Esteso per circa 17 chilometri quadrati, il centro storico di Napoli è l’area metropolitana più vasta del mondo a essere stata dichiarata patrimonio Unesco. Sono circa 300 le chiese racchiuse al suo interno, numerose le opere di grandi artisti quali Caravaggio, Vanvitelli, Sanmartino. Tanti i profumi che pervadono le vie: di caffè, di sfogliatelle, di cuoppi fritti e dei cornicioni bruciacchiati delle pizze. Il centro storico di Napoli ha quasi tre millenni di storia alle spalle e li riversa tutti negli assi viari che lo tagliano paralleli: i decumani – Inferiore (Spaccanapoli), Maggiore e Superiore – sono strade romane ricalcate sull’urbanistica greca, le stesse che un tempo correvano nell’antica Neapolis.
Qui di seguito, un itinerario in quello che per me è il centro storico più bello d’Italia.
Spaccanapoli
Puoi partire da piazza del Gesù, dove inizia Spaccanapoli, oppure cominciare il tuo percorso un po’ più su, sulla collina del Vomero. Dal belvedere della Certosa di San Martino, Spaccanapoli la vedi per bene e il motivo del suo soprannome ti appare subito chiaro: spesso come una lama, il decumano inferiore taglia la città in due parti uguali. Prenditi il tuo tempo per osservare le decine di cupole, l’inconfondibile tetto verde del complesso di Santa Chiara, il blu del golfo e il Vesuvio sullo sfondo. Cerca la rampa di scale della Pedamentina e comincia a scendere. Arrivata in corso Vittorio Emanuele (ti ci vorrà circa un quarto d’ora), puoi proseguire lungo la scala di Montesanto, raggiungere il quartiere Pignasecca e, in altri cinque minuti appena, sarai a Piazza del Gesù, dove questo itinerario prende il via.
Piazza del Gesù è una delle più importanti della città: su di essa svettano due leggendari gioielli del barocco: l’Obelisco dell’Immacolata e la Chiesa del Gesù Nuovo. Il primo pare celare nientemeno che l’immagine della morte (!). Posizionandosi alle spalle della Madonna che sovrasta la guglia, l’ottica gioca brutti scherzi e, in controluce, il velo della Vergine diventa un triste figuro con tanto di falce e cappuccio. Sulla facciata della Chiesa trovi invece alcuni segni non meglio identificati: secondo alcuni sono simboli alchemici volti ad attirare energie positive, secondo altri si tratta invece di note musicali aramaiche che, lette in sequenza, formerebbero un vero e proprio spartito.
Imbocca adesso via Benedetto Croce, intitolata allo scrittore che qui ci visse. Alla tua destra vedrai la Basilica di Santa Chiara che, apparentemente austera, cela invece un delicato e coloratissimo chiostro di maiolica, un’oasi di pace nel punto più caotico di Napoli. Restaurata in seguito ai bombardamenti del ’43 che la distrussero quasi totalmente, la chiesa ospita le spoglie di alcuni principi Borboni e un affresco molto dolce: la Vergine del Cucito con accanto un perplesso Gesù Bambino.

Procedi ora verso Piazza San Domenico Maggiore: ammira l’omonimo complesso ecclesiastico e il suo obelisco e fai la prima pausa golosa della giornata. La storica pasticceria Scaturchio, affacciata sulla piazza, pare faccia la sfogliatella (riccia) più buona di Napoli: io ho provato la Santa Rosa, arricchita rispetto alla versione classica con pasta di mandorla nella farinatura e guarnita con crema pasticcera e amarene (qui sotto con il babà di mio marito).
Via B. Croce termina a Largo Corpo di Napoli, considerato da tutti i napoletani il vero cuore della città. Lo presiede la statua del dio Nilo – un anziano barbuto accompagnato da una sfinge e un coccodrillo (la cui testa è stata trafugata) – arrivata sin qui grazie ai mercanti egiziani che in epoca greco-romana affollavano il quartiere.
Oltre a quella fluviale, di divinità in zona ce n’è anche un’altra, oserei dire ben più famosa. Idolatrato al pari di San Gennaro, di immagini raffiguranti Maradona Napoli è piena, ma è solo il Bar Nilo a custodire una preziosa reliquia. Incorniciato e posto in una teca piena di santini – un altarino a tutti gli effetti – il ‘capello miracoloso’ del pibe de oro concede grazie calcistiche dall’Anno Santo 1987, quando il Napoli vinse il suo primo scudetto. Come dice un cartello: “Hai fatto la fotografia? E mo te vuo’ piglia’ ‘nu cafè?”. Assolutamente sì!

Lasciamo ora Spaccanapoli per qualche centinaio di metri appena: prendiamo via Nilo e poi via De Sanctis. Arriviamo a uno dei luoghi più affascinanti e oscuri di Partenope, la Cappella Sansevero. E’ qui che si trova il celeberrimo Cristo Velato (1753), un’opera talmente raffinata nella sua perfezione da spingere Antonio Canova a dire che avrebbe rinunciato volentieri a dieci anni della sua vita pur di vantarne la paternità. E invece, tutto il merito va al napoletano Giuseppe Sanmartino che con incredibile precisione e realismo riuscì ad ammorbidire la roccia, drappeggiando un velo di marmo trasparente sul corpo del Gesù appena deposto dalla croce, i segni del martirio tutti visibili.
Ad essere sinceri, non tutti sono convinti del solo talento dell’artista. Si dice infatti che il velo marmoreo sia un tessuto a tutti gli effetti, trasformato in pietra grazie a una pozione messa a punto dal Principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, celebre alchimista del tempo. Esoterista e mecenate, costui era un tipo originale: a lui appartengono i due scheletri pietrificati custoditi nella cappella, nonché le opere scultoree raffiguranti la Pudicizia Velata e il Disinganno, dedicate ai genitori. Tra le sue virtù non figurava però la modestia: “uomo straordinario predisposto a tutte le cose che osava intraprendere” recita l’epigrafe sul suo sepolcro, dal quale progettava di uscire dopo un determinato periodo di tempo… salvo imprevisti. Racconta Benedetto Croce: “Quando sentì non lontana la morte, egli provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia […] cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.
Torniamo ora su Spaccanapoli e avanziamo sul tratto centrale del decumano, Via San Biagio dei Librai. Degno di nota è il Sacro Monte di Pietà, un palazzo cinquecentesco nato come istituzione senza scopo di lucro per elargire prestiti dietro pegno. Poco più avanti, un luogo delizioso: l’Ospedale delle Bambole. Inaugurato nel 1840, una croce rossa a segnalarne la presenza, nasce come bottega artigiana per la riparazione di bambole e fantocci. Oggi è più che altro un museo, al cui interno trovano ricovero piccole pazienti dalla foggia decisamente retrò. Per me è una tappa adorabile ma capisco che alcuni la considerino piuttosto inquietante: ti aggirerai infatti tra scaffali di teste, ceste di braccine, vasetti pieni di occhi, parrucche e così via.
Ti è venuta fame? Puoi optare per un tarallo presso la Taralleria Napoletana: sugna (strutto), pepe e mandorle quello classico. Se invece hai voglia di pizza, a 500 metri da qui, in via Cesare Sersale, si trova l’Antica Pizzeria da Michele che, a parere di molti, è la più buona di Napoli. Fondata nel 1870, in menù ha solo quattro piatti: cosacca, marinara, margherita e ‘marita’, una fusione delle due. Ottima, ha un unico neo: i tempi di attesa. Dopo aver preso il numero, prima di sedermi a tavola ho fatto in tempo a visitare il Tesoro di San Gennaro!

Via dei Tribunali
Prima di entrare in Duomo, un’altra sosta ancora. Portiamoci sul decumano maggiore, ossia su Via dei Tribunali. Monumentale, il palazzo di Pio Monte della Misericordia è stato fondato nel 1600 da una confraternita di sette nobili allo scopo di soccorrere gli indigenti che, sopraffatti da malnutrizione, malattie e scarso igiene, spesso morivano in strada. Tutt’ora attivo, oggi il Pio Monte è noto anche per un altro, splendido motivo: la sua chiesa ospita una dei tre capolavori di Caravaggio conservati a Napoli, per l’appunto Le Sette Opere di Misericordia (1607).
Possiamo ora dedicarci al Duomo, che – sorpresa! – non è intitolato a San Gennaro, bensì a Santa Maria Assunta. Del principale patrono di Napoli, la cattedrale custodisce però le spoglie, le ampolle contenenti il sangue del noto rito della liquefazione e l’inestimabile tesoro. Incredibilmente ricco nonostante i saccheggi che hanno afflitto più e più volte la città nel corso dei secoli, il patrimonio del santo comprende eccellenze di oreficeria barocca e non solo: dalla mitra che, con un peso di 18 kg, incorpora 3326 diamanti, 198 smeraldi e 168 rubini, alla collana, impreziositasi negli anni delle gemme donate da sovrani, nobili e devoti, alla collezione di busti d’argento che rappresentano San Gennaro stesso, i 52 compatroni di Napoli e la Vergine Maria.
Torna ora su Via dei Tribunali e soffermati in piazza Gerolomini. Protetto da una lastra trasparente, troverai l’unico Banksy italiano, La Madonna con la Pistola. Per la verità, in via Croce c’era un secondo stencil, ma è stato cancellato per errore dal solito furbone – no comment.
Prosegui poi su Piazza San Gaetano, dove sorge il complesso di San Lorenzo Maggiore. L’area, nota tra le altre cose per aver visto il passaggio di Boccaccio, Petrarca e, durante i moti del 1647, di Masaniello, presenta un sottosuolo ricco di storia, nel quale troverai i resti dell’antica agorà greca, del successivo foro romano e del macellum, il mercato cittadino.

Imbocca adesso Via San Gregorio Armeno, la via dei presepi. Diffusa sin dal milletrecento, l’arte presepiale raggiunge il suo apice nel 1700 ed è tutt’ora in auge: in questa stradina, le botteghe artigiane lavorano tutto l’anno! Accanto alle statue più tradizionali, compaiono personaggi non canonici – da Totò a Trump a Gigi D’Alessio – e figure specifiche del presepe napoletano: il Munaciello, Cicci Bacco ‘ngopp ‘a botte (l’ubriaco), zi’ Vicienzo e zi’ Pascale (allegorie del Carnevale e della Morte), la zingara, i venditori di cibo – sempre 12, ciascuno rappresentativo di un mese dell’anno -, O’ Scartellato (il gobbo simbolo di buon auspicio) e Benino, il pastore che dorme beato sognando il presepe. E’ proprio la sua la statuetta che ho acquistato durante la mia prima visita a Napoli, insieme a quella di Maradona e un po’ di curnicielli portafortuna.
Risali verso via dei Tribunali e.. preparati ad una sosta all’apparenza un po’ macabra: Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Il piano superiore della chiesa, a livello strada, è dedicato ai vivi, mentre l’ipogeo, umido e scarsamente illuminato, è il regno dei morti. Teschi dalle orbite vuote ti osservano mentre passi loro innanzi. Niente paura però; sono le capuzzelle, emblema del culto delle anime pezzentelle di cui ho parlato qui. Tanti i piccoli doni che i fedeli ancora elargiscono a questi teschi anonimi: un lume rosso, un gratta e vinci con una monetina a fianco, un cuscino rosa col merletto in pizzo, un rosario, un messaggio scritto a penna con calligrafia incerta, poi un altro e un altro ancora. Persino un biglietto del bus.
A poca distanza dalla Chiesa, in Vico del Fico Al Purgatorio, trovi la Statua di Pulcinella: il suo caratteristico ‘naso’ a becco è decisamente consunto in quanto si dice che toccarlo attiri la buona sorte.

Via Toledo
Continua ora a scendere lungo via dei Tribunali che diventa via San Pietro a Maiella e poi via Port’Alba, la via dei librai che certo ricorderai se hai letto L’Amica Geniale. Sbucherai nella bella piazza Dante, dove puoi dissetarti con una “limonata a cosce aperte”, un freschissimo succo di limone di Sorrento. Si chiama così perchè, per non bagnarsi con il bicchiere straripante, il bevitore arretra spontaneamente divaricando le gambe: provare per credere.
Da piazza Dante parte via Toledo, che in poco più di un kilometro ci porterà (quasi!) al mare. Puoi percorrerla a piedi naturalmente, ma ti consiglio di prendere un’unica fermata di metro per un motivo ben preciso. La Linea 1 vanta infatti alcune delle stazioni metropolitane più belle del mondo (nulla da invidiare a Stoccolma): se la stazione Dante accoglie opere d’arte contemporanea, la fermata Toledo è un capolavoro di per sé. Pluripremiata, la sua architettura si ispira al mare: dalle profondità azzurre degli abissi, una lunga scala mobile ti fa riaffiorare in superficie nell’ocra del tufo napoletano. Migliaia di LED ti accompagnano nell’ascesa, il tutto sotto un enorme lucernario cilindrico denominato crater de luz. Una magia.
Riemersi in via Toledo, se per qualche strano motivo non sei ancora sazio, potresti pensare di fare una tappa presso La Passione di Sofì, regina del cuoppo: montanare, fiori di zucca ripieni di ricotta, frittatine di maccheroni, arancini, crocchè e pasta cresciuta. Poi, i vicarielli dei Quartieri Spagnoli sulla destra, procediamo fino a Palazzo Zevallos Stigliano, sede museale napoletana di Intesa Sanpaolo: nelle sue gallerie, svariati artisti partenopei e il secondo Caravaggio del nostro percorso: il Martirio Sant’Orsola (Il terzo? La Flagellazione di Cristo si trova al Museo di Capodimonte, facci un salto magari domani).
A questo punto, hai due alternative: puoi raggiungere la Galleria Umberto I, prendere una sfogliatella ‘da Mary’ e terminare il tuo itinerario al Maschio Angioino, fortezza-residenza degli Angiò, oppure raggiungere Piazza del Plebiscito. Io opto la seconda e mi incammino!

Ancora due soste mangerecce (che tanto stiamo camminando un sacco, quindi che fa!): proprio al fondo di Via Toledo c’è La Pizza Fritta di Zia Esterina Sorbillo, il primo posto in assoluto in cui mi fiondo ogni volta che vado a Napoli. Giuro: non sono ancora nemmeno scesa dal taxi che sono già lì. La mia pizza preferita è ‘il cappello di pulcinella’: una botta di calorie gioia pura, ripiena di pomodoro, ricotta, mozzarella, pepe e polpettine di carne. Altro posto che adoro è il Gran Caffè Gambrinus, storico locale in stile liberty, frequentato da Oscar Wilde, Hemingway, D’Annunzio, Sartre e persino la Principessa Sissi. Si narra che qui sia nata l’usanza tutt’ora in vigore del ‘caffè sospeso’, ossia di lasciare un caffè pagato per chi non può permetterselo. Insieme a Zia Esterina, il Gambrinus è per me un’imprescindibile tappa quotidiana: un espresso, un caffè freddo, un gegè (espresso con la cremina di zucchero) e magari una graffa, un Vesuvio (una sfoglia conica con Babà, Zeppola e Pastiera), o una parigina…
Seduto al tavolino, la vedi già: davanti a te, in tutta la sua regale bellezza, si allarga Piazza del Plebiscito con il suo colonnato. Arena dei tornei medievali, sede delle ignobili cuccagne secentesche, teatro dei caffe-concerto di fine ‘800 e, tra il 1960 e il 1990, persino parcheggio (!): oggi Piazza del Plebiscito è finalmente sgombra e ospita eventi solo di tanto in tanto; il più delle volte, a occuparla è solo un artista di strada che canta Pino Daniele. E’ un luogo di ritrovo, di passaggio, di meraviglia. Il vero simbolo di Napoli.

E ora? Siamo arrivati al termine di questo lungo itinerario (e post!): il mare vicinissimo, puoi dirigerti all’isolotto di Megaride con il Castel dell’Ovo e Borgo Marinari, oppure proseguire sul Lungo Mare Caracciolo.
