Spirited away – Tokyo, la prima volta

prima volta a tokyo
La Tokyo Skytree tra i sakura in fiore, Shibuya
Avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tra neon urlanti e buie yokochō

Una delle pellicole di Hayao Miyazaki più conosciute – anche grazie all’Oscar vinto nel 2003 come Miglior Film di Animazione –  è la Città Incantata. Se il titolo italiano, come quasi sempre succede nel processo di traduzione, perde molto del significato originale, l’inglese “Spirited Away” è molto più vicino al giapponese “kamikakushi”, letteralmente, “nascosto (kakushi) dagli dei (kami)”. Ossia, rapito dagli spiriti.

Il fluttuare tra mondi diversi, il perpetuo slittare della realtà a favore di nuove e altre dimensioni è uno dei tratti distintivi dello stile di Miyazaki. Ed è l’esatta sensazione che si ha visitando Tokyo.

Ogni distretto, ogni isolato – talvolta persino le singole strade – sembrano appartenere a un universo a sé stante, tanto che l’impressione che si ha è quella di un continuo saltare avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Tuttavia non è, Tokyo, la città dei contrasti, espressione stucchevole che si utilizza quando non si ha nulla di meglio da dire e che si appiccica a qualunque metropoli con appena un po’ di grattacieli e centro storico.

prima volta a tokyo

Tokyo è, come lascia intendere Murakami (Ryū, non il ‘mio’ Haruki) una misosūpu, una zuppa di miso. Una gigantesca ciotola dal sapore unico, in cui affiora però un po’ di tutto: alghe, cipolla, daikon, tofu e così via. E’ una metafora minacciosa, questa? Finirai per essere fagocitato? Niente affatto: la miso soup è uno dei comfort food più cari ai giapponesi, dunque niente paura: semplicemente, come un fungo shiitake, in questa città liquida presto imparerai a galleggiare anche tu.

Ti muoverai tra il lusso e l’eleganza di Ginza e, svoltato l’angolo, finirai sotto i cavi elettrici aggrovigliati di una yocochō, vicoli bui punteggiati da minuscole izakaya dove prendere posto accanto ai sararīman per un giro di sake. Vedrai il gigantesco Gundam Unicorno di Odaiba, scintillante nel suo metallo bianco, e passeggerai lungo Nakamise-dori diretto al tempio di Senso-ji, in una di quelle scene che oggi si vedono solo negli ukiyo-e. Attraverserai l’incredibile Shibuya Scramble insieme ad altri due milioni di persone – tanti sono coloro che vi transitano ogni giorno – per poi prendere una strada laterale e sbucare nella quiete più assoluta di un parco, dove pallidi sakura sono in fiore.

prima volta a tokyo

Acceleri e rallenti, rallenti e acceleri, in un’incessante oscillazione tra mondi in miniatura. Quando i tuoi piedi non ce la faranno più, prenderai la metro e, probabilmente esausta, comincerai a sonnecchiare anche tu, vittima dello stesso incantesimo che sembra aver stregato tutti gli altri passeggeri. Oppure chiamerai un taxi, uno di quelli con i sedili ricoperti di pizzi e trine. Sembra la poltrona di una vecchia zia, quella grande e imbottita, su cui forse, da bambina, giocavi a raggiungere mete fantastiche. Arriverai a Roppongi e salirai in cima a una torre, la Mori, per vederne meglio un’altra: la Tokyo, Eiffel giapponese tutta arancio. Approderai al laghetto di Ueno, cullato da una barca a forma di cigno. Sfiorerai le pareti di legno delle casette di Yanaka, per poi giungere a un sottopasso nel cuore di una notte fatta di luci e ombre, ricordo di un passato mai vissuto del quale, però, hai nostalgia.

Nel tuo peregrinare per Tokyo ti faranno compagnia i gatti; li vedrai ovunque insieme ai corvi, uccellacci grandi come bambini, e non mancheranno personaggi più o meno bizzarri. Il Giappone di oggi non è più quello degli anni ’90 e la street fashion si sta via via appiattendo: le sweet lolita, le decora-kei e le abbronzatissime gyaru sono sempre di meno, ma se ne vedono ancora. Difficile per un occidentale comprendere il motivo di look tanto estremi: chi sono davvero queste ragazze? Entrano negli immacolati bagni di una qualunque stazione della città, si cambiano, si truccano, sistemano la parrucca e diventano delle goth, delle cyberpunk, delle Sailor Moon. Chiudono la divisa alla marinara in un trolley e la lasciano in un coin locker insieme a un’identità ordinaria, in cui forse non si riconoscono. Sempre forse, il loro vero io è proprio quello che a noi pare una maschera, ultima occasione di essere sè stesse prima che l’età adulta – e la società – non consentano più loro di farlo.

prima volta a tokyo

Continuiamo a camminare, a voltare angoli che sembrano warmhole, inceppi del Matrix, tane del Bianconiglio. Eccoci ad Harajuku, dove lo zucchero filato è arcobaleno. Ad Akiba (Akihabara), dove verrai invitato a prendere un the non dal cappellaio matto ma dalle curiose fanciulle dei maid cafè. ‘Mangiami’ – sembrano invece dire le gigantesche ostriche del mercato di Tsukiji, ma anche i takoyaki bollenti, i dango grondanti soya, i mochi pastosi venduti nei banchetti lungo la strada o all’uscita delle stazioni. Giri e giri e alla fine sai che capiterai sempre là, a Shinjuku, con Godzilla pronto a sbranarti da dietro un grattacielo e le luci al neon che urlano mute. I rumori molesti sono confinati all’interno di spazi precisi: un centro commerciale, le schizofreniche sale da pachinko. Per avere milioni e milioni di abitanti Tokyo è incredibilmente quieta: in strada non si suona il clacson, non si ride in modo sguaiato, non si alza la voce. Tutti i suoni sono ovattati, dolci, pensati per non offendere l’orecchio.

Ci sono musichine, stacchetti che, come una complice strizzata d’occhio, ti avvisano che stai per sbarcare nell’ennesimo mondo parallelo. Ogni stazione della metro ha il suo jingle, ogni conbini ti accoglie con le sue note gaie non appena spingi la porta d’ingresso. E poi ci sono i cinguettii, non degli uccelli ma dei semafori che, fischiettando, ti avvisano che è arrivato il tuo turno: puoi attraversare quegli incroci enormi, quelle strisce pedonali ampie come nessun’altra, che sono divenute uno dei simboli che più amo di questa città.

Come per Kyoto, non ce l’ho fatta a scrivere il solito post-elenco di cose da fare o vedere. Forse un’altra volta, perché a Tokyo ci torno. Non sarà la città incantata (cosa ancora da vedere) ma, che ti rapisca, è innegabile.

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