Jeju Island: benvenuti nelle Hawaii della Corea

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Spiagge, vulcani, foreste e una cultura locale unica che la differenzia dal resto della nazione: ecco l'incantevole Jeju

Soprannominata l’Hawaii di Corea, con l’arcipelago americano l’isola di Jeju (Jeju-do) ha in comune l’origine vulcanica, ampie spiagge selvagge e una natura lussureggiante. E poi cascate, grotte di lava e una cultura locale unica che la differenzia dal resto della nazione. Jeju la chiamano anche samdado, l’isola delle tre abbondanze, in quanto prodiga di rocce, vento e donne (seokda, pungda, yeoda).

Del vento, te ne accorgi ancor prima di arrivare: il volo è breve – poco meno di un’ora da Busan e poco di più da Seoul – ma l’aereo non mancherà di ballare un bel po’. Impetuoso e testardo tutto l’anno, Eolo si trasforma in tifone sul finire dell’estate. Le rocce, nere e laviche, punteggiano tutto territorio: le vedrai esposte a picco sul mare, lungo i sentieri tra i boschi, incastonate nei muretti che circondano le abitazioni. In quanto alle donne, un tempo la popolazione femminile era davvero più cospicua rispetto a quella maschile per un motivo preciso: l’alto tasso di mortalità dei pescatori. Oggi non c’è alcuna prevalenza numerica rilevante ma, come leggerai tra poco, le donne di Jeju meritano ancora una menzione: alcune di loro sono diventate patrimonio UNESCO.

Tre giorni sono il minimo indispensabile per avere un assaggio dell’isola. Partendo dal monte Halla, situato proprio al centro, questo post ne percorre il perimetro e ti racconta le tappe più belle.

Montagne, cascate e the verde
Con i suoi 1950 metri, il monte Halla (Hallasan) è il picco più alto della Corea del Sud. E’ il vulcano che ha dato origine a Jeju-do, di cui oggi costituisce la maggior parte del territorio; spento, sui suoi fianchi si aprono più di 300 piccoli coni eruttivi, mentre nel suo cratere brillano le acque cristalline del Baengnokdam, il “lago del cervo bianco”. Meta per escursionisti, le stagioni migliori per tentarne l’ascesa sono la primavera e l’autunno; in dicembre, tra i tanti trekking disponibili, abbiamo optato per l’Eoseungsaengak trail, una breve ascesa tra i boschi che termina con una vista privilegiata sulla cima dell’Hallasan, per l’occasione già imbiancato.

Scendiamo ora sul versante sud-ovest dell’isola. Superiamo ben tre cascate – Cheonjiyeon, Cheonjeyeon e Jeongbang che, dal monte Halla si tuffa direttamente in mare con un salto di 23m – e arriviamo alla prossima, profumatissima tappa: le piantagioni di the verde di O’Sulloc. Importato dalla Cina durante il periodo dei Tre Regni (18 a.C.-660 d.C.), la cultura del the fiorì in epoca Goryeo e non lasciò più il Paese: proprio come in Giappone, anche in Corea c’è una cerimonia dedicata (chiamata darye) e numerose sono le chatjip (case da the vecchio stile) che, con i loro aromi, pervadono le vie dei quartieri più tradizionali di Seoul.

Qui sull’isola puoi visitare un piccolo museo, assaggiare dolcini a tema e fare un sacco di scatti tra le fotogeniche file di arbusti che si srotolano nella zona. Gli amanti dello skincare, non mancheranno poi di visitare l’Innisfree Jeju House, quartier generale del celeberrimo brand coreano, che si trova nelle immediate vicinanze della piantagione. All’interno solo prodotti realizzati con i tesori dell’isola: mandarino, lava vulcanica e, naturalmente, the verde.


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Spiagge, mercati e barbecue
Insieme a Busan, Jeju offre alcune delle spiagge più iconiche della Corea del Sud. Vista la stagione, per noi niente bagni ma passeggiate e caffè caldi (sebbene l’aiseu amerikano – americano ghiacciato – sia un must anche quando la temperatura sfiora lo zero). Il litorale più bello che ho visto è senza dubbio quello di Hamdeok Beach che, con la sua sabbia chiarissima e gli scogli neri a contrasto, è il luogo perfetto per attendere il calar del sole.

Tanti i mercati tradizionali, dei quali il più noto è quello di Dongmun, situato a nord dell’isola nei pressi della capitale. Inaugurato subito dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale come luogo di scambio per beni di prima necessità, oggi ospita le bancarelle più varie ed è un’ottima opzione per mangiare cibi di qualità a poco prezzo. Oltre ai classici street food coreani, troverai specialità locali quali mandarini e frutti di mare (di cui ti racconterò a breve) e il famoso black pork, il maialino nero di cui invece ti parlo ora.

Le setole scure, più piccolo rispetto agli altri suini, l’heuk-dwaeji è una razza autoctona, apprezzata al punto da fare di Jeju la mecca di tutti gli amanti della carne di maiale (Sardegna lèvati). Inconfondibili il gusto e la consistenza: se il primo deriva dall’acqua eccezionalmente ricca di minerali con cui viene abbeverato, la seconda è dovuta all’insolito quantitativo di fibre muscolari rosse che caratterizzano questa razza più di ogni altra. Il maialino di Jeju presenta infatti una carne quasi scura, simile a quella del manzo che, una volta cotta, risulta incredibilmente succosa, tenera e ricca di collagene.

Pregiato e dunque più costoso rispetto ad altre specie, vale ogni singolo won! Se nel mercato di Dongmun è protagonista di bocconi sfiziosi quali i kimchi pork roll, rolatine avvolte in piccanti foglie di cavolo fermentato, è però nei barbecue, piatto iconico della nazione, che dà il meglio di sé. Sapientemente grigliato in una serie di tagli diversi – samgyeopsal (pancetta), moksal (collo), galbi (costine), gabeurisal (guancia) e dwaejigeopddaegi (cotenna) – lo si gusta insieme agli immancabili banchan (contorni), un caldo stufato di kimchi e una bottiglietta di Soju. Decisamente il mio piatto coreano preferito!

Piccola nota divertente: se oggi il black pork è una celebrità, un tempo le cose non stavano proprio così. Potrai rendertene conto visitando i villaggi folkloristici distribuiti nell’isola, musei a cielo aperto che riproducono antiche usanze e stili di vita. La foto qui sotto è molto esplicativa: affettuosamente soprannominato ddongdosaegi (maialino della cacca), fino agli anni ’60 il buon suino veniva tenuto in recinti adiacenti alle latrine. E, come si sa, i maiali sono onnivori.

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Vulcani, haenyeo e abaloni
Proseguiamo ora sul lato orientale di Jeju e raggiungiamo Gwangchigi Beach che, durante la bassa marea, vede affiorare in superficie le sue rocce coperte di muschio consentendo così camminate a pelo d’acqua. A fargli da sfondo, uno dei siti più emblematici dell’isola: Seongsan Ilchulbong, il Picco dell’alba. Si tratta di un cono di tufo vulcanico da tempo dormiente; il suo cratere è oggi un enorme plateau verdeggiante raggiungibile con un piccolo trail di circa 600 scalini. Servono buone gambe e un po’ di fiato, ma ti assicuro che l’ascesa merita anche per le magnifiche visuali sul mare che guadagnerai poco a poco. Il cratere erboso è poi qualcosa di unico: qui puoi vederne uno scatto aereo.

Tornati a terra, ti attende un secondo spettacolo, ma di tutt’altro genere. Ricordi quando all’inizio del post ti ho parlato di donne patrimonio UNESCO? Ebbene, queste signore sono le haenyeo (pronuncia hènio) leggendarie sommozzatrici che si immergono senza il supporto di bombole per pescare molluschi e crostacei. Le ‘donne del mare’, questo il significato letterale di haenyeo, sono uno dei più grandi tesori della Corea: presenti da sempre sull’isola di Jeju, conoscono grande popolarità nel secolo scorso quando le guerre portano i mariti ad allontanarsi da casa.

Le haenyeo venivano avviate alla professione sin da bambine: poco alla volta, imparavano ad incrementare la loro capacità polmonare e a sopportare la pressione dell’acqua, oltre che ad immergersi senza problemi nelle profondità più gelide. Le tute in neoprene sono un’invenzione molto recente; anni fa, la ‘muta’ era una semplice divisa in tela o flanella che, come è facile immaginare, non proteggeva nè dal freddo nè dai graffi degli scogli. Usurante e spesso pericoloso quello dell’haenyeo era uno dei lavori più duri che si potesse immaginare; rappresentativo del coraggio e della determinazione delle donne coreane, veniva portato avanti fino al compimento dei 70-80 anni di età.

Oggi le haenyeo sono sempre meno – e per fortuna, mi viene da dire. Gli allevamenti e le moderne tecniche di pesca subacquea stanno rendendo questo mestiere anacronistico e gli scarsi guadagni – a fronte di una salute compromessa – certo non sono uno stimolo a intraprendere la carriera. Tuttavia, a Jeju, le donne del mare non sono del tutto sparite: se vedi galleggiare una boa arancione, sott’acqua potrebbe esserci una di loro. Non le hai viste? Bhe, allora non ti resta che partecipare al breve show, tenuto unicamente a scopo turistico, che ha luogo ogni giorno nei pressi di Gwangchigi Beach: prima di tuffarsi, un gruppetto di sommozzatrici – nella foto di copertina, la più anziana ha 86 anni! – intona un canto di lavoro. Qui puoi ascoltare Ieodo Sana, una nenia intrisa di malinconica ironia, che piange le donne che non ci sono più e augura a chi resta di tornare a casa sana e salva.

A questo punto non ti resta che rendere onore alle hanyeo e assaggiare i frutti del loro raccolto. Da provare, innanzitutto l’hoe, ossia il crudo di mare: polpi, granchi, ricci, scampi, chiocciole, cetrioli di mare e svariati pesci opportunamente sfilettati – primo fra tutti il celebre galchi o pesce coltello – costituiscono il sashimi coreano che, a differenza di quello nipponico (da consumarsi in purezza o quasi), prevede l’accompagnamento di coloratissimi contorni (vogliamo parlare della cena qui sotto?!). Sovrano assoluto della cucina hanyeo è però l’abalone (jeonbok), un grosso mollusco dalla conchiglia di madreperla, tanto prezioso quanto ghiotto. Delicato ma ricco di umami, il quinto gusto di cui ti parlavo qui, l’ho assaggiato preparato in diversi modi: alla griglia, in zuppa, aggiunto al bibimbap e sminuzzato in porridge.

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Grotte di lava, dolhareubang e mandarini
L’intensa – e per fortuna passata – attività del monte Halla ha dato origine nei secoli a una cospicua rete di tunnel di lava, grotte di diversi chilometri dentro le quali scorreva il magma. Alcuni di essi, come il Manjanggul e il Micheongul, sono oggi parzialmente visitabili; umidi e freddi, questi regni sotterranei sono illuminati ad arte per consentire ai visitatori di osservare le splendide formazioni naturali che si sono venute a creare al loro interno. Sempre opera della lava sono le scogliere di Jusangjeolli, impressionanti colonne basaltiche dalla perfezione quasi geometrica che, fino ad oggi, avevo visto solo in Islanda.

Per finire, una nota. Anzi due. Quello che ti ho proposto qui è un giro virtuale che, ahimè, non può trasmetterti i profumi dell’isola, la brezza marina, il martellare di un picchio nella foresta. E non può nemmeno mostrarti le due costanti – presenze tanto silenziose quanto significative – che accompagnano il viaggiatore durante la sua permanenza a Jeju-do. Al solito, però, posso parlartene. La prima sono i dolhareubang, letteralmente i ‘nonni di pietra’. Protettori dell’isola, sono statue in roccia vulcanica dall’aspetto inconfondibile: il corpo allungato, un cappuccio sulla testa, occhi grandi e sporgenti, le manone a riposo sulla pancia. Anticamente eretti per scacciare gli spiriti e marcare i confini delle proprietà, i dolhareubang sono distribuiti in tutta l’isola: sulle spiagge, tra i campi, di fronte ai templi, lungo strade e stradine. Molti di essi hanno il naso consumato: narra la leggenda che se una donna strofina loro il naso avrà un figlio maschio (femmina se sfrega invece le orecchie).

Oltre ai nonni di pietra, a farti compagnia saranno i campi di mandarini. Frutto simbolo della Corea, i più dolci pare siano proprio quelli coltivati a Jeju. Due le varietà predilette: i gamgyul, piccoli e con la buccia sottile, e gli hallabong, ibridi incrociati con l’arancia, noti per quella protuberanza che ricorda il monte Halla, da cui appunto prendono il nome. Quello tra novembre e marzo è il periodo della raccolta: gli alberi carichi di frutti colorano l’intera isola e diventano un piacere per gli occhi prima ancora che per il palato. Assaggiali al naturale, spremuti in succhi dolcissimi, addensati in confettura o trasformati in dolcetti. La versione più originale? Il kimchi di mandarino che, fresco e croccante, utilizza note piccanti per esaltare il suo gusto agrumato.

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Tre K-drama girati a Jeju
#1: Our Blues (2022) – E’ un toccante drama corale che ha il pregio di trattare numerosi argomenti ritenuti scomodi agli occhi della società coreana: dal divorzio alla maternità adolescenziale, dalla sindrome di down al conflitto con i genitori (in un Paese in cui, ricordiamolo, la pietà filiale è un valore cardine). Fortissima la presenza di Jeju, che vediamo nel vivace mercato del pesce, nello spirito di gruppo delle hanyeo e nella straziante ascesa al monte Halla di Dong-Seok (interpretato dal sempre grande Lee Byung-hun).

#2: Quando la vita ti dà mandarini (2025) – Acclamata da pubblico e critica, io questa serie l’ho proprio detestata. Ho detestato ogni singolo personaggio, figurine patetiche, irragionevoli, cocciute e ingenue al limite della stupidità. Salvo solo l’ambientazione – i campi di colza e le spiagge laviche di Jeju in primis – e l’utilizzo del mandarino come metafora della vita e di ciò che ti riserva: un frutto sbucciato è la premura di una madre; uno spicchio più dolce o più aspro è il realizzarsi di un desiderio o una difficoltà da superare; un frutto cotto sulla brace, la dolce ricompensa dopo una giornata di duro lavoro.

#3: Welcome to Samdal-Ri (2023) – Samdal-ri è un paesino situato proprio accanto al Picco dell’Alba, di cui questa serie regala ottime vedute. La storia è quella di Cho Sam-dal che, ingiustamente accusata di bullismo, lascia Seoul per tornare a Jeju dal suo primo amore e, naturalmente, dalla mamma. La signora Mi-ja è una haenyeo: in svariate puntate la vediamo immergersi e risalire emettendo il sumbi-sori, il caratteristico, acuto fischio che le sommozzatrici utilizzano per espellere l’anidride carbonica e inspirare ossigeno una volta riaffiorate in superficie.

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