprendente necropoli situata circa 25km a sud del Cairo. Pensata per accogliere le spoglie non solo dei sovrani ma anche dei dignitari di corte dell’Antico Regno, Saqqara è nota al mondo per il complesso funerario progettato da Imhotep, sacerdote e primo grande architetto della storia.

Fino alla metà del 2000 aC, le tombe monumentali (mastaba) erano alquanto rudimentali; nient’altro che strutture in mattoni di terra cruda, dotate di una camera sotterranea. Per celebrare il suo faraone, Imhotep si fece venire in mente qualcosa di nuovo: perché non utilizzare le pietre e, soprattutto, moltiplicare le mastaba sovrapponendole in scala via via minore? Fu così che nacque la prima piramide: a gradoni e bassina – meno della metà delle piramidi di Giza – ma pur sempre una piramide.

Oltre ai cantieri di Imhotep, a Saqqara sono presenti anche altri reperti notevoli, su tutti il Serapeo, luogo di sepoltura degli Api, i tori sacri imbalsamati, e la piramide di Unas, all’esterno poco più che una rovina, all’interno incredibile. E’ la prima in cui sono entrata e certo la più sorprendente: i geroglifici che fitti fitti decorano ogni parete sono il primo esempio di letteratura mortuaria dell’antico Egitto.

Non lontano da Saqqara, vale la pena fare uno stop anche a Memphis, una delle più grandi città del mondo antico, fondata presumibilmente nel 3100 a.C. Da non perdere il colosso di Ramsete II, la mastodontica statua del faraone marito della bella Nefertari, rinvenuta parzialmente priva delle gambe: sistemata in posizione sdraiata, puoi apprezzarne da vicino le fattezze e le iscrizioni come mai avresti potuto fare se fosse stata in piedi. Completo degli arti inferiori, il colosso sarebbe stato alto quanto un edificio di 5 piani.

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Come sono state costruite le piramidi?
Ma veniamo a Giza. Prendiamo la Grande Piramide, quella di Cheope: per edificarla sono stati utilizzati circa 2 milioni e 600 mila blocchi calcarei di un peso compreso tra 2,5 e 5 tonnellate, oltre ad alcuni monoliti posti alla base di circa 15 tonnellate l’uno.

Numerose sono le tesi relative alle tecniche di costruzione, ciascuna supportata da teorie più o meno fantasiose. Senza scomodare gli alieni (!), ci ha messo del suo persino Hollywood che, con film come “I Dieci Comandamenti”, ha cementato il mito di legioni di schiavi di fede ebraica che perivano tra gli stenti sotto le fruste dei capisquadra o sotto il sole cocente del deserto. Abbandonata quest’argomentazione, oggi l’ipotesi più diffusa è che a costruire le piramidi non furono popoli oppressi, bensì gruppi di lavoratori volontari, debitamente remunerati e diretti da artigiani e operai qualificati.

Resta da capire come venivano movimentate le pietre: si parla di un ramo sepolto del Nilo, occultato dalla sabbia ormai da millenni. Su di esso sarebbero stati trasportati i materiali pesanti, poi accatastati a piramide grazie all’ausilio di rampe inclinate. Anche queste, tuttavia, restano illazioni.

Cheope, Chefren e Micerino
Fu quasi sicuramente Erodoto a ‘grecizzare’ i nomi dei faraoni a cui vennero intitolate le piramidi: Cheope, Chefren e Micerino erano noti in Egitto come Khufu, Khafra e Menkaura.

La piramide di Cheope (Khufu) è la più antica, nonché la più grande: è la prima che vedi appena varcato l’ingresso al sito archeologico. Per via dei suoi quasi 150 metri d’altezza (un grattacielo di poco meno di 50 piani), ha mantenuto fino al secolo scorso il primato di monumento più alto del mondo. Tanti i turisti che, non senza fatica, si arrampicano sulle prime file di massi per poi scomparirvi all’interno. Grazie a una scalinata appositamente intagliata nella roccia, è infatti possibile entrare alla Piramide e, attraverso una lunga discesa, raggiungere gli ambienti interni, tra cui la camera funeraria principale. Una curiosità: nonostante il fasto del suo sepolcro, di Cheope non è mai stato rinvenuta altro che una misera statuetta. Alta 7,5 cm, la puoi vedere al Museo del Cairo.

A Chefren (Khafra), figlio di Cheope, è invece dedicata la seconda piramide. Più piccola di quella del padre, ha però una caratteristica distintiva importante: la sua cuspide (pyramidion) conserva parte del rivestimento calcareo che un tempo ricopriva le piramidi nella loro interezza. Di colore bianco, regalava ai monumenti una livrea scintillante che, ai bagliori del sole e della luna, riluceva ancor di più.

Resta infine la terza piramide, quella di Micerino (Menkaura), figlio di Chefren e nipote di Cheope. Decisamente più modesta rispetto alle altre due – forse a indicare il progressivo declino del potere dei faraoni – presenta un largo squarcio verticale sulla parete nord. Si presume sia opera del figlio di Saladino, mosso dal desiderio di demolire ogni manifestazione pagana: resosi conto della difficoltà dell’impresa, lasciò perdere. Davvero pensava di poter abbattere una piramide? Illuso!

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La Sfinge
Non si può parlare di piramidi senza citare la loro guardiana, la Sfinge. Da non confondersi con la creatura alata della mitologia greca, la sfinge egiziana non si diletta a porre enigmi ai passanti: è essa stessa un enigma. Intagliata in un unico monolite di circa 70 metri x 20, a cui sono poi state aggiunte le zampe di leone, si presume che il suo volto, con tanto di nemes (il copricapo faraonico), sia quello di Chefren. Varie teorie sostengono però che il suo aspetto originario fosse un altro, molto probabilmente quello di Anubi, il Dio Sciacallo.

Certo è che, alla Sfinge così come la vediamo oggi, mancano un paio di pezzi: la barbetta posticcia, ulteriore simbolo faraonico, i cui resti li puoi vedere al British Museum di Londra (!), e… il naso, forse eroso dal tempo, distrutto da una cannonata dell’armata napoleonica o da un fondamentalista d’altri tempi.

Difficile datare la Sfinge: alcuni studiosi la fanno risalire addirittura a un’epoca antecedente alle piramidi. Incerto anche il suo scopo: quasi sicuramente celebrativo, ma forse anche intimidatorio, una specie di deterrente per i malintenzionati. Il suo enorme corpo potrebbe inoltre nascondere stanze e passaggi segreti: scavi recenti hanno confermato la presenza di un paio di cunicoli ma è ancora da capire se questi siano stati costruiti da predoni a caccia di tesori o meno.  La leggenda più affascinante vuole inoltre che, sotto la Sfinge, sia sepolta la mitica ‘stanza dei registri’, una biblioteca di papiri contenente tutto il sapere dell’Antico Egitto, inclusa la verità sulla città perduta di Atlantide.

Arcani (e bufale)
Il mistero relativo alla costruzione delle piramidi non è l’unico ad essere irrisolto. A cinquemila anni dalla loro edificazione, storici ed egittologi ancora si interrogano sul reale scopo di questi immensi mausolei. Che fossero luoghi di sepoltura non c’è dubbio, ma era questa la loro unica funzione?

Bufale fantasiose attribuiscono alle piramidi proprietà taumaturgiche, di conservazione dei cibi e persino di affilatura dei coltelli che, se lasciati per un certo periodo nelle cavità interne, ritroverebbero acutezza nella lama. Balle da terrapiattisti, queste argomentazioni sono state tutte ampiamente respinte dalla comunità scientifica.

Un altro mito vuole che le Piramidi siano una sorta di mappa celeste, costruite in corrispondenza delle stelle che formano la Cintura di Orione. Sebbene anche questa tesi sia stata confutata, è però vero che gli antichi egizi furono grandi osservatori del cielo: incredibile la precisione con cui le Piramidi sono allineate ai punti cardinali. Cheope, ad esempio, si discosta dal nord geografico di appena tre gradi.

Infine, teorie ancor più bizzarre vedono Giza come una sorta di centro energetico, uno stargate pronto ad aprirsi su improbabili mondi paralleli. Chissà cosa avrebbe da dire in proposito il Bonaparte: durante la sua campagna d’Egitto, Napoleone trascorse una notte intera dentro la Grande Piramide da cui, scrivono le fonti dell’epoca, uscì alquanto provato. Non rivelò mai a nessuno i dettagli dell’esperienza.

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Sciocchezze a parte, è tuttavia indubbio che le piramidi abbiano ancora molto da raccontare. Tecnologie avanzate quali droni, termografia e raggi cosmici hanno rivelato la presenza di ambienti interni inesplorati e resta ora da capire come accedervi senza effettuare scavi troppo invasivi. Forse, solo allora, tante domande troveranno finalmente una risposta.

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3 Comments

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  1. says: Marco

    Grazie Cris per questa testimonizia che mi ha fatto tornare al nostro viaggio di qualche mese fa e al pensiero che anche io dovrei trovare tempo (e voglia) per scrivere qualcosa… molto belle anche le foto 🙂